Quanto è davvero rischioso…rischiare?

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Quando desideriamo cambiare qualcosa nella nostra vita, quando vogliamo ottenere maggiori soddisfazioni dal lavoro, quando intendiamo fare un passo in avanti nella nostra carriera, possiamo trovarci davanti a tre tipi di ostacoli:
1) Non sapere bene cosa fare, avere mille idee ma nessun obiettivo chiaro in mente
2) Avere un’idea specifica, ma non crederla possibile
3) Restare ancorati alla nostra situazione di partenza, senza deciderci a lanciarci nella realizzazione dell’idea.

Ora ci concentreremo su quest’ultimo punto, che può essere riassunto dal vecchio adagio: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia, ma non sa quel che trova”.
Gli antichi la sapevano lunga: perché rischiare di percorrere nuove strade, con tutti i pericoli che ci sono? Meglio rimanere sulla strada già battuta, per quanto sia stretta e angusta, per quanto ormai ci annoiamo a percorrerla, per quanto tutte le volte che lo facciamo ci sentiamo insoddisfatti…ma vuoi mettere, la sicurezza?
Già, la sicurezza del conosciuto è decisamente più confortevole della paura dell’ignoto!
Cosa succederebbe infatti se dopo esserci lanciati nella nuova avventura non ottenessimo i risultati sperati, se ci rendessimo conto di esserci sbagliati, quando ormai è troppo tardi?

Dovremmo fare i conti con il nostro “fallimento”, raccogliere i cocci e provare a tornare indietro sui nostri passi, sempre che sia possibile farlo! Probabilmente resteremmo fermi lì, con i nostri sogni (e la nostra autostima) infranti, i cocci in mano, e nessuna alternativa all’orizzonte!

Il “rischio di rischiare” ci sembra così grande, che il nostro sogno “di gloria” resta nel cassetto, in attesa del momento “giusto” (che potrebbe anche non arrivare mai) per aprirlo, oppure di quel giorno in cui saremo costretti dalle circostanze ad abbandonare “per forza” il nostro status quo.
In questo modo non facciamo altro che delegare all’esterno la nostra decisione: lasciamo che sia lo spazio, il tempo, il fato a scegliere per noi!

Illudendoci di non avere responsabilità nella scelta, ci sentiamo alleggeriti e sollevati!
Eppure, chi è stato a decidere questa “delega”? Non siamo forse stati noi? Scegliere di non scegliere non è anch’esso una scelta?

La mente umana tende per natura a prestare più attenzione alle eventuali perdite che non ai possibili guadagni. Questo ha un’origine ancestrale: salvarsi dall’orso era ben più importante che non catturare la preda! Ma è anche vero che se l’uomo fosse rimasto al riparo nella caverna senza più andare a caccia per paura delle minacce esterne, sarebbe certamente morto di fame!

Quindi chiediamoci:

Se è vero che rischiare ha un costo, quanto ci costa non rischiare?
Che opportunità stiamo lasciando al di fuori della caverna in cui ci siamo trincerati?

CoachLavoro

Siamo partiti dal presupposto che fuori dalla caverna ci sia una minaccia grande e grossa, mentre il guadagno è piccolo e sfuggevole. E se fosse vero invece proprio il contrario?
Se il rischio che corriamo fuori fosse in realtà più piccolo di quello che rischiamo restando dentro?
Se il posto di lavoro a cui restiamo attaccati perché comunque è “un posto”, perché ogni mese “ci dà uno stipendio” per campare, perché è meglio di niente, fosse meno stabile e sicuro di quanto crediamo? (E purtroppo le cronache ci raccontano quotidianamente di aziende che chiudono e personale messo in cassa integrazione…!)

E se invece l’idea che teniamo chiusa nel cassetto o l’opportunità che ci passa davanti rappresentasse la svolta nella nostra vita? Se credendoci e impegnandoci potessimo davvero avere successo?

Bene, potreste dire, ma non si vive solo di SE, le cose potrebbero andare in un modo o in un altro, come facciamo a deciderci?

Per prima cosa dobbiamo porci le giuste domande, o meglio, quelle funzionali (cioè che funzionano) nel darci una visione più globale ed equilibrata della situazione. Eccone alcune da cui partire:

  • Cosa posso perdere se faccio (il cambiamento X, l’azione Y)?E che cosa se non faccio?
  • Che cosa posso guadagnare se faccio? E che cosa se non faccio?

Rispondiamo a queste domande pensando ai risultati immediati che otterremmo….e poi facciamoci le stesse domande ponendole in un arco temporale più ampio (1-3-5 anni): come cambia la prospettiva?

