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wwworkers camp @BolognaUna storia, si dice, vale più di mille parole…E quanto valgono allo le 60 storie di lavoratori della rete che si sono raccontati durante il WWWorkers camp di Bologna (tra le quali c’era anche la storia di Coach Lavoro)? Per non parlare delle altre 2mila e più storie raccolte negli ultimi 3 anni dai giornalisti Giampaolo Colletti e Luca Tremolada.

Si tratta di storie di liberi professionisti, freelance, artigiani che hanno utilizzato la rete per vendere online e posizionarsi, storie di piccoli imprenditori che hanno deciso di internazionalizzare la loro azienda grazie alle nuove tecnologie.

La Internet Economy pesa in Italia solo il 2% del Pil (contro un valore tra il 4% e il 7% dei paesi europei) ed in 15 anni ha creato, secondo gli studi di Confindustria, 700mila posti di lavoro.

Si potrebbe dire che sono pochi, rispetto al numero delle aziende che chiudono in un giorno e dei lavoratori licenziati, cassintegrati e in mobilità. Assolutamente sì,  se guardiamo meramente ai numeri…

Eppure c’è qualcosa di più che traspare da queste persone che si sono create un lavoro online, in un periodo di piena crisi economica: c’è l’intraprendenza, la voglia di fare e di cambiare, la determinazione e soprattutto c’è la speranza di cui siamo davvero affamati in questo momento!

Non solo, questi piccoli imprenditori o lavoratori autonomi che lavorano con e dentro la rete, spesso iniziano da soli o insieme ad un amico o familiare, per poi allargare la propria attività attivando più collaborazioni.

Pensiamo ad esempio a GialloZafferano, uno dei più noti portali dedicati agli amanti della cucina, nella cui redazione ora lavorano circa 20 persone, oppure, sempre restando in ambito alimentare, a laZazie che produce preparati a base di frutta e verdura fresche: sta per aprire un secondo negozio a Bologna e sogna di aprirne altri in diverse città italiane

 

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

Purtroppo lo scenario economico ed il mercato del lavoro in Italia non danno segnali di ripresa e sappiamo bene che qualunque riforma per quanto illuminata (…) possa essere avrà bisogno di tempo per andare a regime. Quindi  piuttosto che aspettare che il carrozzone si muova, è possibile salire sul super treno di internet che va davvero veloce!

In Italia, chissà come mai, siamo sempre più lenti rispetto agli altri Paesi nel cambiamento, nell’adozione delle nuove tecnologie e ancora prima nella cultura dell’innovazione. Perché, lo sappiamo, qualunque cambiamento prima di poter essere realizzato deve essere pensato, immaginato, creduto nella mente di qualcuno…o di più di uno!

Il punto è che è facile (per quanto giusto e sacrosanto) dire che la società, la cultura, la politica, la burocrazia, ecc., dovrebbero cambiare, aprirsi, innovarsi per facilitare la nascita di nuove realtà imprenditoriali...

Ma quanto è difficile invece guardare in faccia noi stessi e decidere davvero di cambiare, abbandonare le nostre paure e le nostre giustificazioni, superare le nostre resistenze, creare una nuova idea e poi impegnarci per realizzarla!

Quanto restiamo ancorati ad una vecchia visione di noi stessi, oltre che del lavoro? Quanta fatica facciamo a lanciarci o a rischiare? Quanto tempo passiamo a rimuginare senza fare?

E queste difficoltà, questi vizi nostri, non sono forse (amplificati e complicati), le stesse che vediamo nella società, nella politica, nell’industria? Quante opportunità vengono perse restando fermi, bloccati, arenati nello status quo?

Ecco allora che le storie di questi lavoratori della rete ampliano il nostro ristretto campo visivo, ci testimoniano che possono essere percorse nuove strade che possono essere raggiunti risultati importanti se si unisce una passione ad una competenza, una competenza ad un’idea, un’idea ad un’azione ed un’azione…ad una connessione internet!

Certo che i risultati non sono immediati! Come si dice, “Roma non fu costruita in un giorno“…e neppure un mese o un anno. Però è anche vero che se mai si inizia, mai si vedranno i risultati, che invece si producono lavorando giorno dopo giorno, posando mattone su mattone, post dopo post, contatto dopo contatto…

Un viaggio di mille miglia inizia sempre con il primo passo” (Lao Tzu)

 

Per approfondire:

Leggi l’articolo di Luca Tremolada sul Sole 24ore e guarda i video del canale dei wwworkers.

 

saltare gli ostacoli e i limitiNella ricerca di nuove opportunità di lavoro così come di un’idea  per avviare un’attività in proprio, attraversiamo un vero e proprio percorso ad ostacoli.

Non solo dobbiamo affrontare le difficoltà “oggettive” che troviamo nella pratica operativa, come ad esempio quella di trovare un annuncio in linea con il nostro profilo oppure quello di raccogliere informazioni utili nella giungla della burocrazia,  ma soprattutto  dobbiamo andare contro i nostri dubbi, alimentati dalla visione limitante e pessimistica delle persone che ci stanno intorno.

Ascoltare le notizie che provengono dai media o le previsioni statistiche non fa altro che indurci allo sconforto e all’impotenza: la situazione generale è talmente grave che non è possibile fare nulla per cambiarla. I messaggi che ci vengono comunicati sono più o meno di questo tenore: “Noi siamo vittime di questo sistema che non possiamo fare altro che subire. Ogni tentativo di riscatto, ogni speranza di farcela è una pura illusione. Non c’è nulla di sicuro. Tanto vale rimanere dove si è e non provarci neppure“.

Questo è di fatto il lietmotiv che giorno dopo giorno arriva alle nostre orecchie e le voci fuori dal coro sono praticamente inesistenti!

Molte persone che mi contattano mi raccontano di come le persone che hanno intorno (spesso i genitori, il partner, ecc) non facciano altro che scoraggiarle e dissuaderle dal tentare qualcosa di nuovo o di diverso dal conosciuto.

Di solito i messaggi che riceviamo possono essere ricondotti sotto due grandi “cappelli”:

1) Non è possibile (in generale): Cambiare lavoro, trovare un’occupazione soddisfacente, vivere delle proprie passioni, realizzare un progetto, è pura illusione. Se qualcuno ci riesce si tratta di un’isolata eccezione, di una persona “fortunata” o che semplicemente aveva già le risorse per farlo. In tutti gli altri casi si parla di una “missione impossibile”, specie di questi tempi.

2) Non è possibile per te: In questo caso il limite non è rappresentato tanto dal contesto esterno (che comunque ha un peso) ma dalle capacità della persona stessa. “Ma dove vai? Cosa credi di fare? Tieni i piedi per terra!”: queste sono le parole che spesso vengono pronunciate proprio da chi dovrebbe avere più fiducia in noi,  i nostri familiari o amici più stretti. Ci vengono ricordati i nostri limiti, i nostri insuccessi, la condizione già di per sè non facile in cui ci troviamo, per scoraggiarci dall’ottenere quello che si dà per certo sarà un fallimento conclamato.

In entrambi i casi, questi messaggi non vengono inviati con l’intento di nuocere, ma piuttosto per proteggerci da un potenziale “pericolo”. Questo ad esempio è tipico dei genitori, solitamente ansiosi e iperprotettivi, che spesso deviano le naturali inclinazioni dei figli, costringendoli a scegliere percorsi di studi non consoni alle loro attitudini e aspirazioni.

Inoltre queste persone “scoraggianti”, al di sotto delle loro paure, hanno anche  delle convinzioni radicate, frutto degli “insegnamenti” del passato che inconsciamente vogliono riconfermare. Chi va fuori dagli schemi è percepito come un folle o come un individuo “minaccioso”, perché rischia di stravolgere dei punti fissi che, anche se bloccano, allo stesso tempo danno sicurezza.

 

Il punto è questo: Chi ci dice che questi schemi siano ancora validi? E che lo siano per noi?

E poi, perché permettiamo agli altri di condizionarci? Di dirci cosa possiamo o non possiamo fare?

E soprattutto, chi altro può decidere della nostra vita se non noi stessi?!

Stiamo dando per scontato che altri abbiano la “verità” e che per fare una scelta questa debba essere approvata da altri!

E allora, sta a noi decidere di seguire questi messaggi, oppure ascoltarli per poi farceli scivolare addosso e andare dritti per la nostra strada.

 

Come non farsi condizionare

Se è vero che siamo sempre influenzati da ciò che ci circonda, è altrettanto vero che possiamo scegliere da cosa farci influenzare! Ecco come:

a) Cercare un antidoto “collettivo”: circondiamoci di persone che condividono la nostra ricerca, le fatiche…e la voglia di farcela. Per questo è utile frequentare una community, un gruppo di pari, partecipare a convegni in cui si tratta di questi temi, che possono non solo fornirci informazioni utili, ma soprattutto trasmetterci fiducia, speranza, ottimismo. (Per questo, tenete sempre d’occhio i FormAperitivi!)

2) Leggere storie di chi “ce l’ha fatta” rappresenta un vero e proprio toccasana per il pessimismo. Storie vere di chi ha superato gli stessi nostri ostacoli ed ha realizzato il suo obiettivo. Se ne trovano ben 50 sul libro dei “Wwworkers di Giampaolo Colletti, ad esempio, ma anche su altri testi come “Ho cambiato vita” di Serena Zoli oppure il recente “Come lasciare tutto e cambiare vita” di Alessandro Castagna e ultimo (ma non per importanza), il libro di Riccardo Luna “Cambiamo tutto – La rivoluzione degli innovatori”.

3) Iniziare a fare: anche una goccia può riuscire a scavare una roccia, bisogna far partire la prima goccia, fare degli esperimenti anche in piccolo, che ci consentono di saggiare la nostra idea…e soprattutto di mettere alla prova noi stessi, rafforzando le nostre sicurezze e allenando le nostre capacità. Il mondo attuale è sicuramente complesso e “critico”, ma allo stesso ha in sè opportunità prima inimmaginabili, come quelle offerte da internet.

Come scrive Peter O’Connor  “Non perdere mai la speranza nell’inseguire i tuoi Sogni, perché c’e’ un’unica creatura che può fermarti, e quella creatura sei tu…..L’unico responsabile del tuo successo o del tuo fallimento sei tu, ricordalo!
La libertà e’ una scelta che soltanto tu puoi fare: tu sei legata soltanto dalle catene delle tue paure.
Non e’ mai una vera tragedia provare e fallire, perché prima o poi si impara, la tragedia e’ non provarci nemmeno per paura di fallire.
Mentre noi possiamo orientare le nostre mosse verso un obiettivo comune, ognuno di noi deve trovare la sua strada, perché le risposte non possono essere trovate seguendo le orme di un’altra persona…
Se tu puoi compiere grandi cose quando gli altri credono in te, immagina ciò che puoi raggiungere quando sei tu a credere in te stesso.”

