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Un posto sul palco del mondo

Coach Lavoro maggio - 7 - 20131 COMMENTO

palcoscenicoSul palcoscenico di uno dei teatri più celebri di Roma, “Il Brancaccio”, calcato da attori celebri e da artisti rampanti, ieri sera si è svolto uno spettacolo davvero molto speciale, intitolato “Primomaggio”.  Il tema è quello del lavoro che non c’è, della precarietà e della povertà…e fin qui niente di nuovo sotto il sole, se non fosse che gli attori sono persone che stanno vivendo drammaticamente sulla loro pelle questa situazione.

I protagonisti infatti di questa rappresentazione sono alcuni ospiti dei centri Caritas di Roma: donne e uomini, giovani e anziani, italiani e stranieri, che oltre al lavoro hanno perso anche la casa e gli affetti familiari, ma non certo la loro profonda dignità.

Molti degli attori hanno raccontato le loro storie: c’è chi un lavoro anche umile prima ce l’aveva e chi invece non ce l’ha mai avuto e si è sempre arrangiato, c’è lo straniero che sognava l’università ma che è dovuto scappare dal proprio paese a causa della guerra, c’è chi ha perso il posto a seguito di un incidente sul lavoro e chi si è trovato in mezzo ad una strada dopo l’allontanamento del partner…

Tutti chiedono la possibilità di un lavoro che consenta di vivere una vita normale, che restituisca la dignità di esseri umani, che riaccenda la speranza.

Io la luce della speranza l’ho già vista sui loro volti, emozionati, che hanno avuto la possibilità di riscattarsi, salendo su un palco, grazie alla magia che solo il teatro può portare, e di lanciare un messaggio umano e sociale, raccolto dagli oltre mille spettatori che li hanno applauditi alzandosi in piedi.

La luce della speranza l’ho vista anche nel regista, Carlo del Giudice, nel suo staff e in tutta l’organizzazione che ha consentito a queste persone di mettere in scena sé stessi e di farsi ascoltare.

La luce della speranza l’ho vista in come ciascuno degli attori sia riuscito a tirare fuori il meglio di sé, sfruttando le proprie qualità e dando un senso alla propria esperienza.

Perché ciascuno può e deve avere il suo posto sul palco del mondo.

Cercare lavoro è un lavoro, questo lo sanno tutti! Più difficile è capire come muoversi in maniera davvero efficace, soprattutto in un momento di crisi come questa dove le offerte di lavoro non sono affatto proporzionate al numero di persone che cercano, la concorrenza è altissima ed ogni CV inviato sembra rimbalzare su un muro di gomma…

Chi si mette alla ricerca del lavoro, di solito inizia con grande energia. Dopo aver aggiornato il CV, consulta tutti i giorni gli annunci sul web e sui giornali. In un primo momento di solito, è più selettivo nella scelta degli annunci e nei siti di ricerca…poi, se le risposte scarseggiano, comincia a cercare un po’ ovunque, senza valutare l’attendibilità dei vari siti, candidandosi anche a posizioni poco o nulla coerenti con il proprio profilo e le proprie aspirazioni.

Una ricerca così dispersiva, generica e poco mirata, raramente dà dei risultati significativi, e questo a sua volta fa aumentare sempre di più lo scoraggiamento . Qualcuno a questo punto può decidere di “scendere in campo”, presentandosi personalmente alle agenzie per il lavoro, dove però di solito si riesce solo a lasciare il CV e a fare un brevissimo colloquio, se tutto va bene…

Nel frattempo ci si rivolge anche a qualche contatto personale chiedendo se sa di  eventuali opportunità di lavoro e se può tenerci in considerazione.

Dopo questi tentativi che purtroppo nella maggior parte dei casi vanno a finire nel vuoto, si ha la forte tentazione di arrendersi e di mollare…

Visto che non ce lo si può permettere, si continua ad usare la strategia che sembra più efficace e più diretta: stare tutto il giorno (o quasi) davanti al pc rispondendo agli annunci sul web, iscrivendosi negli infiniti database…e aspettando.