Ricordiamoci sempre che:

La qualità delle risposte che otteniamo (da noi stessi così come dagli altri) dipende dalla qualità delle domande che facciamo!

CoachLavoro

26 thoughts

  1. Ciao, tutto bello e interessante quello che hai messo. Ma con un mercato di persone indifferenti alle tue proposte, di tante pacche sulle spalle seguite da frasi del tipo:”…poi vi vediamo!”, “mi sembre interessante quello che hai detto!” ecc ecc. e nessuno ti contatta o se ti contattano (ma chi?) rispondono con un “non interessa”, cosa fai? Ti dai più da fare (sto facendo), crei nuove opportunità e nuove idee (lo sto facendo), ti vendi (fatto anche questo)…però…risultati zero!

    Filippo

  2. Le domande che vengono poste sono legittime, inducono alla necessaria riflessione che è richiesta al momento del cambiamento. Tuttavia, quando le persone intendono davvero cambiare è perchè non hanno altra scelta. Si cambia solo quando si è con le spalle al muro, magari è già troppo tardi per farlo e non si ha la lucidità per poter affrontarlo appropriatamente il cambiamento.
    Come suggerisce questo articolo, bisogna porsi le domande subito, porle in modo equilibrato, capire l’ambiente di lavoro. Se ho delle competenze che sono oltre la media è meglio non metterle troppo in evidenza. Verrebbero fraintese ed osteggiate, perchè le competenze sono la misura millimetrica delle mediocrità generali. Le aziende italiane spesso reclutano per cooptazione e non per misura di capacità e competenze.
    Un poeta discusso (E. Pound) ha lasciato nella mia mente di lettore accanito un concetto del quale condivido il senso ed il merito: “se un uomo non è disposto a rischiare qualcosa per le sue idee, o queste non valgono nulla o non vale nulla lui”.
    L’idea deve essere organizzata, pianificata, simulata e rivalutata alla luce di risorse che sono già “in house”, bisogna valutare i possibili scenari di “worst case”, quelli dove qualcosa di non accuratamente valutato può andare male per prepararsi e per essere preparati.
    Una visione complessa, alla quale non tutti sono preparati, bisogna essere competenti nell’accuratezza, talvolta sfiorare la leziosità. Meglio valutare bene che sottovalutare.
    Se si è consapevoli di questo, allora siamo pronti per rischiare con la nostra idea. In fondo è pur vero che se non giochi, non vinci sicuramente, ma se giochi puoi anche perdere. Dipende da come giochi e cosa ti giochi!
    Conosco realtà che sono state costruite con un’adeguata preparazione ed una cura dei dettagli, una scientifica valutazione economica degli scenari, un ventaglio di proposte risolutive, pre-calcolate per ogni evento valutato. A questo si sono aggiunte risorse umane adeguate e skillate per coprire i ruoli necessari, si sono creati momenti di brainstorming, aperti e democratici, per “vedere” ciò che non è apparso ai più, per discutere con completezza e condivisione di tutti la decisione finale, quella che viene resa operativa. Un modello di successo, a mio avviso.
    Ahimè sono stato spettatore anche di failure aziendali dove si è fatto il contrario di quanto sopra espresso nel silenzio ed indifferenza generale, come è accaduto anche in diverse pubbliche amministrazioni, la cui scandalosa orchestrazione ha riempito pagine di giornali. Per paura di ritorsioni, mi è stato motivato. Voglio chiudere con questo pensiero umano e coraggioso che ho inciso nel mio animo perchè credo che sia questo il vero cambiamento epocale: È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.” Paolo Borsellino.

  3. Bell’articolo che però presuppone di avere un’idea o un sogno nel cassetto, un’opportunità che sta davanti a noi ancora per poco tempo e che col nostro temporeggiare non cogliamo al volo, addirittura un lavoro che comunque per ora c’è, domani non si sa. C’è chi non ha nulla di tutto ciò.C’è chi è disocccupato perchè per anni (ripeto: ANNI) ha assecondato le sue attitudini sviluppando competenze per poi proporsi per un paio di figure professionali di un settore senza ricevere risposta.Ha fatto i capelli bianchi, superato i 50 e adesso? Sceglie un’altra strada, quale? Se hai passato tanto tempo a cercare di raggiungere un certo lavoro (perchè ti piace, ti ci senti portato, ti interessa) è difficile dire: ci siamo sbagliati, ricominciamo da zero.Un over 50 senza esperienza che nel settore immobiliare, commerciale o simili? Lo facciamo affiancare da un senior che magari potrebbe essere suo figlio? E L’idea nel cassetto cosa è? Scrivere romanzi, poesie, avere un’idea geniale di business?
    C’è insomma chi, come il sottoscritto, il proprio fallimento lo vive adesso, con i cocci della propria autostima e nesuna alternativa all’orizzonte in vista. Sono però molto interessato alla discussione che quewsto post poytrà generare. In particolare sul concetto di idea, sogno di gloria che resta nel cassetto.