Couple Working Together at HomeQuesta è una domanda che molti mi pongono, tra speranza e disillusione…

Se dessi una risposta positiva ed entusiasta, come mi verrebbe naturale fare, sarebbe facile replicare che in realtà si tratta solo di un lusso che in pochi si possono permettere, ossia solo chi ha un patrimonio su cui puntare, non ha famiglia da mantenere né tantomeno un mutuo da pagare…

Ma se dicessi che lavorare con la propria passione è impossibile, negherei la mia stessa esperienza di CoachLavoro e quella di tanti wwworkers come me!

Chi sono i wwworkers?

Ne avevamo già parlato a marzo 2011, a poca distanza dall’uscita dell’omonimo libro di Giampaolo Colletti, giornalista, collaboratore del Sole24ore, che ha coniato il termine per definire i world wide workers, i nuovi lavoratori della rete.

Non sono alieni, non sono geni, non sono eroi, ma persone comuni di tutte le età e di varie estrazioni sociali, che hanno deciso di puntare su sé stessi, crearsi una propria attività e aprirla al mondo tramite il web. Sognatori assolutamente realisti, hanno scelto di aprire un business online dopo attenta riflessione su sé stessi prima ancora che sul mercato esterno.

Tramite il web promuovono i propri servizi, come fanno coach (ebbene sì, ci sono anche io tra i wwworkers!), consulenti, personal trainer, wedding planner, editori o copywriter, oppure vendono i loro prodotti, che possono essere enogastronomici (formaggi, pane, vino), artigianali (borse, gioielli) o di altro tipo (dai giochi per bambini ai manti erbosi…).

Di solito lavorano da casa propria e, differentemente da quanto si potrebbe pensare, sono impegnati più delle classiche 8 ore al giorno in ufficio, ma riescono a lavorare meglio perchè gestiscono i propri tempi con flessibilità.

 

I wwworkers sono gli esempi viventi di quanto abbiamo scritto nel precedente articolo, sulla nuova tipologia di “lavoratori”. Infatti, per quanto questo sia ancora un fenomeno poco visibile, in occidente la natura del lavoro si sta evolvendo, trasformandosi in un “lavoro creativo, nel senso che crea qualcosa di nuovo, un lavoro emozionale e originale, un lavoro che ci realizza perché realizza qualcosa che ha un senso, uno scopo”.

Colletti definisce i lavoratori della rete “appassionati, visionari, intraprendenti e fantasiosi”: sicuramente sono persone che ci hanno creduto e che continuano a crederci. Ma questo non li ha esentati  (prima) e non li esenta (poi) da dubbi, difficoltà e fatiche. Alcuni sono riusciti nel tempo a far crescere il business, altri sono ancora nella fase di start-up, ma tutti continuano ad andare avanti, senza mai voltarsi indietro.

 

Cosa spinge a diventare wwworkers?

L’idea nasce nella maggior parte dei casi dalla ricerca di una soluzione di fronte ad una una necessità, dettata da un licenziamento, dalla precarietà oppure dalla maternità.

Per molti altri invece il lavoro continua ad esserci, ma rende insoddisfatti, compressi, svuotati. Per uscire da quella che ormai è diventata una prigione si cerca un’alternativa, ripescando dalle proprie passioni, dai propri interessi e dalle proprie capacità e talenti personali.

Comunque, sia che si tratti di necessità o di libera scelta, la decisione di mettersi in proprio non è mai istintiva ed improvvisa (questa sì, è un’illusione!), ma è frutto di un percorso interiore, che può durare anche molto tempo, che poi un bel giorno viene messo su carta per essere concretizzato. Un vago desiderio diventa così un piano con attività, tempi e costi, che si mette in atto giorno dopo giorno.

Chi un lavoro ce l’ha deve per forza di cose pianificare una exit strategy, ossia un processo graduale di allontanamento dalla sua situazione attuale: utilizza tutto il tempo libero a disposizione per costruire, mattone dopo mattone, il proprio progetto, e nel frattempo raccoglie i soldi che serviranno nella fase di start-up.

Chi un lavoro non ce l’ha, ha meno budget a disposizione ma ha tutto il tempo e l’energia da dedicare alla creazione del proprio business, che spesso inizia molto in piccolo per poi crescere e svilupparsi gradualmente, grazie ad un costante lavoro di cura dei propri utenti/clienti (o potenziali tali) e di promozione della propria attività.

Quindi possiamo dire che tutti possono diventare wwworker… se si ha una profonda motivazione, una forte voglia di cambiare, un grande sogno da realizzare o anche semplicemente una piccola idea in cui credere.

PersonalitàIl nostro modo abituale di pensare, sentire e agire,  in una parola, la nostra personalità è qualcosa che portiamo sempre con noi sia nella vita personale che sul lavoro.

In ogni nostra interazione con noi stessi (pensieri, emozioni), con gli altri (amici, colleghi, selezionatori) e con il mondo (le situazioni che viviamo, l’ambiente di lavoro, la società) siamo caratterizzati da un certo “stile” unico e riconoscibile.

Immaginiamo di far vivere per un giorno la nostra vita a qualcun altro: come percepirebbe gli eventi? Come si comporterebbe? Molto probabilmente vedrebbe e farebbe qualcosa di diverso da noi, ottenendo risultati differenti! Questo significa che ciò che viviamo ed otteniamo (o meno) non dipendono tanto dal contesto esterno, ma da come noi ci approcciamo e reagiamo ad esso!

Il modo in cui ci comportiamo, quello che facciamo o creiamo, con la nostra mente o con le nostre mani, rappresentano il riflesso di ciò che siamo.

E a sua volta la nostra personalità è frutto del nostro patrimonio genetico, dell’ambiente in cui siamo cresciuti, dei modelli che abbiamo avuto e infine, secondo la teoria  dello Psicologo James Hillman, anche da quel nucleo di identità, l’”anima” che portiamo con noi fin dalla nascita.

 

Questo significa quindi che il nostro modo di essere è predeterminato?

Su questo punto le ricerche psicologiche si dividono perchè per alcuni la nostra personalità è stabile ed immutabile, ma l’approccio che ottiene maggiori riscontri è quello secondo cui  essa si evolve nel corso della vita, in base alle nostre scelte, esperienze e agli insegnamenti che siamo in grado di trarne.

Se è vero che abbiamo il nostro “marchio di fabbrica”, è altrettanto vero che non possiamo trincerarci sempre dietro un “sono fatto così”!

Un recente studio condotto su più di 8000 persone conferma che la personalità può cambiare nel tempo, portando con sé effetti significativi sul benessere e la soddisfazione che proviamo nella nostra vita.

Quindi se vogliamo migliorare la nostra vita dobbiamo iniziare a cambiare quell’aspetto del nostro modo di pensare, sentire e agire che ci sta impedendo di ottenere ciò  che desideriamo!

 

Che cosa possiamo fare per migliorare noi stessi?

Conoscerci: come abbiamo scritto più volte, la base di ogni crescita personale e professionale è costituita dalla conoscenza di noi stessi. Essendo consapevoli di chi siamo, di quali sono i nostri punti di forza e di debolezza sapremo su cosa fare leva per evolverci. Non partiamo mai da zero, ma abbiamo sempre dentro di noi delle risorse a cui attingere per raggiungere i nostri obiettivi.

Sperimentarci: per cambiare l’introspezione non basta, bisogna agire! Possiamo iniziare da una piccola abitudine quotidiana come quella di svegliarci prima la mattina o di leggere per mezz’ora la sera prima di andare a dormire. Sul lavoro possiamo individuare una nuova attività o progetto a cui dedicarci per sviluppare una nuova competenza!

E poi possiamo decidere di andare oltre i nostri limiti, di fare qualcosa mai provata prima, magari semplicemente il contrario di ciò che siamo abituati a fare. Non c’è per forza bisogno di lanciarci nel vuoto, possiamo utilizzare la tecnica dei piccoli passi, concentrandoci sui progressi che facciamo, un passo dopo l’altro! Andando avanti scopriremo che possiamo fare ben di più di ciò che finora abbiamo ritenuto possibile.

Apprendere: la lettura di libri di crescita personale apre i nostri orizzonti, ma ciò che conta poi è mettere in pratica ciò che leggiamo! Per questo il punto precedente risulta veramente “centrale” nel nostro discorso! Da bambini abbiamo imparato a camminare provando e riprovando, e imparando dalle nostre cadute e dai nostri inciampi. Tenere un diario personale può essere davvero utile per riflettere sulle esperienze fatte, per apprezzare i successi ottenuti e i progressi fatti, giorno dopo giorno, e apprendendo dalle sconfitte e dagli errori.

E ricorda sempre: “Per quante buone parole potrai leggere e pronunciare,  quale bene ti arrecheranno se non le metterai in pratica?” (Buddha)

Prendere una decisione importanteNon è stato facile decidere il tema di questo post. E questo mi ha fatto pensare a quanto spesso ci troviamo davanti a piccole scelte quotidiane così come a decisioni che hanno un impatto sulla nostra vita e non sappiamo letteralmente che strada prendere!

Abbiamo già riflettuto su quanto sia rischioso NON rischiare,  eppure questo non cancella la difficoltà di prendere una decisione, soprattutto quelle importanti nella nostra vita come scegliere un percorso di studi, sposarsi, licenziarsi, cambiare lavoro, avviare un’attività in proprio, ecc…

 

Quali sono i fattori che rendono così difficili le nostre scelte?

1) Avere troppe alternative: mentre le scelte obbligate, per quanto gravose possano essere, sono “facili” da prendere, quando abbiamo diverse opzioni tra cui scegliere, la nostra mente va in confusione, sia a causa di un eccesso di informazioni, sia della mancanza di criteri chiari e univoci su cui valutare ciascuna alternativa.

2) Cercare la scelta perfetta: la ricerca del perfezionismo va a braccetto con la paura di sbagliare. Per evitare di commettere un errore, per timore di non essere all’altezza o di non avere ancora abbastanza informazioni, si commette di fatto la scelta peggiore e più “sbagliata”: quella di non scegliere!

