Riconoscere e sviluppare i propri talenti per avere successo

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talentiNell’epoca dei cosiddetti talent show, la caccia al talento è diventata un’attività molto diffusa sui media. Agguerriti concorrenti competono tra loro fino all’ultima performance per dimostrare di possedere il fatidico “fattore X”. Cuochi o cantanti, ballerini o cabarettisti, solo uno su mille ce la fa a realizzare il proprio sogno…e tutti gli altri? Non avevano “talenti”? E quindi, che cos’è che fa davvero la differenza  nella “scalata al successo”?

Per rispondere a questo domande ritengo sia utile per prima cosa riflettere sulla natura del talento e sulle reali opportunità che ci sono per poterlo valorizzare.

Se guardiamo i talent show o semplicemente chiediamo l’opinione della gente, di solito le convinzioni che emergono sono le seguenti:

a) Il talento o ce l’hai o non ce l’hai: si tratta di una dote “speciale” che è appannaggio di pochi privilegiati, una fortuna  che ci si porta dietro fin dalla nascita, o meglio, ancora prima, nel momento in cui si forma il corredo genetico. Chi nasce con la “camicia”, o meglio con il “gene  fortunato”, con poco sforzo raggiungerà i risultati, tutti gli altri, per quanto si possano e vogliano impegnare non potranno mai arrivare allo stesso livello.

b) Il talento o hai la possibilità di manifestarlo oppure non ti serve a niente:  se le nostre qualità non vengono riconosciute dall’esterno, soprattutto da chi conta, non ci portano alcun vantaggio. Farsi largo è molto difficile quindi a meno che non si abbia un colpo di fortuna (o qualche santo in paradiso), il talento può restare inespresso e inutilizzato.

c) L’occasione di provare il proprio talento capita una volta sola nella vita: se si perde un treno difficilmente ne passerà un altro e quindi meglio rassegnarsi ad una vita da invisibili. Probabilmente la maggior parte dei candidati ad un talent show dopo essere stati bocciati la prima volta al provino non proveranno una seconda volta ma ripiegheranno nelle loro vite e nei loro lavori “normali”.

d) Il talento va scoperto in tenera età, altrimenti è troppo tardi: ha la possibilità di lavorare con il proprio talento soprattutto chi riesce a seguire la sua specifica inclinazione in tenera età o comunque in gioventù (pensiamo ad esempio ai piccoli pianisti, magari figli di musicisti, oppure i nuotatori che iniziano a fare agonismo sin da bambini). Se no, una volta intrapreso un percorso di studi o di lavoro non allineato con il proprio talento, una volta che si è sbagliata la strada (per responsabilità nostre o di chi non ha saputo guidarci) non si può più tornare indietro perché nessuno ci prenderebbe in considerazione. 

e) Il “successo” è alla portata solo di chi ha talento (a parte i “raccomandati”): le persone normali per quanto si impegnino non potranno mai raggiungere livelli di eccellenza per cui si devono accontentare a restare sotto il palco vivendo e lavorando senza infamia e senza lode.

 

Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così?

Il nostro successo e la nostra realizzazione personale/professionale dipendono esclusivamente dai geni che ereditiamo, dall’ambiente che frequentiamo, dalle occasioni che ci capitano, ossia da fattori al di fuori del nostro controllo?

Come abbiamo evidenziato in un altro articolo, se leggiamo le storie delle persone di successo, ci rendiamo conto che la loro principale risorsa non è stata solo e soltanto il talento “innato”. Raccontano piuttosto di aver dedicato energia, tempo ed impegno a scoprire e trovare quello che volevano, di aver avuto fiducia in sé stessi e nel loro obiettivo, di essere stati determinati di fronte agli ostacoli e alle avversità.

Alcuni di loro hanno avuto all’inizio del loro percorso uno sponsor, qualcuno che ha creduto in loro o un talent scout che ha scoperto il loro “talento”, ma altri invece sono stati fortemente scoraggiati da persone riconosciute come esperte nel proprio settore. Ad esempio a J.B. Gordon, Nobel per la Medicina 2012, il professore di Biologia del college disse che le sue ambizioni di diventare scienziato erano “ridicole” e che non avrebbe avuto “nessuna possibilità” di successo!