  4. Ti capisco Fabio, ho 43 anni, da 10 legato ad un’azienda che ora sta chiudendo, con competenze talmente specifiche che sono invendibili (una ventina di consulenti in tutta Italia) in un mercato morto. Ma sono convinto che ce la farò, nemmeno ci penso a rimanere senza lavoro. Come ho imparato questa professione ne imparerò un’altra, all’inizio guadagnerò meno, magari affiancato da un ragazzo con 15 anni più giovane di me, ma ho sempre più esperienza di vita rispetto a lui, per ora in scia, ma alla prima staccata…

  5. Fabio hai assolutamente ragione, però devo dirti una cosa; sbagli quando tu dici di vivere il tuo fallimento in maniera devastante in quanto ti manca l’autostima. Io mi trovo nelle tue stesse condizioni, ma mi faccio coraggio, vado avanti a testa alta, cerco di cogliere il meglio del quotidiano. E’ vero che è difficile vivere in queste condizioni, ma se ci si abbatte è finita!
    Quanto ad avere un sogno nel cassetto, per conto mio il mio sogno è di avere un lavoro (Non un lavoro qualsiasi, ma qualcosa di attinente a quello che ho sempre svolto quando lavoravo, anche se avrò degli incarichi di minor prestigio rispetto al passato), non ho mai pensato di aprire un’attività tutta mia anche perché innanzitutto non ho possibilità economiche tali da poter aprire un’attività, ed inoltre, conoscendomi, non ho la “stoffa” per fare l’imprenditrice.

  6. Cara Roberta, se tu sei nelle mie stesse condizioni vorrei sapere come fai a farti coraggio e andare avanti a testa alta. Dire: se ci si abbatte è finita è ovvio ma vago. Se quello che cerchi (realizzazione di sè, raccolto della semina fatta, sforzi e sacrifici finalmente premiati NON con un posto top,per carità, ma con qualcosa almeno attinente alle tue competenze)è un lavoro stiamo da capo a dodici. Io pensavo fosse qualcosa che esulasse dall’attività che abbiamo magari fatto per un certo perido e fosse il sogno segreto. Ma quello chi lo ha? Un esempio: da ragazzo amavo scrivere racconti brevi. Bellissima cosa mi dirai. Oggi non ne ho nessuna voglia anche perchè che senso avrebbe scrivere per me stesso?
    Pubblicalo e vendilo, mi dirai. Perchè oggi con la crisi che c’è comprare un libro di racconti brevi di un illustre sconosciuto serve a qualcosa? Offre utilità? A che serve? Oggi se non sai risolvere un problema, offrire consigli su un determinato argomento che la gente cerca (non che ti interessa)se non offri qualcosa che la gente è disposta a pagare, se la tua idea nel cassetto non risponde a questi requisiti è meglio che lì resti.
    Tornando al tuo sogno (avere un lavoro attinente a quello che facevi prima): è praticabile? Per età, competenze, conoscenze? Puoi proporti o aspetti di inciampare sull’opportunità?
    E’ un’attività di nicchia o c’è richiesta nel mercato? Tanti auguri e spero risponderai alle mie domande.

  7. la questione mi intriga molto perche nello sfogo di fabio, mi ci identifico a pieno. per sintetizzare, ritengo di poter dire che tutto si riconduce all’egoismo e all’orgoglio. due medaglie con altrettante facce che determinano quello che possiamo chiamare AUTOSTIMA, IMMAGINE DI SE, AMOR PROPRIO. Più precisamente ciò che noi elaboriamo e ci diciamo a noi stessi, riguardo a ciò che ci accade. Possiamo decidere di piangerci addosso ( come dice l’articolo, é di sollievo dare le colpe alle circostanze o al fato ), oppure credere fermamente che “non siamo ciò che abbiamo o non abbiamo fatto”. in realtà “siamo ciò che pensiamo”. un grande saggio l’ha messa in questi termini : che tu pensi di poter o pensi di non poter (essere, fare, diventare, ottenere, ecc.), comunque avrai ragione.
    Un pensiero va anche a Roberta. non é vero che non ci sono opportunità per persone “normali” (senza un talento speciale o senza un capitale ). credo piuttosto che perdiamo tante opportunità, perchè si presentano mascherate dai nostri pregiudizi o perchè “é rischioso rischiare”. in questo l’articolo é davvero illuminante. Ritengo necessario fare uno sforzo di apertura mentale e accettare nuove informazioni. ( per niente facile perchè mette in discussione tutte le nostre mappe).
    so di essere bravo a predicare, ma in realtà vivo le stesse paure insite nell’animo umano come il rifiuto o la mancanza di approvazione e altre, ma un convincimento é radicato, ovvero che non é saggio vivere sperando che domani sia più facile. dobbiamo prenderci la responsabilità di farci trovare preparati.