3) Usare solo la ragione: la nostra cultura ci ha insegnato il predominio della razionalità sull’emotività! Ma cercare di fondare la nostra scelta esclusivamente su ragionamenti logico-razionali, si rivela poi nei fatti una scelta…illogica! Infatti utilizzare solo l’emisfero sinistro del nostro cervello significa ignorare le emozioni e l’istinto, che sono parte integrante del nostro essere. Escluderli comporta da una parte la perdita di preziose informazioni su noi stessi e sul mondo che ci circonda, che sfuggono alla ragione, dall’altra rischia di essere controproducente nel lungo termine. Ciò che abbiamo rimosso dalla nostra attenzione può ripresentarsi sotto varie forme. Infatti, se scegliamo qualcosa che non vogliamo, prima o poi la abbandoniamo o la sabotiamo inconsciamente!

4) Usare solo le emozioni: Se è vero che fondarsi unicamente su calcoli razionali è limitante e riduttivo, stessa cosa si può dire quando ci affidiamo esclusivamente alle emozioni che, per loro natura, sono mutevoli e instabili. Se il nostro cervello è dotato di due emisferi questo significa che possiamo e dobbiamo usarli entrambi, uno a supporto dell’altro, in modo consapevole e aperto!

5) Esagerare le conseguenze:  ogni scelta ha un effetto sulla nostra vita. Noi tendiamo a prestare tutta la nostra attenzione alle scelte “importanti” per la nostra vita, mentre trascuriamo quelle piccole scelte che compiamo giorno dopo giorno e che di fatto, impercettibilmente cambiano il corso della nostra vita.    Le scelte quotidiane, che prendiamo ormai in automatico perché sono diventate delle abitudini, sono le più pericolose proprio perché non le scegliamo consapevolmente. Quindi se è vero che nessuna scelta va presa con leggerezza è anche vero che non dobbiamo esagerare l’impatto di una singola scelta nella nostra vita! Sono rari i casi in cui la scelta che compiamo è irreversibile. Per quanto possa essere difficile o “scomodo”, c’è sempre spazio per fermarsi, ammettere il proprio “errore” e cambiare strada o aprirne una nuova.

Cosa facciamo quando non sappiamo cosa scegliere

Tutti questi meccanismi che mettiamo in campo, spesso senza rendercene conto, ci  portano a finire in un loop di pensieri che si rincorrono ciclicamente, all’infinito! Riconsideriamo innumerevoli volte le varie opzioni e quando siamo quasi arrivati alla scelta finale…un dubbio atroce ci assale e torniamo nel turbinio dei nostri pensieri! E quindi diventiamo preda delle nostre p….aranoie mentali e non passiamo all’azione, vittime di una sorta di “paralisi”!

A questo punto la situazione si evolve  di solito in due direzioni:

a)  lo “spegnimento“: rinunciamo a prendere la decisione, la accantoniamo in un angolo della nostra mente o la rinviamo a data da destinarsi! In questo modo tamponiamo la situazione disagevole di conflitto interiore, provando una (seppur temporanea e illusoria) sensazione di sollievo. Ma anche decidere di non decidere…è una decisione ed ha le sue conseguenze!

b)  la “follia“: ci tappiamo il naso, copriamo occhi e orecchie….e (magari dopo aver bevuto un goccetto) ci buttiamo “a caso” in una delle alternative, la prima che ci capita davanti, dicendo a noi stessi: “ o la va o la spacca”. La scelta alla cieca è una strategia per toglierci di dosso il peso di una scelta…lanciando una monetina per aria! Peccato che il destino, in ogni caso, porti la nostra firma!

 

Come rendere le nostre Scelte più consapevoli ed efficaci: le 3 S

Per quanto non esista alcuna ricetta per fare la scelta giusta, né tantomeno quella “perfetta”, ci sono 3 ingredienti essenziali che possono guidarci in modo costruttivo:

1) Serenità: Nessuna buona decisione può essere presa con un cattivo stato emotivo! Mentre invece quanto più ci rilassiamo e cerchiamo il nostro equilibrio interiore, quanto più la nostra mente sarà lucida e riuscirà ad ascoltare con attenzione sia le voci interne che quelle esterne, i nostri ragionamenti ed anche le nostre sensazioni. Quando siamo sereni e centrati, i nostri 2 emisferi si integrano in modo armonico. Pensiamo: in che stato eravamo, come ti sentivamo l’ultima volta che abbiamo preso una buona decisione? E quando abbiamo avuto quell’ispirazione?

2) Semplicità: Come abbiamo visto, troppe alternative rischiano solo di confondere. E’ fondamentale riuscire a mettere da parte alcune possibilità per concentrarci sull’essenziale. Inoltre se non sappiamo cosa è più importante per noi, quali sono le 3 cose più importanti per noi in quella specifica situazione, non sapremo neanche dare ordine alle nostre idee. Come metodo di discernimento, c’è chi scrive la lista dei pro e dei contro, e chi arriva addirittura a fare un’analisi SWOT . Sicuramente scrivere, senza filtro tutto ciò che sentiamo e sentiamo, aiuta a chiarire e a mettere ordine nella nostra testa. Infine, rileggere ciò che abbiamo scritto ci serve ad avere quello sguardo attento e distaccato che ci fa cogliere l’essenziale.

3) Sperimentazione: La prova del 9 di ogni nostra scelta  è l’attuazione! Bisogna darsi un tempo per riflettere (senza scadenze imminenti ma neppure aleatorie!) ed uno per agire, per provare, magari in piccolo, magari in un ambiente protetto, ma provare. L’azione ci aiuta ad uscire dai labirinti della nostra mente e a dare consistenza e respiro alle nostre idee. Sperimentando scopriamo veramente se la nostra scelta ci piace, se ha senso per noi, se funziona, se dobbiamo aggiustare il tiro.

Quanto più spesso affrontiamo una scelta, piccola o grande che sia, quanto più diventeremo “allenati” a farlo, imparando ad ascoltare davvero noi stessi, a prenderci le responsabilità e a dirigere consapevolmente la nostra vita.

 

Concludo con questo aforisma del generale Omar Nelson Bradley: “Ci è concessa una sola vita e spetta a noi la decisione di lasciare che le circostanze modellino la nostra esistenza o in alternativa di agire, e così facendo, vivere intensamente.”

 

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Reagire ai cambiamenti

Coach Lavoro gennaio - 31 - 20136 COMMENTI

“La vita è cambiamento e quando non c’è niente che cambia, non c’è niente che vive. Tutto ciò che vive si muove. Il cambiamento pertanto è inevitabile. È la natura della vita stessa.”  Come recita questo aforisma di Neale Donald Walsch e come affermava, 500 anni prima di Cristo, il filosofo greco Eraclito,  “tutto scorre”, tutto cambia continuamente tanto che “nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”.

Eppure, quando arriva qualcosa che, più o meno repentinamente, modifica la nostra vita, altera il nostro status quo, sconvolge i nostri schemi, confligge con le nostre abitudini e destabilizza le nostre certezze, ci sentiamo scossi e proviamo emozioni e sensazioni che vanno dalla sorpresa allo sgomento, dalla paura alla rabbia.

Il paradosso è che pur essendo “naturale” il cambiamento, (quando non è voluto e cercato), arriva inatteso, come un imprevisto.

Le reazioni più comuni e “umane” sono da una parte quella della negazione e della resistenza, dall’altra quella del lamento e della protesta. Nel primo caso non si ha (e non si vuole avere) consapevolezza del cambiamento, della sua natura, delle sue origini e delle sue conseguenze: non si accetta l’accaduto e si cerca di costruire muri per proteggersi. Nel secondo caso la reazione non è di difesa, ma di attacco, che può manifestarsi in forma attiva (ira, protesta, lotta, che può avvenire in solitaria o in gruppo) oppure passiva (discussioni su come si stava meglio prima, lamentele su ciò che non va, critiche contro le presunte cause del cambiamento).

Che conseguenze hanno questi comportamenti?

Restare fermi di fronte al cambiamento così come contrastarlo, non cambia la situazione ma piuttosto questi atteggiamenti finiscono per ritorcersi contro di noi.

Anche e soprattutto quando il cambiamento sembra avere un immediato impatto negativo nella nostra vita (pensiamo alla perdita del lavoro, ad un rovescio finanziario, ad una delusione personale) è necessario e utile compiere un cammino che, attraverso tappe successive, conduca ad una nuova e piena consapevolezza del significato e delle opportunità di crescita che questo racchiude.

Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”: questo aforisma di Lao Tzu ci invita a guardare al cambiamento da una nuova prospettiva, a scoprire ciò che di nuovo ci riserva. La trasformazione da bruco a farfalla molto spesso non è semplice e neppure indolore, ma è necessaria per crescere ed evolverci!

Che cosa può aiutarci ad affrontare questo delicato passaggio?

Di fronte al cambiamento possiamo attuare una o più delle seguenti risposte funzionali:

1) Essere vigili: osservare, ascoltare i segnali deboli, per prevedere il cambiamento

2) Prendere consapevolezza del cambiamento in atto, conoscerlo, esplorarlo per comprenderlo

3)  Scaricare le emozioni negative come la paura e la rabbia attraverso la catarsi della scrittura

4) Ricordare i cambiamenti passati affrontati con successo e le lezioni che ne abbiamo tratto

5) Cercare l’aspetto positivo del cambiamento e apprezzarlo

6) Usare l’immaginazione e focalizzarsi su ciò che desideriamo raggiungere e ottenere piuttosto che su ciò che temiamo e non vogliamo

7) Evitare l’immobilismo improduttivo, l’attesa vana e la ricerca di soluzioni perfette, ma piuttosto mettersi in moto il più rapidamente possibile, sperimentare, agire!

Queste reazioni positive “alternative” a quelle “naturali”, testimoniano che, se è vero che l’essere umano tende ad avere una forte resistenza al cambiamento, è anche vero che possiede un’innata, potente capacità di azione e di adattamento.

Concludo con questo Proverbio cinese, come un invito all’azione costruttiva: “Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento.”

Riscoprire sè stessi con il Coaching

Coach Lavoro gennaio - 17 - 20132 COMMENTI

In una società che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito “liquida”, anche le propria identità personale e professionale tende ad avere una forma indefinita che cerca di adattarsi, il più delle volte con fatica, ai vincoli imposti dal contesto esterno e alle esigenze contingenti.

Le scelte di vita e di lavoro vengono infatti compiute in base alle spinte provenienti dalla famiglia, agli standard della società, alle opportunità che passano in quel momento, piuttosto che fondarsi su una profonda conoscenza di sé stessi e consapevolezza dei propri obiettivi.