Diverse ricerche scientifiche dimostrano che la forza di volontà, l’impegno e la perseveranza contano quanto se non addirittura in misura maggiore rispetto al talento stesso. Se chiediamo a sportivi di tutte le discipline che cosa li ha portati sul podio, risponderanno esattamente gli stessi elementi.

Quindi è chiaro che il talento da solo non basta, ma un “qualcosa in più” degli altri bisognerà pur averlo, o no?

Possiamo dire che il talento è una “dote” particolare che ci portiamo dietro fin dalla nascita, un’attitudine, un’inclinazione che ci rende “naturalmente” bravi nel fare qualcosa, mentre la capacità si acquisisce nel tempo grazie alle esperienze che facciamo e che ci consente di mettere in atto determinati comportamenti e di raggiugere determinati risultati.

Lo sviluppo delle capacità è sicuramente favorita dal nostro corredo genetico, ma il nostro cervello è talmente plastico, (soprattutto nelle prime fasi di vita, ma non solo) che possiamo potenzialmente apprendere qualunque cosa. Il talento quindi rappresenta una “via privilegiata” di sviluppo per noi, una potenzialità da scoprire e accrescere con l’impegno e l’allenamento per essere poi trasformata in capacità e quindi in competenza.

Come scrive Tom Rath in StrengthFinder, la Forza è il prodotto del Talento per l’ Investimento, dove Forza è la capacità di produrre risultati in modo costante e quasi perfetto, Talento è una maniera naturale e spontanea di manifestarsi e Investimento è lo studio e la pratica del talento stesso.

Finora abbiamo parlato di talento sempre al “singolare”, come se ci fosse un unico “X factor”, ma se guardiamo nel dettaglio ci renderemo conto che è composto da più fattori, più talenti insieme: è la loro combinazione a fare la differenza! Ciascuno di noi possiede un mix unico rispetto agli altri, quindi non è corretto dire che qualcuno ha più talento di un altro, ma piuttosto un talento diverso.

Come insegna anche la parabola dei talenti , non conta se ne abbiamo uno, due o cinque, l’importante è scoprirli e non avere paura di “investirli”, di metterli in campo, di avere il coraggio di credere in noi stessi.

Se riusciamo a farlo, le occasioni capiteranno, oppure saremo noi stessi a crearle. Non c’è bisogno di partecipare ad un talent show, ogni giorno è un’opportunità per manifestare e accrescere il nostro potenziale.

Seneca scrisse: “Non esiste la fortuna, esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione”.

 

8 thoughts

  1. Ciao a Tutti io mi chiamo Osvaldo Ardenghi sono un comico e secondo il mio grande maestro e amico Enzo Jannacci che era sicuramente un intenditore e scopritore di talenti io sono un talento sia nella comicità e nella recitazione, ma il maestro diceva che quelli bravi non li fanno lavorare, in compenso in più di una occasione in alcuni programmi televisivi mi rubavano le battute quindi?
    Siamo sicuri che basta solo il talento e non le raccomandazioni?

  2. Ciao Osvaldo, piacere di conoscerti, ti ringrazio per questo tuo commento che richiama un po’ la convinzione (b) che ho indicato nell’articolo, secondo la quale: “Se le nostre qualità non vengono riconosciute dall’esterno, soprattutto da chi conta, non ci portano alcun vantaggio. Farsi largo è molto difficile quindi a meno che non si abbia un colpo di fortuna (o qualche santo in paradiso), il talento può restare inespresso e inutilizzato”.
    Come dici tu, il talento da solo non basta, servono anche altri fattori.
    Ma qui sta il punto: questi fattori dipendono da noi o no? li possiamo controllare o no?
    La risposta dipende dal nostro modo di percepire la realtà: siamo attori o spettatori, attivi o passivi?
    “I bravi non li fanno lavorare” e altre espressioni simili hanno come soggetto gli altri (che fanno o non fanno che ci accettano o meno). E l’io, che fine fa? in questa visione non può che subire e soffrire per un mondo ingiusto di raccomandati. Attenzione, non sto dicendo che queste cose non esistano, lo sappiamo bene, ma ciò che conta è come noi le percepiamo e come ci rapportiamo ad esse.
    Se usciamo fuori da una logica vittimistica non solo soffriamo di meno, ma abbiamo decisamente più possibilità di trovare nuove strade o alternative. Solo per farti un esempio, molti sono diventati famosi non tramite i canali tradizionali ma con il web…
    Grazie per il tuo contributo e a presto