  8. Ciao a tutti,

    questo articolo è davvero stimolante!! Forse perchè io sono in un momento di vita “particolare” dove sto per compiere un cambio di rotta dal punto di vista lavorativo. Sto studiando per specializzarmi in una professione totalmente diversa da quella svolta infelicemente per anni e anni. L’unica cosa che mi sento di dire è che è facile e deresponsabilizzante fare la conta delle pur vere cose che ci vengono contro, nel lavoro, nel rapporto di coppia, nella vita in generale. L’elenco delle cose che non vanno serve solo a rafforzare e dare ragione al non coraggio di credere in noi, in quello che sappiamo e possiamo fare. Lo dico con umiltà, nel rispetto del privato e della situazione personale di tutti ma lo dico con convinzione: ciò che vuoi veramente, lo fai, punto. Tanto se sei lì a fare niente cos’hai da perdere? Quindi ti ritrovi a studiare, a fare un corso professionale per riqualificarti, scrivi il tuo romanzo, dai visibilità alla tua capacità di creare cose manuali..ecc., ecc., muovendo le acque, qualcosa ne verrà fuori ma devi avere pazienza, perseveranza ed essere irremovibile nelle tue convinzioni. I grandi scrittori erano mister nessuno no? Ce l’hanno fatta perchè le 100 porte in faccia che si sono presi non li hanno fatti demordere. E’ la vita e non è a causa della crisi, è sempre stato così ma noi siamo stati abituati al posto o all’idea del posto sicuro senza dover lottare. Sembra una cosa davvero sconveniente e irrispettosa da dire ma io dico che se la crisi ha un merito è quello di averci fatto aprire gli occhi, di averci messo di fronte all’obblgo di dover credere in noi per poter fare scelte. In ognuno di noi c’è un leone!! Buon presente e futuro a tutti!!

  9. Leibniz sostiene che, viviamo nel migliore dei mondi possibili, proprio perché ognuno è costruttore del proprio mondo…Nelle parole di Roberto sento una persona ferita, addolorata e scoraggiata, ma soprattutto sola.L’argomento di discussione è rischio e se vale la pena di rischiare. Roberto ci regalato la sua preziosa esperienza, ma ci ha detto anche quello che era la sua passione: scrivere! Personalmente non credo che proprio tutti vogliono avere e trovare le ricette già pronte per i loro problemi. Che cos’è un problema? Esiste una definizione universale, uguale per tutti? Penso che un problema qualunque, prima di essere “risolto” debba essere compreso, perché all’interno nasconde significati che vanno scoperti.Inoltre, per avere delle risposte, dobbiamo essere capaci di formulare una domanda corretta, altrimenti non troveremo mai delle risposte. Se c’è un problema c’è anche la risposta, altrimenti il problema non esiste. Caro Roberto, se non scrivi quei racconti brevi, non saprai mai se qualcuno li vorrà comprare…non puoi fare delle ipotesi su una cosa che non hai provato. In ultimo,io credo, che i tuoi racconti ora da uomo maturo siano più ricchi rispetto a quando eri ragazzo. Un tocco di autenticità e vedrai…un caro saluto

  10. Eccomi qua, sono stata buona parte della giornata per partecipare ad un convegno sulle Risorse Umane….e sono stata felicemente sorpresa dal trovare tutti questi commenti e questo scambio di idee, di valori, di esperienze e di emozioni!
    Ringrazio ciascuno di voi per il contributo che ha dato all’altro…per aver “rischiato” mettendosi in gioco ed esprimendo sè stesso!

    Non credo ci sia bisogno di aggiungere altre parole….magari solo una riflessione che mi è sorta a valle dell’evento a cui ho partecipato oggi.
    I relatori erano Direttori del Personale, Coach e Imprenditori/startupper, con storie personali e contesti aziendali molto diversi gli uni dagli altri, ma c’era un aspetto che li accumunava tutti: una “sana follia” che li ha portati a lanciarsi in un progetto, a rischiare su un’idea..Loro ci hanno creduto, si sono tuffati….e i risultati sono stati tali cheoggi erano davanti ad un pubblico a raccontarli.