Se nel passato anche le scelte fatte in modo, per così dire, “spintaneo”, venivano poi portate avanti nel tempo per una sorta di inerzia personale e sociale, nei nostri giorni la precarietà regna sovrana, le situazioni sono instabili e il cambiamento è continuo!

Pensiamo ad esempio all’ambito lavorativo: si cambia tipo di lavoro e di azienda sempre più di frequente; anche chi ha i famigerato “posto fisso” si trova ad situazioni sempre nuovo in azienda, dove si susseguono riorganizzazioni interne, cambi di programmi, processi e procedure.

Trascinati dalla corrente, sballottati dagli eventi e dai ritmi di vita sempre più frenetici, rischiamo di non sapere più chi siamo e cosa vogliamo!

E se non conosciamo la nostra identità, i nostri valori e i nostri obiettivi, non saremo in grado di tracciare la nostra strada, ma continueremo a seguire quella tracciata dagli altri o dal “caso”.

Una volta presa consapevolezza che la vita che stiamo vivendo e il lavoro che stiamo svolgendo quotidianamente non ci appartiene, dobbiamo prendere la decisione di fare chiarezza e di “individuarci”.

L’individuazione, secondo lo psicologo analista C.G. Jung, è un “processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale” rispetto alla “norma collettiva”. Rappresenta un processo evolutivo ed un “ampliamento della sfera della coscienza“.

Secondo il pensiero junghiano, che condivido pienamente, ogni individuo deve compiere un proprio percorso di crescita e maturazione, che dipende dalle disposizioni naturali e dalla personalità di ciascuno. Non seguire la propria strada comporta un vissuto di disequilibrio e di conflitto interiore, che si manifesta normalmente anche come conflitto con l’esterno.

 

Come è possibile riscoprire sé stessi e individuarsi?

Il processo di individuazione e di scoperta di sé è per sua stessa natura in continua evoluzione. Ogni evento della nostra vita ci insegna (o ci ricorda) qualcosa su noi stessi. Per poter “imparare la lezione” e per poter avere una comprensione del nostro percorso di vita, occorre fermarsi per un po’ sulla sponda del torrente in cui nuotiamo o siamo trascinati tutti i giorni.

Mettersi sulla riva ci consente di riposare, riprendere fiato e osservare il flusso della nostra vita, le nostre tappe, le nostre scelte più o meno consapevoli, le nostre costanti e le nostre trasformazioni.

In questo processo di osservazione e di rielaborazione dei significati possiamo farci accompagnare da un Coach che grazie a domande mirate ci aiuterà a trovare le risposte e a confrontarci in modo attivo e dialettico con il mondo esterno.

Il Coach non è un guru (!) che “possiede” la verità, ma una guida che ci aiuta a scoprirla dentro noi stessi in modo autonomo!

 

Testimonianze

Ecco cosa raccontano alcune persone che hanno deciso di sperimentare un percorso di coaching per conoscersi meglio ed affrontare in modo consapevole le proprie scelte di vita e di lavoro:

Il coaching mi ha aiutata a focalizzare meglio: chi sono, quali sono le mie caratteristiche, su quali voglio lavorare, ecc., da dove vengo, quali sono le mie competenze già acquisite, le mie esperienze da valorizzare, le mie scelte passate; dove voglio andare, e quali sono le strade possibile per arrivarci (perché per ogni meta, ci sono almeno 2 strade;-)).  Il Coaching può essere veramente utile per chiunque desideri conoscersi meglio e migliorare quegli aspetti della propria vita che vengono percepiti come “problematici”. Attenzione però: il coaching è uno strumento, funziona solo se si è realmente disposti a mettersi in gioco e se necessario ad abbandonare qualcosa di sé lungo la strada (abiti mentali, pregiudizi)… il coach ha il compito di allenare, ma spetta al giocatore giocare la sua partita!” (Alice)

“Le mie aspettative verso il coaching erano molto elevate, ma era anche molto elevata la fiducia che, nonostante tutto, avevo in me stessa e nelle mie possibilità; ma sapevo anche che, senza una valida guida, tutto sarebbe rimasto latente, come era stato fino ad ora…. Nel frattempo che proseguivano gli incontri e che io svolgevo i miei “compiti”, non solo mi rendevo conto di essere sulla strada giusta, ma notavo anche come molte situazioni irrisolte del mio passato improvvisamente trovavano risposta e più continuavo a percorrere la strada più scendevo a fondo dentro di me, più scendevo a fondo dentro di me più la mia vita si allineava con quello che stavo facendo. (…) Ho riscoperto qualcosa di me che non pensavo fosse così importante e ho trovato il punto da cui partire. Ora devo solo seguire la strada e, contrariamente a quanto avrei fatto prima, mi godrò anche il viaggio!” (Roberta)

Molto ingenuamente all’inizio mi aspettavo che raccontando di me, facendomi conoscere in modo approfondito, (il Coach) ad un certo punto avrebbe tirato fuori dal cilindro il mio lavoro ideale, dicendomi: “ecco la tua strada”! Ci credevo e lo speravo!! Invece no… ovviamente!

Il Coach ti aiuta a tirare fuori quel che ti sei dimenticato di te stesso, è come se accendesse un faro! E ti offre la possibilità di vedere la tua immagine riflessa, aiutandoti a ripulirla dagli elementi inquinanti, che la abbruttiscono, come le convinzioni sbagliate ed autolimitanti. E così pian piano ritrovi forza e lucidità.

Durante questo percorso mi ha sempre offerto letture e concetti che mi hanno indotto alla riflessione, che dissipavano la nebbia, perché (ahimè!) l’idea, per essere quella giusta, deve venire dal profondo del nostro cuore. Non può conoscerla nessun altro. Dopo il percorso di Coaching, sembra banale dirlo, ma non lo è nella maniera più assoluta, sei in grado di trovare le risposte dentro di te. Almeno questo è quello che è successo a me!” (Cristina)

 

Per chiunque volesse sperimentare il Coaching per capire se è lo strumento adatto a sè, è possibile chiedere un primo incontro gratuito qui.

 

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Tra i desideri per l’anno che sta per cominciare, molti sicuramente hanno un lavoro nuovo.

In un periodo in cui la disoccupazione continua a crescere, decidere di cambiare lavoro sembra davvero un lusso…eppure mai come di questi tempi è forte l’esigenza di vivere il lavoro non solo come una necessità, bensì come una scelta consapevole che rispecchia sé stessi, le proprie attitudini ed i valori personali.

Rispetto all’anno scorso, sono state di più le persone che mi hanno contattato perché desideravano essere aiutate nella scoperta e nella scelta di un nuovo lavoro, da trovare o da inventare!

Riuscire ad individuare quale sia l’attività professionale che più si addice alle proprie inclinazioni non è affatto semplice! Molto spesso non si ha la più pallida idea di cosa si vuole fare, in altri casi si vaga nella nebbia dell’indeterminatezza oppure si sta fermi al bivio (che spesso è un trivio o un quadrivio) tra diverse strade possibili che appaiono inconciliabili…

Ciascuna persona ha la propria storia, la propria personalità e le proprie aspirazioni: non è possibile lasciare le proprie scelte di vita in mano ad “altri”, siano essi amici, parenti, oppure le opinioni dei media e le statistiche di mercato, per quanto un confronto possa sempre risultare utile…

E’ necessario partire dall’analisi di sé, dall’ascolto della propria voce interiore per poter “disegnare” un nuovo futuro possibile.

La figura rappresentata nel “disegnodel lavoro desiderato è assolutamente unica e originale, così come i colori, che hanno delle tonalità del tutto personali.

Ma ascoltando e supportando diverse persone nella loro ricerca professionale, mi sono resa conto di come lo sfondo dei variegati disegni personali sia per molti aspetti sorprendentemente simile. L’impressione è che tutti i disegni si staglino su un panorama comune che esprime da una parte lo “zeitgeist”, lo spirito del tempo e della cultura attuale, e dall’altra le caratteristiche fondamentali dell’essere umano.

 

Che cosa desiderano le persone nel loro lavoro “dei sogni”?

Ecco quali sono le esigenze più spiccate che ho raccolto:

Responsabilità & Autonomia: Stanchi di un lavoro in cui bisogna perseguire obiettivi a cui non si crede, assecondando persone che non si stimano, seguendo modalità che non si condividono, si è attratti da un lavoro (sia esso dipendente o autonomo) in cui si ha la possibilità di scegliere il “come” se non addirittura il “cosa” fare. Si desiderano margini di manovra piuttosto ampi, per poter andare fuori dagli schemi, prendere decisioni, assumendosene oneri e onori.

Formazione & Sviluppo: Si cercano maggiori opportunità di crescita, sia a livello personale che professionale. Il lavoro monotono, nonostante sia in un certo senso meno pesante e più rassicurante nella sua ripetitività, rischia con il tempo di togliere energia e motivazione. La mente è fatta per apprendere e pertanto ha bisogno di stimoli! Si desidera imparare qualcosa di nuovo ogni giorno, accrescere le proprie competenze, mettersi alla prova, migliorarsi.

Soddisfazione & Riconoscimento: Il lavoro, a cui spesso si dedica la maggior parte del proprio tempo, non è solo una fonte di sussistenza materiale, ma anche di autorealizzazione. Riuscire a fare un “buon lavoro”, ottenere i risultati sperati o addirittura qualcosa di più, procura un forte senso di soddisfazione e di gratificazione personale. E’ altresì importante vedersi riconosciuto dall’esterno (capo, colleghi, clienti) il valore del proprio lavoro e l’impegno che si è profuso, sia sotto forma monetaria (bonus, aumento di stipendio, ecc) sia sotto forma immateriale (un elogio, un riscontro positivo, una mail di ringraziamento possono valere oro…!)

Creatività & Manualità: Nell’era della conoscenza è forte il desiderio di usare la propria mente in modo generativo, di tirar fuori idee, di creare nuovi progetti, anziché limitarsi ad eseguire mere attività ripetitive. Non si vuole più essere un “numero” all’interno di un’azienda, inseriti in una “catena di montaggio”, bensì individui che hanno la possibilità di esprimere sé stessi e dare il proprio contributo in modo originale.

Al contempo, in una società caratterizzata dalla produzione di massa e dal dominio della tecnologia, si diffonde sempre di più il desiderio di recuperare la manualità: dalla cucina al bricolage, dalla pittura al cucito, si riscopre l’artigianato e il “fatto in casa”.