  3. Riporto qui le parole della mail che ho ricevuto da Antonio che di professione fa il formatore:

    “Io lavoro da molto tempo in campo aeronautico e penso che l’atteggiamento positivo sia l’unico che abbia un valore evolutivo. Mi occupo di formazione in vari ambiti e devo dire che questo è il mio mondo.
    Vedo molte persone intorno a noi sono scoraggiate, deluse, depresse e di conseguenza inerti, perchè fondamentalmente hanno una grande paura di perdere quello che hanno, indipendentemente da quanto hanno e da quanto potrebbero migliorare.
    Credo che questa sia un’area su cui lavorare nella formazione, perchè credo sia figlia di un’errata concezione dell’educazione che porta le persone a fare per avere e non per essere. Ma, come diceva Confucio: Il miglioramento è un fine, non un mezzo.
    (….)
    Mio padre diceva che con il suo stipendio arrivava tranquillamente a fine mese. E’ che i problemi iniziavano dall’1 al 27. Eppure i miei genitori sono riusciti a tirare su due figli ai quali non è mai mancato nulla, che hanno studiato, hanno fatto carriera, hanno una vita serena.
    Eppure, sebbene io stia cento volte meglio di mio padre, mio figlio non avrà molte probabilità di stare cento volte meglio di me, soprattutto nel nostro Paese oggi.
    Questo è il secondo Paese europeo per emigrazione. Se poi vogliamo contabilizzare le teste che escono e non le braccia, è il primo Paese.

    Ecco, per chi fa formazione in Italia oggi, credo che la sfida sia proprio quella di orientare le persone ad essere dei disadattati, a essere polemici, a mettere in discussione lo status quo, perchè solo dai devianti può venire fuori il cambiamento che renderà l’Italia un Paese normale. Siamo in un periodo di grande cambiamento che vuol dire una fase selettiva dove il più adatto sopravviverà. I cinesi hanno un’ideogramma per crisi che sta per ostacolo oppure opportunità. Questa crisi vedrà vincenti i devianti, gli alternativi, coloro che in questo sistema che sta andando a fondo nelle sabbie mobili non si sono mai rassegnati e non si sono adeguati al resto.

    O le teste le formiamo qui, oppure dobbiamo aspettare che vadano all’estero, metabolizzino il modo di vita, le usanze, la mentalità dei Paesi civili e una volta tornati qui cominceranno il percorso di cambiamento culturale che è necessario per invertire la rotta.

  4. fiducia in sé stessi e nel loro obiettivo, di essere stati determinati di fronte agli ostacoli e alle avversità. Trovo che la chiave di tutto sià la propria fiducia e condivido che bisogna superare gli ostacoli e le avversità perchè sono quelli i passi da cui impari di piu:-)

  5. Sono assolutamente d’accordo Salvatore, la fiducia in sè e la convinzione di essere capaci di (autoefficacia personale) sono, anche secondo le ricerche di psicologia, delle variabili determinanti per mettere a frutto i propri talenti, sviluppare competenze, ottenere risultati!

  6. Sono un infermiera, con molte capacità ma non riesco a fare carriera. Mi rendo conto che sono avanti anni luce a molti miei superiori. Aiutatemi mi sento incastrata.
    Marianna

  7. Marianna, ti propongo di confrontarci direttamente sulle tue difficoltà fissando un colloquio gratuito con me, via telefono o skype.
    Insieme capiremo quali sono gli ostacoli che ti bloccano e quali strategie e risorse puoi attivare per valorizzarti come meriti.

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