  11. Giorgio,scrivi che come hai imparato il tuo lavoro,ne imparerai un’altro, ma il punto è che tutti chiedono personale già preparato, nessuno ti da la possibilità di imparare e poi ci si lamenta che non ci sono per esempio termoidraulici o altre figure professionali,tutti sarebbero disposti a imparare un nuovo lavoro, ma non gliene danno la possibilità, anche perchè le aziende sono costrette a spese onerose sin da subito e in questo senso le capisco.
    Sono le leggi che devono cambiare per favorire le aziende quando assumono apprendisti,magari senza limitazioni di età, naturalmente quando si cambia completamente lavoro.

  12. Giampiero, chiaramente l’azienda, avendo un amplissimo bacino in cui scegliere, prende la persona più preparata tecnicamente!
    Come recita la domanda che di solito viene fatta in selezione: perchè dovremmo assumere proprio te?
    Solo se a questa domanda sai rispondere con convinzione che il valore aggiunto dato dalle tue competenze trasversali (ben argomentate), la tua motivazione e la tua voglia di fare possono riuscire a dare all’azienda molto di più di chi ha “solo” la TECNICA, allora puoi davvero giocartela bene!
    Al convegno sulla Risorse Umane cui ho partecipato, la nuova azienda di trasporti NTV ha raccontato che alla selezione sono convocate persone provenienti da settori differenti ma accumunati da competenze personali e relazionali che loro avevano ritenuto fondamentali. La formazione “tecnica” è stata poi fatta all’interno.
    Certo sono poche le aziende che seguono lo stesso, lungimirante approccio. Per questo cambiare le leggi sicuramente è utile e necessario….ma non sufficiente se non cambia l’approccio e la cultura aziendale!

    Detto questo Giampiero, se anche TUTTE le aziende che contattiamo si dimostrassero interessate al nostro profilo, nonostante ci siamo presentati in maniera ottimale, questo non significa che non possiamo utilizzare le nostre competenze per reinventarci e proporci direttamente sul mercato…! Internet per questo dà grosse opportunità…questo sito ne è un esempio!!!

  13. Ho (ri)trovato solo ora questa bellissima poesia di Leo Buscaglia che non poteva essere più adatta a questo articolo: la condivido con tutti voi:

    “A ridere c’è il rischio di apparire sciocchi;
    a piangere c’è il rischio di essere chiamati sentimentali;
    a stabilire un contatto con un altro c’è il rischio di farsi coinvolgere;
    a mostrare i propri sentimenti c’è il rischio di mostrare il vostro vero io;
    a esporre le vostre idee e i vostri sogni c’è il rischio d’essere chiamati ingenui;
    Ad amare c’è il rischio di non essere corrisposti;
    a vivere
    c’è il rischio di morire;
    a sperare c’è il rischio della disperazione e
    a tentare c’è il rischio del fallimento.
    Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla.
    La persona che non rischia nulla, non è nulla e non diviene nulla. Può evitare la sofferenza e l’angoscia, ma non può imparare a sentire e cambiare e progredire e amare e vivere. Incatenata alle sue certezze, è schiava.
    Ha rinunciato alla libertà.
    Solo la persona che rischia è veramente libera.”

    Leo Buscaglia

  14. Grazie Mariangela per lo splendido lavoro che svolgi, ma soprattutto grazie per il coraggio e la speranza che dai. Grazie per gli spunti di riflessione e per il fatto che ci spingi a riscoprire noi stessi, perché è da lì che tutto parte, non da ciò che c’è attorno a noi, o non solo da quello. Non si può permettere al mondo di sostituirsi a noi. Senza sogni e progetti siamo niente, involucri vuoti; questo è ciò che ci differenzia dagli animali. Non è un caso che l’unica creatura che sogna in questo mondo è l’uomo e se è così un motivo ci sarà. Noi non siamo fatti per sopravvivere ma per vivere. Personalmente trovo davvero deprimente sentire persone che concepiscono la pensione come il fine della vita, e basano tutte le loro scelte lavorative su questo e poi? Quando vanno in pensione vedi che si annoiano! Allora è vero che il lavoro non serve solo per dare uno stipendio, per vestirsi e mangiare (l’uomo di Neanderthal – spero di aver scritto giusto… -) ma è ben altro! Concordo con Stefania: intanto bisogna fare, muoversi, prendere delle direzioni è già qualcosa. Anche per quanto riguarda la riflessione che forse ci siamo abituati troppo alle cose sicure. Come fai Fabio a dire che non ha senso scrivere per te stesso?! Scrivi, scrivi, scrivi! Anche il marasma che hai dentro perché alla fine ne avresti un beneficio e ti sentiresti meglio e chi si sente meglio pensa meglio e agisce meglio! Parli come se tu non avessi importanza, come se quello che fai e sei ha valore solo se lo comprano, pubblicano o apprezzano gli altri. Anche io ho fatto questo errore e ci si rimette soltanto. Le cose le si fa anzitutto per se stessi e se non le si molla alla fine ci si ritrova! Questa mia esperienza mi ha portata a fare “un’equazione” su come mi percepivo prima e su come mi percepisco ora: prima, “faccio quindi sono”; ora, “sono quindi faccio”! Auguro a tutti ogni bene nella vita, soprattutto ritrovare se stessi, anche se si faranno cose non pertinenti con noi.