Rispetto dell’uomo & della natura:  A chi e a cosa serve il proprio lavoro? Sempre più persone sentono l’esigenza di non produrre solo “profitto” ma di lavorare per una ragione, per uno scopo che potremmo definire sociale o comunque altruistico: poter essere di aiuto, fornire un prodotto o un servizio utile e valido a più persone, contribuire al bene comune.

A questo aspetto si aggiunge anche una crescente sensibilità nei confronti della natura e del rispetto dell’ambiente. C’è sempre più desiderio di allontanarsi dalle città caotiche e inquinate e di tornare in contatto con la natura, di farsi una passeggiata nel verde o di coltivare il proprio orticello.

Equilibrio Vita & Lavoro: Ultimo punto, ma non certo per importanza! La giornata lavorativa di 8 ore (e spesso anche di più), con orari rigidi (9/18), è vissuta sempre di più come una gabbia alle proprie esigenze personali e familiari.

Non si vive per lavorare: questo vale soprattutto per chi fa un lavoro che assorbe buona parte del proprio tempo, delle proprie energie e dei proprie pensieri!

Anche chi fa un lavoro che lo appassiona ha bisogno di gestire il suo tempo in modo equilibrato, per lasciare spazio ad altri aspetti fondamentali della vita quali le relazioni personali, la cura di sé, e in generale tutto ciò che aumenta la qualità di vita.

Pertanto molti desiderano avere la possibilità di gestire il proprio tempo in modo autonomo e flessibile, di essere legati non tanto agli orari d’ufficio quanto agli obiettivi da raggiungere, di poter lavorare anche da casa o comunque in remoto.

 

E voi, vi riconoscete in questo quadro? Se state pensando di cambiare lavoro, quali sono le esigenze che vi spingono maggiormente a cambiamento?

Dare il meglio di sè

Coach Lavoro novembre - 29 - 201214 COMMENTI

Nell’articolo precedente abbiamo parlato della capacità e della volontà di prendere dei rischi, di quel sano coraggio che ci serve per superare la paura dell’ignoto, del fallimento, della sconfitta…

Queste paure sono connesse anche alla nostra tendenza (umana, troppo umana) di concentrare l’attenzione e l’interesse sui possibili risultati, sulle perdite e sui guadagni che potremmo ottenere o meno.

 

Cosa succederebbe se invece provassimo a concentrarci sulla strada da percorrere, anzichè sulla meta da raggiungere?

Se il risultato più importante non fosse al termine ma nel corso di tutto il nostro viaggio, nel valore intrinseco di ogni esperienza (sia essa positiva o negativa), nell’arricchimento e nella crescita personale, in quel (poco o tanto) che doniamo agli altri?

Per concludere questa riflessione scritta (ed aprire quella nella nostra mente) non credo ci sia ispirazione più adatta di queste parole di Madre Teresa di Calcutta:

L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico
non importa … Amalo.

Se fai il bene, diranno che lo fai per secondi fini egoistici
non importa … Fai il bene.

Se realizzi i tuoi obiettivi, incontrerai chi ti ostacola
non importa … Realizzali.

Il bene che fai, forse domani verrà dimenticato
non importa … Fai il bene.

L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile
non importa … Sii onesto e sincero.

Quello che hai costruito può essere distrutto
non importa … Costruiscilo.

La gente che hai aiutato, forse non te ne sarà grata
non importa … Aiutala.

Dà al mondo il meglio di te, e forse sarai preso a pedate

non importa … Dà il meglio di te.

 

Quanto è davvero rischioso…rischiare?

Coach Lavoro novembre - 22 - 201220 COMMENTI

Quando desideriamo cambiare qualcosa nella nostra vita, quando vogliamo ottenere maggiori soddisfazioni dal lavoro, quando intendiamo fare un passo in avanti nella nostra carriera, possiamo trovarci davanti a tre tipi di ostacoli:
1) Non sapere bene cosa fare, avere mille idee ma nessun obiettivo chiaro in mente
2) Avere un’idea specifica, ma non crederla possibile
3) Restare ancorati alla nostra situazione di partenza, senza deciderci a lanciarci nella realizzazione dell’idea.

Ora ci concentreremo su quest’ultimo punto, che può essere riassunto dal vecchio adagio: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia, ma non sa quel che trova”.
Gli antichi la sapevano lunga: perché rischiare di percorrere nuove strade, con tutti i pericoli che ci sono? Meglio rimanere sulla strada già battuta, per quanto sia stretta e angusta, per quanto ormai ci annoiamo a percorrerla, per quanto tutte le volte che lo facciamo ci sentiamo insoddisfatti…ma vuoi mettere, la sicurezza?
Già, la sicurezza del conosciuto è decisamente più confortevole della paura dell’ignoto!
Cosa succederebbe infatti se dopo esserci lanciati nella nuova avventura non ottenessimo i risultati sperati, se ci rendessimo conto di esserci sbagliati, quando ormai è troppo tardi?

Dovremmo fare i conti con il nostro “fallimento”, raccogliere i cocci e provare a tornare indietro sui nostri passi, sempre che sia possibile farlo! Probabilmente resteremmo fermi lì, con i nostri sogni (e la nostra autostima) infranti, i cocci in mano, e nessuna alternativa all’orizzonte!

Il “rischio di rischiare” ci sembra così grande, che il nostro sogno “di gloria” resta nel cassetto, in attesa del momento “giusto” (che potrebbe anche non arrivare mai) per aprirlo, oppure di quel giorno in cui saremo costretti dalle circostanze ad abbandonare “per forza” il nostro status quo.
In questo modo non facciamo altro che delegare all’esterno la nostra decisione: lasciamo che sia lo spazio, il tempo, il fato a scegliere per noi!

Illudendoci di non avere responsabilità nella scelta, ci sentiamo alleggeriti e sollevati!
Eppure, chi è stato a decidere questa “delega”? Non siamo forse stati noi? Scegliere di non scegliere non è anch’esso una scelta?

La mente umana tende per natura a prestare più attenzione alle eventuali perdite che non ai possibili guadagni. Questo ha un’origine ancestrale: salvarsi dall’orso era ben più importante che non catturare la preda! Ma è anche vero che se l’uomo fosse rimasto al riparo nella caverna senza più andare a caccia per paura delle minacce esterne, sarebbe certamente morto di fame!

Quindi chiediamoci: se è vero che rischiare ha un costo, quanto ci costa non rischiare? Che opportunità stiamo lasciando al di fuori della caverna in cui ci siamo trincerati?

Siamo partiti dal presupposto che fuori dalla caverna ci sia una minaccia grande e grossa, mentre il guadagno è piccolo e sfuggevole. E se fosse vero invece proprio il contrario?
Se il rischio che corriamo fuori fosse in realtà più piccolo di quello che rischiamo restando dentro?
Se il posto di lavoro a cui restiamo attaccati perché comunque è “un posto”, perché ogni mese “ci dà uno stipendio” per campare, perché è meglio di niente, fosse meno stabile e sicuro di quanto crediamo? (E purtroppo le cronache ci raccontano quotidianamente di aziende che chiudono e personale messo in cassa integrazione…!)

E se invece l’idea che teniamo chiusa nel cassetto o l’opportunità che ci passa davanti rappresentasse la svolta nella nostra vita? Se credendoci e impegnandoci potessimo davvero avere successo?

Bene, potreste dire, ma non si vive solo di SE, le cose potrebbero andare in un modo o in un altro, come facciamo a deciderci?

Per prima cosa dobbiamo porci le giuste domande, o meglio, quelle funzionali (cioè che funzionano) nel darci una visione più globale ed equilibrata della situazione. Eccone alcune da cui partire:

  • Cosa posso perdere se faccio (il cambiamento X, l’azione Y)?E che cosa se non faccio?
  • Che cosa posso guadagnare se faccio? E che cosa se non faccio?

Rispondiamo a queste domande pensando ai risultati immediati che otterremmo….e poi facciamoci le stesse domande ponendole in un arco temporale più ampio (1-3-5 anni): come cambia la prospettiva?

Ricordiamoci sempre che la qualità delle risposte che otteniamo (da noi stessi così come dagli altri) dipende dalla qualità delle domande che facciamo!

“Passavano i mesi e continuava a sfuggirmi il motivo per cui mi trovassi lì dentro. Mi sfuggiva il senso del mio lavoro, mi sfuggiva tutto. Continuavo a ripetermi, forse per rassicurarmi, che avrei compreso meglio con il tempo.

Chiedevo ai miei genitori, grandissimi sponsor del lavoro sicuro e con una grande esperienza alle spalle nel lavoro pubblico, se tutto quello che vedevo e sentivo giorno per giorno fosse “reale” o soltanto una mia impressione superficiale. O meglio, se combaciasse anche con la loro esperienza (dimenticando che quella era soltanto la loro esperienza). Per loro era tutto normale, non c’era niente di speciale, forse era lì il problema. Per loro quello era il miglior posto di lavoro che potesse capitarmi! Niente e nessuno avrebbero fatto cambiare questa loro convinzione.

Mi ripetevano da anni che il lavoro pubblico era l’unica seria possibilità di avere un lavoro degno di questo nome…e volevano che io diventassi ciò che loro desideravano, “soltanto” loro.

Il Ministero, con i suoi interminabili corridoi semibui, con le sue stanzone dai soffitti inutilmente alti e l’arredamento di altre epoche. Il Ministero con i suoi quadri enormi e tristi, registri cartacei che rappresentavano la volontà di conservazione.

Ricordo quando da piccino la mia mamma mi portava in un altro di questi strani posti di lavoro. Ricordavo le stanze grigie, buie, questi soffitti altissimi, il tavolo ricoperto di cartacce, timbri, penne. La cosa che più amavo erano i timbri. C’erano ancora i timbri a distanza di trent’anni! Il tempo era cristallizzato, sembrava che si fosse tutto fermato come trenta anni prima.

La burocrazia che sembra indicarci la strada fittizia del tempo che non scorre e della sfida alla morte. In quest’ambiente l’individuo è triturato nella sua creatività, nei suoi talenti e passioni.

E pian piano si spegne così come mi stavo spegnendo io.

Avevo difficoltà a spiegare cosa succedesse in quell’ambiente di lavoro a chi non era presente e non conoscesse. Passavano i mesi (che ormai divenivano anni) e tutti i miei tentativi di rendermi utile, di amare quel lavoro, di poter manifestare la mia iniziativa erano naufragati.

Andavo sempre a sbattere contro un muro di gomma invisibile, delle forze più forti di me, era una battaglia disperata.

Ricordo che mandavo ai miei superiori progetti, idee, iniziative scritte che inesorabilmente tornavano indietro vistate e con scritto grazie. Come a dire, si va bene sei bravo ma non ci interessa nulla!