  15. Per Maria:cara Maria, scrivere per me stesso non mi fa sentire meglio e ti spiego perchè. Tirare fuori il marasma, la rabbia, l’idea di un racconto bizzarro tu dici che ti sfoga. No, rimani esattamente come prima. Le cose che tiro fuori le so già, sono consapevole del mio valore ma cerco l’apprezzamento degli altri sotto forma economica. Il lavoro è questo: scambio di una controprestazione dietro compenso.
    Altrimenti è volontariato, favore o altro.E se l’atro resta indifferente a quello che faccio o scrivo me la canto e me la suono e magari mi dico bravo da solo.Ma questo, come detto, non mi serve.
    Fare le cose per sè stessi senza guadagnarci? Bellissimo. Se domani vinco al superenalotto sai cosa faccio di 10.000/200.000 euro? Ferrari?Viaggio intorno al mondo di un anno? Niente affatto. Vado da Feltrinelli con i miei racconti brevi e gli dico: signori pago io voi per pubblicarli.Ecco i soldi. Se poi il mio libro vende 1/100/1000000 copie sono contento, se non vende una copia pazienza.

  16. Caro Fabio, il mio discorso era un’ opinione per uscire da una situazione di stallo iniziale. Gli effetti non li intendo come un qualcosa di immediato e miracoloso, ma qualcosa che pian piano ti porta a riprendere coscienza di te stesso, di ciò che sei. Lo dico-scrivo per esperienza personale, poi magari per te non è così. Ogni persona vale per se stessa, non in base a ciò che dice il mercato. Io qualche mio lavoro l’ho visto pubblicato, anche prima che facessi studi specifici, e il primo semplicemente mandando un mio disegno a un giornale che lo utilizzò per mesi e mesi per l’angolo della posta. Pensa la soddisfazione e anche se non ho percepito un centesimo è stato un segnale che il mio lavoro poteva essere apprezzato e questo mi ha dato la carica per continuare. A questo mi riferivo con il mio discorso. Poi ho visto pubblicato anche altro (ma non è questo il punto del mio ragionamento), dopo che avevo fatto i miei studi per i quali, per poterli fare, ho dovuto prima studiare per tre anni la sera e lavorare il giorno perché avevo bisogno della maturità per poi andare a fare altri tre anni a Milano. Quello che mi ha dato la forza e la carica è stato credere nel mio sogno e nel mio progetto e quei sei anni, in tutto, non sono state tutte rose e fiori, ci sono stati momenti difficili, anche perché c’erano persone che invece di aiutarmi mi mettevano i bastoni tra le ruote. Questo te lo dico non per farti la paternale, ma per ribadire che tutto parte da noi. Ora anche io sono in una situazione di stallo ma gli unici segnali (pochi a dire il vero) che mi arrivano sono quelli che hanno a che fare con il mio campo mentre per altro (il lavoro qualsiasi) niente di niente. Così, solo tentando e continuando a mandare Curriculum ho potuto realizzare che i segnali provengono solo da una direzione, e questo mi dice che proprio per questo devo continuare ad insistere; se invece mi fossi trincerata dietro la negatività a questa conclusione non ci sarei potuta arrivare. Questo intendo per fare le cose, lavorare anzitutto per se stessi. Per i tuoi lavori penso che dovresti rivolgerti a case editrici che promuovono nuovi autori e che sono disposte a rischiare e, guarda caso, raramente le grandi case editrici lo fanno, ma piuttosto le piccole e “sperimentali”. Prova a cercarle. Hai mai pensato di aprire un blog, un sito (ci sono siti che ti permettono di averne uno tutto tuo, gratis, scegliendo tra vari layouts già pronti) dove pubblicare ciò che scrivi? Chissà… Magari entreresti in contatto con altri scrittori, che magari hanno pubblicato qualcosa… Forse dovresti calcare strade alternative perché quelle più comuni sono sature… Se poi sei disposto a rinunciare allora devi darci un taglio netto e provare a prendere tutt’altre vie che nulla hanno a che fare con il tuo progetto iniziale, altrimenti ti fai solo del male. Caro Fabio, anche io sono in un periodo difficile, in cui vedo tanti miei sacrifici (anche economici perché gli studi me li sono pagati tutti io e si parla di milioni di lire – all’epoca – frutto del mio lavoro), ma se non ci credo io in me stessa chi lo deve fare? Di cuore, davvero, ti auguro ogni bene perché, in un modo o nell’altro, siamo tutti nella stessa barca e se in un qualche modo ti ho urtato ti chiedo scusa, ma non voglio offendere nessuno, ho solo espresso opinioni in base alle mie esperienze, al mio vissuto. Di nuovo ogni bene. Ciao!