Riprendevo poi le mie belle cartacce e continuavo a fare fotocopie, fax e a scrivere insensatezze. Quante fotocopie, quanti fax, quante lettere e parole insensate..quintali di carta! Un sistema che sembra disinteressarsi completamente della presenza di esseri umani con cuori palpitanti al suo interno. E’ un meccanismo freddo che va avanti a prescindere.

Quante fotocopie, fotocopie delle fotocopie. Ogni cosa che mi circondava era una fotocopia. Io stesso divenivo una fotocopia. La copia sbiadita di me stesso. La fotocopia non sarà mai come l’originale poiché è una copia.”

 

Quella che avete letto è una pagina del nuovo libro (in fase di pubblicazione) di Luigi Miano, Coach che ho ospitato altre volte su questo sito, che racconta del suo “risveglio”, del suo “momento quantico” in cui ha deciso di dare finalmente una svolta alla sua vita, anzichè seguire il percorso canonico e convenzionale, approvato da tutti tranne che da sè stesso!

Luigi ci racconta il suo modo di vivere e percepire il suo lavoro nella Pubblica Amministrazione…ma di fatto ci si può sentire in modo molto simile anche in qualunque altro tipo di azienda!

Al di là delle facili critiche ad un sistema ancora piuttosto immobile e immutabile come quello della PA, ciò che bisogna considerare è sempre  il rapporto tra la PERSONA e il LAVORO, tra la PERSONA e il CONTESTO in cui si trova ad operare!

Ci sono persone che si possono trovare bene a lavorare in un certo tipo di ambiente perchè corrisponde alle proprie caratteristiche e si combina con i propri valori…..per altri uno stesso ambiente diventa un inferno….!

So che può sembrare un’eresia parlare di insoddisfazione per il lavoro che si svolge mentre la crisi morde e la disoccupazione sale… invece credo che proprio questo sia il momento giusto per far emergere anche questo tipo di disagio!

Infatti, in un periodo di forte difficoltà per le imprese (e anche per le Amministrazioni pubbliche, strette dai tagli alla spesa), il clima interno ne risente fortemente: aumenta lo stress e con esso l’insofferenza, soprattutto di chi già non viveva bene il proprio posto di lavoro!

Diverse persone che mi contattano si sentono in colpa per il loro desiderio di cambiamento e sono influenzati (anche fortemente) dalle persone a loro più vicine che lo scoraggiano da prendere una decisione così “folle” e “rischiosa”. E ovviamente hanno paura di lasciare un posto in cui si trovano male perchè è comunque sicuro, mentre il fuori, l’ignoto, il futuro da costruire, spaventa!

La disapprovazione (altrui) insieme alla paura (propria) finiscono  per ingabbiare e bloccare le persone nel loro status quo e le portano a riporre qualunque sogno o progetto nel cassetto: si convincono che bisogna stare con “i piedi per terra” ed “accontentarsi” di ciò che si ha…

E’ per loro che ho deciso di pubblicare questo articoli, per farli sentire meno soli nel loro disagio e per spingerli a credere ad un possibile cambiamento, di cui loro stessi possono e devono essere i fautori!

Sono davvero rari i cambiamenti rapidi e indolori….ma è possibile iniziare a progettare una strada che conduca fuori dalla gabbia, ed a costruire con le nostre mani un luogo che ci accolga quando ne saremo usciti…!

 

Continua la rassegna di CoachLavoro dedicata al tema delle “competenze”, termine ormai diventato di uso comune: sul Cv europeo c’è la sezione dedicata alle competenze sociali, organizzative e artistiche…sugli annunci sono sempre richieste caratteristiche quali la proattività, la flessibilità, il problem solving, il team working, ecc…

Alla fine l’impressione è che siano delle etichette di cui non si può fare a meno, ma di cui si ignora il contenuto!

Eppure possedere, sviluppare e valorizzare le proprie competenze è fondamentale non solo quando si cerca lavoro, ma anche quando si opera in un contesto lavorativo….e in generale nella propria vita quotidiana! Di fatto si tratta di risorse che possono essere spese a 360°: non per niente si chiamano “trasversali”! Quindi, proviamo a far chiarezza:

Cosa sono veramente le competenze trasversali e quali sono le più importanti?

Partiamo dalla definizione che ho presentato nel precedente articolo: le competenze trasversali rappresentano quel bagaglio di conoscenze, abilità e qualità che portiamo con noi nelle varie esperienze personali e professionali e che mano mano arricchiamo grazie alle varie esperienze che facciamo. Queste competenze in gergo vengono chiamate “soft skills”, per distinguerle da quelle prettamente tecniche.

Ci sono numerose e spesso complesse classificazioni delle competenze, che fanno riferimento a diversi modelli (da quello dei famosi Spencer&Spencer a quello dell’Intelligenza Emotiva di Goleman…)

Facendo una meta-analisi, ho riscontrato che, pur con le dovute distinzioni, è possibile far riferimento a 4 macro-categorie,  ciascuna delle quali comprende 3 competenze distintive:

1) Le Competenze Personali fanno riferimento alla gestione di sé e delle proprie emozioni.

Ingrediente fondamentale è la consapevolezza di sé stessi che deriva dall’ascolto e dalla riflessione sulle proprie emozioni, i propri pensieri e dall’osservazione dei propri comportamenti.  Non per niente l’esortazione “Conosci te stesso” era iscritta sul tempio di Apollo a Delfi! Conoscere sé stessi significa conoscere i propri punti di forza e di debolezza, conoscere cosa ci motiva e dove si vuole andare.

Il secondo elemento che compone le competenze personali è l’orientamento all’obiettivo, che consiste nella capacità di porsi degli obiettivi chiari, specifici e stimolanti e nell’impegnarsi con energia e perseveranza nel loro raggiungimento, anche quando questo sembra lungo e difficoltoso.Di solito è la caratteristica più richiesta dalle aziende perché è necessaria per portare a casa i risultati.

Questo secondo elemento è strettamente connesso al terzo, ossia alla gestione delle proprie emozioni che consiste nel saper attingere alle proprie risorse interiori per ricavarne energia, anche nei momenti difficili, quando si ha il vento contrario, i risultati tardano ad arrivare, quando si vive un momento di dolore piuttosto che di conflitto. Gestire le proprie emozioni significa, essere “zen”, ossia mantenersi stabili e centrati nelle montagne russe della vita ed implica quindi anche la caratteristica della resilienza (che abbiamo già accennato altrove e che approfondiremo prossimamente…).

 

2) Le Competenze Relazionali sono speculari a quelle personali in quanto indicano la capacità di gestire i rapporti con gli altri, comprendendone le esigenze e modulando il proprio comportamento alle loro caratteristiche e al loro ruolo. Infatti è sicuramente diverso relazionarsi con i propri genitori che con gli amici, con il capo che con i colleghi, con i clienti che con i fornitori!

Elemento fondamentale delle competenze relazionali è sicuramente la capacità di ascoltare (il “detto” e soprattutto il “non detto”) e di essere quindi “empatici” rispetto a quello che l’altro prova.

Il secondo aspetto è quello della comunicazione, scritta e verbale: nell’era della comunicazione pochi sanno esprimere idee o descrivere progetti in modo chiaro, strutturato e mirato. Saper comunicare significa infatti non solo costruire in modo logico e fluido un discorso o un testo, ma anche saper adattare il contenuto e la forma in base al tema da trattare e al nostro interlocutore/pubblico.

Terzo importante elemento della relazione con gli altri è la persuasione: essere persuasivi significa essere convincenti, sia con motivazioni razionali che emotive, tanto da riuscire a portare gli altri a seguire le proprie idee o progetti. Non si può essere persuasivi se non si è empatici e non ci si mette nei panni dell’altro né tantomeno se si comunica in modo confuso o ermetico, quindi di fatto tutti gli elementi sono estremamente connessi tra loro! La capacità persuasiva non attiene solo ai commerciali o ai manager: se si vuole convincere i colleghi o i soci a collaborare con noi in un progetto, bisogna comunicare in maniera coinvolgente, per non parlare di quanto sia importante sapersi “vendere” in un colloquio: anche qui si tratta sempre di persuasione! Chiaramente le competenze comunicative sono fondamentali per riuscire a lavorare in team che diventano sempre più flessibili e internazionali!

 

3) Le Competenze Cognitive fino a poco tempo fa erano il principale fattore ad essere misurato nei cosiddetti assessment per la selezione del personale. Ora i test sul QI o sulle abilità di ragionamento logico e/o matematico vengono affiancati e talvolta anche sostituiti da test sull’intelligenza emotiva piuttosto che sulla personalità. Come spesso accade, si tende a cadere da un eccesso ad un altro! Di fatto bisogna sempre valutare tutti gli aspetti, in un’ottica integrata!

Tra le competenze cognitive spiccano l’analisi e la sintesi, ancora più indispensabili in un contesto come quello attuale in cui siamo inondati da informazioni che vanno analizzate in modo critico e poi sintetizzate in modo funzionale alle proprie esigenze.

Un’altra caratteristica importante (richiesta nel 90% degli annunci) è quella del problem solving, che implica la capacità di trovare soluzioni quanto più possibile semplici a problemi complessi.

Saper risolvere problemi è strettamente connesso all’aspetto della creatività: trovare idee o soluzioni alternative, innovare o inventare ciò che prima non esisteva. Essere creativi significa non seguire la logica stretta e lineare ma vedere le cose da punti di vista differenti, cogliere collegamenti originali, ampliare le prospettive… Si tratta di una caratteristica quanto mai preziosa in un periodo come questo in cui le soluzioni conosciute non funzionano più e bisogna invece essere in grado di creare nuove strade all’interno di nuovi scenari!

 

4) Le Competenze Organizzative sono di fatto le competenze più “operative” che vengono messe in campo quando si passa dall’ideazione alla realizzazione concreta (risistemare l’archivio dell’ufficio oppure sviluppare un nuovo software)!

Il primo elemento dell’organizzazione è la pianificazione, che consiste nel suddividere un progetto in più attività, trovare le risorse (materiali e umane) per svolgerle e stabilire dei tempi.

Quindi strettamente connessa alla capacità di pianificare è quella di gestire i tempi (Time management), darsi delle priorità e rispettare le scadenze (il che non è facile come sembra, come ci ha spiegato anche Andrea nel suo articolo….).

L’elemento che completa il quadro delle competenze organizzative è senz’altro la capacità di controllo, che implica l’attenzione ai dettagli e il monitoraggio dello svolgimento delle attività, per esser pronti a correggere il tiro se necessario!