  17. Mi reinserisco solo oggi in questa conversazione, che a mio avviso è davvero significativa soprattutto perchè, sotto le parole ed i concetti (solo apparentemente) astratti ci sono storie, ci sono persone con le loro speranze, le loro passioni, i loro errori e le loro delusioni!
    Nessuno qui credo abbia la ricetta pronta all’uso, ma quello che traspare da molte delle vostre riflessioni è che solo la fiducia è l’energia che può smuovere le cose intorno a noi, facendo muovere noi!
    Certo questa energia va incanalata in una direzione ben precisa che, come dice Maria, tende a coincidere (caso strano) con le proprie passioni e inclinazioni personali!
    Insomma, è più difficile trovare un lavoro qualsiasi che non IL proprio lavoro, sia perchè lì possiamo spendere qualcosa di unico e di originale, sia perchè, in extremis, lì in quel campo il lavoro ce lo possiamo creare, costruire, inventare!
    Come ho scritto nell’ultimo articolo (http://www.coachlavoro.com/2012/12/ripartire-dalle-idee/) dobbiamo ripartire dalle nostre idee, che nascono prima di tutto dalla conoscenza di noi stessi, ed anche dalla conoscenza del nostro settore di competenza, del target a cui ci rivolgiamo, e che poi si sviluppano grazie ad una visione di una soluzione, che certamente va verificata, testata, sperimentata, per vedere se poi funziona!
    Conoscenza e azione, fiducia e sperimentazione, questa è la chiave!

  18. Ciao, il rischio non e’ per tutti.
    Il rischio e’ per chi ha carattere, intraprendenza, il desiderio di ottenere veramente qualcosa nella vita.
    Rischiare e’ sacrificio, e’ vivere momenti di incertezze che possono durare molto tempo, e’ la forza di andare avanti per concretizzare qualcosa in cui crediamo veramente.
    Quando rischi devi ripetere a te stesso piu’ volte durante il giorno NON AVERE PAURA.
    E’ la paura che blocca il coraggio di rischiare.
    Ci sono due categorie di persone: quelli che guardano gli altri fare e quelli che fanno.
    Quelli che fanno potranno fallire, riprovarci, vincere, accettare nuove sfide e sono quelli che vivono veramente.
    Quelli che guardano gli altri sopravvivono, criticano, invidiano.
    Io mi sono messo sempre in gioco, anche in momenti di crisi, rischiando, cercando sempre di migliorarmi, a volte vinco, a volte no, ma sono libero, sono padrone di me stesso, e non tornerei mai indietro.
    Cercate la vostra strada, e fate in modo di ottenere quello che volete, allontanando la paura e i perdenti.

    Un saluto.

    Francesco

  19. Ciao Francesco,
    grazie per il tuo messaggio di energia e speranza: in questo momento ne abbiamo davvero bisogno!
    Sono d’accordo con te: la paura e la sfiducia bloccano più di qualunque ostacolo esterno!

    Concludo con questo aforisma che mi piace molto: I vincenti trovano una strada…i perdenti, una scusa.

    In bocca al lupo!

  20. ciao a tutti,
    sono capitata su questo sito per caso.
    ma sono in una situazione di transizione anche io, con un milione di dubbi e incertezze e tanti momenti di scoraggiamento.
    non raramente mi trovo a pensare che non ce la faro’ ma non voglio tornare alla vita di prima quindi ho intenzione di continuare quello che ho iniziato.
    ero infermiera con un lavoro ovviamente sicurissimo. uno dei pochi lavori oggi sicuri. con contratto a tempo indeterminato.
    ho fatto questo lavoro per 15 anni, compresi i tre di studi.
    l’ho fatto bene e con senso di responsabilità e ho imparato molto. ma non ho mai voluto fare quel lavoro. l’avevo capito già dal secondo anno di università.
    ci ho messo molti anni a decidermi di lasciarlo e il passo l’ho fatto un anno fa. mi ha sempre aiutato molto il sostegno/incoraggiamento dei miei genitori e di chi mi vuol bene.
    non avevo pianificato niente. sono stata un po’ incosciente ma forse è stato meglio perché se avessi saputo quelli che avrei passato, forse non avrei fatto nulla.
    il mio sogno… vivere dipingendo e disegnando.
    sapevo il francese e sapevo che la francia investe in arte e cultura percio’ sono venuta a parigi per un po’ senza conoscere la città né avere un alloggio né conoscevo nessuno.
    un tetto sulla testa sono sempre riuscita ad averlo, ho fatto delle bellissime amicizie e ho fatto diverse mostre e ho venduto. e per natale uscirà il mio libro illustrato da me.
    questi risultati dopo solo un anno dal cambiamento mi fanno sentire che ce la faro’ ma ora dopo un anno sono consapevole che non posso vivere presto di questo.
    mi mantengo con grossi sacrifici grazie a quello che ho guadagnato vendendo i miei lavori e grazie all’affitto del mio appartamento in italia e un piccolo aiuto dei miei genitori.
    devo tanto anche agli amici; ho incontrato persone generose che mi aiutano e mi offrono spesso la cena o mi pagano il biglietto per un museo o altre attività.
    non voglio più fare il lavoro di prima e non ho altri titoli di studio.
    ma ora conosco un po’ meglio le mie capacità e me stessa.
    percio’ continuero’.
    in questi giorni ho capito che devo cercare un’attività in più che mi consenta di guadagnare presto. perché potrebbero volerci anni prima che io ce la faccia come “artista”.
    ci sono anche altri lavori che mi piacerebbe fare
    ieri una mia amica mi diceva che sta avviando un’attività sua di vendita vino e mi ha chiesto se potevamo farlo insieme. ecco. un’opportunità. perché non provare?
    magari fra qualche mese potro’ dirvi che ora finalmente sono autonoma economicamente e faccio qualcosa che mi piace. speriamo!!
    Annapia

  21. Ciao Annapia!
    Grazie per averci raccontato la tua storia!!! hai avuto il coraggio di rischiare e di mollare tutto…non è da tutti….e non è neppure facile come testimoni tu stessa….le difficoltà ci sono ma in cambio stai facendo preziosissime esperienze, allargando i tuoi contatti e sperimentando nuove attività!
    Ti faccio tanti sinceri auguri perchè il lavoro che fai con passione possa crescere e perchè tu possa incontrare nuove opportunità sul tuo cammino!

  22. La risposta di Annapia è davvero motivante.
    Anche io ho dovuto prendere una scelta e sebbene sia giovane e da poco uscita dall’università, anche io sono stata divisa in questi giorni fra la paura di rischiare e il torpore di una tranquillità in cui però continuerei ad annoiarmi e restar lontana da me stessa e da quello in cui credo.
    Alla fine mi sono detta: provaci, il momento è ora.

    La paura comunque non svanisce, ma le testimonianze dei successi di chi si è buttato danno un’enorme forza.
    A me è già capitato più volte di buttarmi e di rischiare e devo dire la verità che alla fine il mio coraggio è sempre stato ripagato.
    Ma questo non impedisce alla paura di ripresentarsi alla tua porta ogni volta, come fosse la prima.

    Rischiare o non rischiare, alla fine l’importante è prendere da soli la decisione, ascoltando gli altri si, ma non facendo proprie paure altrui.
    Ogni successo ed ogni insuccesso dovrebbe poter essere attribuito alla nostra volontà.

    In bocca al lupo Annapia, sono sicura che prenderai quota.
    Il volo l’hai già spiccato ed era la parte più difficile!

  23. Ciao Ondina e grazie per la tua testimonianza!
    Nella maggior parte delle volte nel nostro cuore sappiamo bene quale sia la scelta giusta per noi, ma la paura nostra o ancora peggio quella degli altri ci frena e ci blocca.
    Il coraggio non è agire SENZA paura ma NONOSTANTE la paura!
    Ascoltando quella voce che ci dice: Provaci, il momento è ora!

    In bocca al lupo anche a te Ondina!

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