Insomma, come è facile intuire, per essere ben organizzati occorre un po’ della sana “disciplina” dei vecchi tempi…!

Infine, molti inseriscono la flessibilità tra le competenze (cognitive o organizzative), mentre a mio avviso invece si tratta di una caratteristica di pensiero e di comportamento che distingue di fatto chi è davvero competente da chi non lo è! Come avevo scritto infatti nell’articolo facendo l’esempio del pilota di Formula1, se costui guida in città come in pista….non potremmo certo dire che sia competente alla guida!

Chi è competente è flessibile perché si sa adattare alle situazioni e alle persone con cui si relaziona, avendo un repertorio di scelte decisamente più ampio di chi invece, essendo rigido (o semplicemente poco “esperto” dell’attività), conosce un solo modo per svolgerla.

 

Bene, a questo punto il quadro delle competenze è completo, per quanto senz’altro l’argomento meriterebbe ulteriori approfondimenti e specificazioni!

Ad esempio bisognerebbe capire se sotto la stessa etichetta (ad esempio “proattività”) le aziende intendano la stessa cosa anche perché in ciascuna realtà le competenze vanno esercitate in modi ed in contesti differenti…

Infine resta aperta la questione: come si fa a sapere se si possiede o meno, e a quale livello, ciascuna competenza? E come si fa a comunicarla all’esterno?

Ne parleremo prossimamente!

Le persone che desiderano cambiare vita e/o lavoro oppure semplicemente vogliono intraprendere una nuova attività o un nuovo progetto, spesso tendono a pensarci e ripensarci, a cercare continuamente nuove informazioni, a leggere l’ennesimo libro o articolo sul web…ma alla fine non si decidono mai ad iniziare…!

Quante volte anche tu ti sarai detto: “Vorrei fare questo…Dovrei fare quest’altro“…oppure ti sarai dato una scadenza indefinita nel futuro: “Domani…il mese prossimo…appena avrò tempo…quando sarà il momento giusto…” per poi trovarti giorno dopo giorno, mese dopo mese, sempre nello stesso identico punto di partenza?

Ebbene, questo genere di abitudine a rimandare costantemente nel tempo le attività, soprattutto quelle che ci appaiono complesse e impegnative, o che comunque si allontano dal nostro abituale modo di vivere, ha un nome “scientifico”: la procastinazione!

Navigando sul web ho conosciuto Andrea, un Ingegnere – Blogger, appassionato di crescita personale, che mi ha subito colpito non solo per la sua competenza (che passa per la sua esperienza, o meglio, sperimentazione personale!), ma anche per il suo stile chiaro, diretto ed autoironico!

Andrea si definisce un “procrastinatore pentito: uno che ha vissuto tutte le fasi della procrastinazione, che ne ha pagato i costi salati, ma che alla fine è riuscito a sconfiggerla grazie a strategie consolidate e ad un percorso ben preciso”.

Dopo essere diventata lettrice assidua del suo blog, ho ben pensato di contattarlo e di proporgli di scrivere per CoachLavoro un articolo  sul tema!

Vai Andrea…

Quando ho raccontato a mia mamma che avevo scritto, pubblicato e venduto più di 1.000 copie della mia Guida per sconfiggere la procrastinazione, la sua reazione è stata più o meno questa: “la porca… che?!”

Diciamo pure che la procrastinazione non è una di quelle parole che senti tutti giorni al bar quando prendi il caffè, eppure ti assicuro che questa porca…stinazione, ehm… procrastinazione, è un virus che infetta ogni tua giornata; ma soprattutto, la procrastinazione è la causa principale per la quale il tuo sogno nel cassetto è lì da così tanto tempo che ormai ha fatto amicizia con i tarli del tuo comodino.

Si Andre, belle metafore, belle battutine, ma ancora non mi hai detto cosa diamine è questa procrastinazione?

Cos’è la procrastinazione e perché non dovresti sottovalutarla

La procrastinazione è la tendenza umana a rimandare continuamente impegni, progetti ed attività.

Aspetta, te lo spiego con parole ancora più semplici: hai presente quelle giornate in cui devi fare mille cose, hai scadenze importanti da lì a pochi giorni e ti ritrovi immancabilmente a controllare la tua posta elettronica o il tuo profilo Facebook senza concludere una cippa?!

Ecco, questo è un perfetto esempio di procrastinazione.

In generale, procrastini ogni volta che ti racconti le seguenti balle:

  • Oggi non me la sento, lo faccio domani.
  • Ormai è tardi, inizio domani a mente fresca.
  • Fra poco è l’ora di pranzo, mi ci metto di impegno dopo pranzo.
  • Cascasse il mondo lunedì/il 1° del mese/il 1° gennaio inizio!
  • Ci lavoro nel weekend.
  • Con la crisi che c’è è meglio rimandare questo progetto a tempi migliori.
  • Questo progetto è troppo complesso, non so da dove iniziare, fammi andare a controllare cosa fanno i miei amici su Facebook.
  • Ok, adesso inizio! Aspetta… do solo una sbirciatina alle news/alla posta elettronica/ai mie siti preferiti, ma cascasse il mondo, dopo inizio!

Inutile che fai tanto l’indifferente, tanto lo so che ti sei detto almeno una volta una di queste frasi!

Eh vabbé Andre… che sarà mai di così grave! Rilassati! Mica siamo automi… non è morto mai nessuno per rimandare qualche impegno!

La procrastinazione è un nemico invisibile che si insinua nelle nostre giornate rendendole monotone ed insignificanti date di un calendario sempre uguale a se stesso, senza guizzi, senza sussulti e senza sogni nel cassetto realizzati.

Ogni volta che pensi che procrastinare in fondo non sia così grave, ogni volta che sottovaluti il rimandare a domani, ricordati questa frase:

Se OGGI non stai vivendo i tuoi sogni è perché IERI hai deciso di rimandare a DOMANI”.

Ok capo, mi hai messo un tantino d’ansia addosso, ma non mi hai ancora spiegato il nesso tra la procrastinazione e il mio sogno nel cassetto!

Perché sconfiggere la procrastinazione può permetterti di realizzare il tuo sogno nel cassetto

Da ormai 12 anni sono un appassionato di crescita personale. Dopo aver seguito per lungo tempo i più bravi blogger americani sull’argomento, ho iniziato a pensare che avessi anche io qualcosa da raccontare sullo sviluppo personale e sulle migliori tecniche per raggiungere i propri obiettivi efficacemente, ma soprattutto ho pensato che potessi farlo con uno stile nuovo, meno serioso, ma altrettanto efficace.

Così nell’ottobre del 2008 ho creato EfficaceMente che oggi è uno dei blog di crescita personale più seguiti in Italia e rappresenta per me un piccolo progetto di imprenditoria online che mi permette di fatturare qualche migliaio di euro al mese.

Eppure, prima dell’ottobre 2008 EfficaceMente era solo un’idea… insomma: il mio sogno nel cassetto.

Per mesi ho letto di tutto sul come creare un blog di successo, ho pianificato fin nei minimi dettagli il “taglio editoriale” del blog, ho immaginato ogni cm della grafica della pagina web, ho immaginato i possibili sviluppi del progetto…

Vuoi sapere cosa stavo facendo realmente? Stavo procrastinando.

I nostri sogni nel cassetto sono perfetti, meravigliosi, vincenti… fin tanto che rimangono in quel bel cassetto: è questo il vero motivo per cui continuiamo a rimandarli.

Abbiamo dannatamente paura che mettere in pratica i nostri sogni possa essere una terribile delusione: magari la nostra non è un’idea poi così geniale, magari non saremo capaci di realizzarla al meglio, magari dovremmo impegnarci più del dovuto, magari…

…magari se non iniziamo il fallimento è assicurato?

Strana la mente umana, vero? Pur di evitarci un possibile fallimento che mini la nostra autostima, ci condanna ad un fallimento certo, quello derivante dal non provarci nemmeno.

Ecco perché sconfiggere la procrastinazione ti permetterà di realizzare il tuo sogno nel cassetto.

Per me è stato esattamente così: solo quando ho iniziato ad agire, sconfiggendo le mie tendenze da procrastinatore seriale, ho visto il mio sogno lentamente, ma inesorabilmente, iniziare a concretizzarsi.

E fino a qui ci siamo Andre, ma… pensi anche di spiegarmi come sconfiggerla questa procrastinazione o stiamo qui a pettinar le bambole?

Come sconfiggere la procrastinazione

Realizzando Start! La guida pratica per smettere di procrastinare  ho raccolto le strategie anti-rimandite più efficaci, disegnando un percorso guidato per il lettore ed accompagnandolo passo-passo.

Tuttavia, scrivendo questo articolo, ho pensato e ripensato a quale tecnica pratica suggerirti se tu potessi dedicarmi solo i prossimi 2 minuti.

L’ho trovata.

La bestia nera per qualsiasi procrastinatore che si rispetti è iniziare. Proponete ad un procrastinatore qualsiasi tecnica di gestione del tempo, qualsiasi metodo di produttività avanzata, qualsiasi sistema avveniristico di pianificazione, purché non lo costringiate ad iniziare!

Beh, io voglio insegnarti un semplice trucco che ti aiuti ad iniziare senza troppi patemi, sconfiggendo questa bestia nera chiamata rimandite.

Riprendi in mano la lista delle attività che devi mettere in atto per realizzare il tuo sogno nel cassetto, o per lo meno per avviarlo. Adesso scegline una, una soltanto, ma che sia la più importante. Si può trattare di fare una telefonata, redigere un business plan, o come nell’esempio del mio blog, acquistare il dominio EfficaceMente.com.

Ffffatto?! ;-)

Adesso elimina qualsiasi distrazione: chiudi la finestra del tuo browser (a meno che non debba lavorare con internet), spegni il tuo telefono (si puoi sopravvivere senza), spegni la tv, la radio, spegni tutto.

L’unica cosa che voglio accesa è la tua… mente.

Osservala, osserva i tuoi pensieri, osserva i tuoi desideri: vorresti controllare la tua pagina Facebook vero? Magari dare un’occhiatina al telefonino per vedere se è arrivato qualche nuovo messaggio? Una sbirciatina alle news prima di metterti a lavorare “sul serio” non la diamo?!

Ecco, continua ad osservare questi pensieri, questi desideri, ma non fare nulla.

Ora riprendi in mano l’attività che hai scelto, ma non preoccuparti, non voglio che tu la completi. No, ti chiedo qualcosa di molto più semplice. Semplicemente inizia.

Si, hai capito bene, inizia, magari ripromettendoti di andare avanti per soli 5 minuti, 1 minuto, 30 secondi. Non mi interessa. Semplicemente inizia.

Complimenti: hai appena sconfitto la procrastinazione… per 30 secondi!

Impara a farlo per 30 minuti, 1h, o 1 giorno intero, eliminando le distrazioni e concentrandoti su ciò che devi fare e su ciò che sai ti aiuterà a realizzare il tuo sogno nel cassetto.

Non esistono misteri, non esistono segreti. Semplicemente inizia.

L’importanza di realizzarsi nel lavoro

Coach Lavoro gennaio - 19 - 20123 COMMENTI

Coach Lavoro ospita oggi un articolo di un amico e collega, Luigi Miano, esperto di comunicazione e di crescita personale. Sulla base della sua esperienza individuale e professionale, abbiamo deciso di concentrarci sul tema dell’importanza, in termini di tempo e qualità, che riveste il lavoro nella nostra intera esistenza.

 


Prendo spunto dal bellissimo ed estremamente pratico “Le piccole grandi cose” di Tom Peters, guru del management e dello sviluppo individuale.

Leggete attentamente le sue parole che sono di una logica sferzante:

Supponiamo che il vostro consueto orario di lavoro sia dalle 8.15 alle 17.30…la giornata lavorativa è dunque pari a 9 ore e 15 minuti: 8 ore e 45 minuti sottraendo la pausa pranzo. Ciò equivale a dire che, dal lunedì al venerdì, trascorrete al lavoro 8 ore e tre quarti su 15, ossia il 60% delle vostre ore utili. Il che significa che se vivete malamente le ore di lavoro, state buttando via più di metà delle vita in stato vigile“.

Parole estremamente logiche e schiaccianti. Non si scappa, più della metà della nostra esistenza (in età attiva) è trascorsa al lavoro.

Sono quotidianamente circondato da persone che contano le ore, i giorni che li avvicinano alla pensione. Sono incastrati, è un conto alla rovescia che sembra non finire mai. Un carcere. Qualche anno fa ho pensato questo: io non so quando andrò in pensione e se ci andrò mai. Si tratterebbe di aspettare altri trent’anni se va bene oppure altri quaranta. Non posso pensare che la mia vita lavorativa sia soltanto sopportabile in attesa che venga quel fatidico momento!

Ho deciso di cercare il lavoro che amo e di non pensare mai più alla mia pensione. Oggi sono convinto che ad 80 anni lavorerò ancora come formatore e come coach e scrittore. Mi vedo. E non sento il desiderio di smettere, mai! Perché per me il lavoro non è tale. Il lavoro è gioia, è crescita, passione e condivisione. Il lavoro è gioco e divertimento.

Non credete a chi vi dice:“ma che mi frega del lavoro tanto io fuori ho mille interessi”, chi dice questo si sta ingannando. Perché quelle 9 ore e 1/2 dovrebbero essere trascorse nel migliore dei modi.E’ il vostro tempo, la vostra vita e non può essere sprecata così. E’ una grande opportunità di creare grandi cose per voi e per gli altri con quelle 9 ore.

Quindi se sei un imprenditore hai la responsabilità di rendere l’ambiente di lavoro più qualitativo possibile. Hai la responsabilità di accertarti che tutte le tue risorse, dalla prima all’ultima, siano messe nelle condizioni di esprimere il loro meglio.

Se sei un dipendente cerca di rendere il tuo lavoro più appagante ed interessante possibile. Se questo non è proprio possibile, allora decidi di riqualificarti e di rimetterti in gioco. Non pensare alla pensione, non pensare che ti mancano 10 anni. Stai bruciando il presente e le opportunità che esso offre.

Se sei un professionista chiediti sempre se quello che stai facendo è realmente quello che ami e se stai mettendo in gioco tutte le tue maggiori potenzialità e talenti.

Questo è un impegno solenne che assumerai per rendere la tua qualità di vita migliore. Non lasciar trascorrere del tempo inutilmente, fallo subito!

 

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Trovare quello che amiamo

Coach Lavoro ottobre - 6 - 20118 COMMENTI

E se non lo avete ancora trovato dovete continuare a cercarlo, senza accontentarvi….. Siate affamati, siate folli!

Nel giorno della morte di Steve Jobs, il fondatore di Apple, un visionario, un “guru” come dicono alcuni, abbiamo deciso di rendergli omaggio così, riportando il suo ormai famosissimo discorso tenuto all’Università di Stanford, agli studenti appena laureati, nel 2005.

Discorso di Steve Jobs a Stanford (1 parte)

Forse pochi sanno che Steve era stato dato in adozione da sua madre, con la promessa che avrebbe un giorno frequentato l’università.

E così fece a 17 anni. Ma in un’accademia prestigiosa come quella di Stanford non trovò nulla che gli sembrasse utile [e quante volte questo accade nelle nostre scuole ed università? ma questi luoghi di sapere che molti considerano un punto di arrivo, a mio avviso sono un punto di partenza per quel viaggio della conoscenza e dell'apprendimento continuo che dura tutta la vita!].

Decise quindi di seguire un piano di studi personalizzato, scegliendo le materie che più gli interessavano, guidato “semplicemente” dal suo intuito e dalla sua curiosità.

Quanto spesso noi ignoriamo i segnali che ci vengono dal di dentro, bollandole come “inutili fantasie”? Se è vero che la ragione ci aiuta a discernere, è il nostro inconscio e le nostre emozioni più profonde ad ispirarci?

Il corso di calligrafia che scelse si rivelò quanto mai utile quando Steve Jobs progettò il primo Mac, curando la tipografia dei caratteri.

Come dice lo stesso Steve, neppure lui stesso immaginava quanto gli sarebbe tornato utile quel corso quando lo scelse. E così è anche la nostra vita, possiamo comprenderla solo guardando indietro…..e unendo i puntini, a ritroso, scoprendo il filo invisibile che collega gli eventi della nostra vita!

[Nel Workshop "Vivi la tua Passione", cerchiamo di fare proprio questo, di unire i puntini della nostra vita, come pezzi di un puzzle, ritrovando noi stessi nelle scelte che abbiamo fatto]

Ve lo ripeto, non potete unire i puntini guardando al futuro, potete connetterli in un disegno, solo se guardate al passato. Dovete quindi avere fiducia nel fatto che i puntini si connetteranno, in qualche modo, nel vostro futuro. Dovete avere fede in qualcosa – il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, quello che sia. Questo approccio non mi ha mai deluso e ha fatto tutta la differenza nella mia vita”

Fiducia, quanto spesso da adulti ci blocchiamo davanti a “rischi”, reali o molto spesso presunti, di fallimento? Quante volte ci è capitato di rinunciare ad un sogno, ad un progetto, ripiegando su promesse di “sicurezza” che poi si rivelano vane o comunque solo temporanee?

Di certezze probabilmente non ne esistono più, specialmente in questo mondo ed in questa epoca di cronica instabilità!

L’unica certezza che possiamo avere è la fiducia in noi stessi, nelle nostre idee ed aspirazioni, nel nostro “daimon” che chiede di esprimersi e realizzarsi!

E anche quando tutto sembra andare storto, quando raccogliamo una serie di fallimenti e delusioni, è la nostra “passione” ancora accesa a spingerci avanti, a ripartire da zero, a costruire qualcosa di ancora più grande e più solido grazie all’apprendimento che abbiamo maturato.

Così ha fatto Steve Jobs quando, a 10 anni dalla fondazione di Apple, iniziata in un garage di casa e cresciuta in un colosso di 2 miliardi di dollari, è stato espulso dalla sua stessa società, dai manager che aveva scelto..e stava per abbandonare la scena!

All’epoca non me ne accorsi, ma il mio licenziamento dalla Apple fu la cosa migliore che poteva capitarmi. Il peso del successo fu rimpiazzato dall’illuminazione di essere un principiante ancora una volta, con molta meno sicurezza su tutto. Questo mi liberò e mi consentì di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.” Ecco veramente come una crisi, al di là della retorica, può diventare davvero un’opportunità!

Jobs in quel momento fonda una nuova società, la Next, che poi verrà riacquistata dalla stessa Apple: uscito dalla porta, Steve rientra dalla finestra, con tutti gli onori.

E’ l’amore e la passione per ciò che faceva che gli ha dato l’energia per andare avanti e crescere. Per questo Steve ha esortato i giovani studenti, ed esorta tutti noi a cercare ciò che amiamo e a non fermarci finchè non lo abbiamo trovato! E questo vale non solo per gli affetti, ma anche per il lavoro!

“Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatti e quello di fare quello che pensate sia il lavoro migliore. E l’unico modo per fare il lavoro migliore e quello di amare quello che fate.”

E come si fa a trovarlo? probabilmente non esistono ricette preconfezionate, ma l’ingrediente essenziale è senza dubbio l’ascolto di noi stessi. Ascoltare la nostra voce interiore che, per quanto sepolta dal rumore delle nostre convinzioni limitanti e delle opinioni altrui, continua a parlarci!

Nella maggior parte dei casi non avremo risposte definitive ma spunti e indizi che seguiti passo passo con fiducia ci porteranno alla meta che desideriamo.

E dopo guardandoci indietro saremo in grado di unire i puntini….

Discorso di Steve Jobs a Stanford (2 parte)

Nell’ultima parte del suo discorso Steve Jobs affronta il tema della morte, che lo aveva poco tempo prima toccato personalmente con la diagnosi di un tumore al pancreas, e che adesso ha avuto definitivamente la meglio sul suo corpo:

“…Mi sono chiesto: “se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei veramente fare quello che sto per fare oggi?” E ogni volta che la risposta fosse “No” per troppi giorni di seguito sapevo di aver bisogno di cambiare qualcosa.

Ricordare che morirò presto è stato lo strumento più importante che mi ha consentito di fare le scelte più grandi della mia vita. Perchè praticamente tutto – tutte le aspettative, l’orgoglio, le paure di fallire – tutte queste cose semplicemente svaniscono di fronte alla morte, lasciandoci con quello che è veramente importante. Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare le trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è nessun motivo per non seguire il vostro cuore.”

E’ stato veramente affamato e folle, Steve Jobs, ha rivoluzionato il mondo tecnologico…e non solo!

Ci ha lasciato una testimonianza di vita vissuta fino in fondo, con fiducia e con passione, che lo ha portato a realizzare la sua visione. Sono certa che continuerà a ispirare molte persone in tutto il mondo! Addio Steve!