Se l’attesa, come spesso accade, si rivela vana, è fondamentale mettere in discussione sia il cosa si sta facendo che il come, secondo la logica per cui “ se si continua a fare ciò che si è sempre fatto, si continuerà ad ottenere ciò che si è sempre ottenuto”.

 

Strumenti di candidatura

Per prima cosa bisogna rivedere il proprio Curriculum con un occhio critico, facendosi le seguenti domande:

  • Il mio CV si presenta in modo graficamente pulito e piacevole?
  • È sintetico?
  • Si colgono gli elementi fondamentali in un colpo d’occhio?
  • È costruito su misura di un ruolo specifico?
  • Esprime le mie caratteristiche peculiari e ciò che mi distingue?
  • Valorizza le mie competenze?

Domande analoghe possono essere fatte sulla Lettera di presentazione:

  • Descrive in pochi tratti essenziali il mio profilo?
  • Mette in evidenza le mie qualità e la mia motivazione?
  • Suscita interesse e spinge ad aprire il CV?

Se anche solo una di queste risposte fosse negativa, è quanto mai opportuno revisionare e ottimizzare i nostri strumenti di presentazione fondamentali per renderli davvero interessanti, appetibili, efficaci.

 

Strategie di ricerca passiva, semi e attiva

Se definiamo “passiva” la strategia di chi semplicemente si iscrive alle agenzie, nei centri dell’impiego e nei database di recruiting, aspettando di essere contattato, allora la ricerca di opportunità sul web o presso le agenzie che abbiamo sopra descritto, potremmo chiamarla “semi-passiva”. Se questa stessa ricerca viene effettuata in modo mirato, puntando a posizioni e settori specifici, curando i propri strumenti di candidatura come sopra indicato, la strategia diventa “semi-attiva”.

Cosa può rendere quindi la ricerca pienamente “attiva”?

Quello che fa la differenza è il modo in cui ci si propone: non come chi chiede il “favore” di essere assunto, quanto piuttosto “offre” la propria professionalità come un valore aggiunto. ù

Attivarsi nella ricerca significa quindi aver individuato da una parte cosa ci distingue (competenze), dall’altra chi può essere interessato alla nostra collaborazione (target). Significa essere consapevoli che la maggior parte delle opportunità di lavoro non emergono sotto forma di annunci, perché vengono ricercate tramite canali informali o ricoperte da contatti già noti dall’azienda o da autocandidature.

Per questo è importante promuoversi in modo “intraprendente”, contattando dei referenti interni all’azienda a cui proporsi con un obiettivo ben preciso, un proprio “progetto professionale”.

Esiste anche la strategia pro-attiva, che consiste nell’attivarsi ancora prima di essere nella necessità di trovare lavoro. Come funziona? Per prima cosa parte dalla cura del proprio Personal Branding, ossia della propria immagine professionale, online e offline, in modo tale che sia unica, riconosciuta e riconoscibile anche all’esterno.

Se siamo conosciuti come competenti, validi, specialisti in un settore, saremo ricordati e contattati da chi potrà avere bisogno del nostro apporto professionale.

In secondo luogo pro-attivarsi significa curare la propria rete di relazioni personali e professionali, creare e coltivare nuovi contatti, frequentando ambienti diversi da quelli usuali, uscendo dal recinto del nostro spazio noto e sicuro. Partecipare a corsi e seminari del proprio ambito di riferimento ed anche prendere parte ad associazioni culturali, iniziative ed eventi che destano la propria curiosità, può rivelarsi molto utile non solo per migliorare la propria qualità di vita presente, ma anche accrescere le proprie opportunità future!

 

 

In un mercato sempre più intricato e competitivo, è oltremodo importante sapersi distinguere, farsi notare tra tutte le persone che cercano nuove opportunità di lavoro o di business.

Se questo principio è evidente per molti, non altrettanto chiaro come fare per emergere dalla massa di persone che si candidano ad uno stesso annuncio, pubblicano il proprio profilo sui social network, promuovono i propri prodotti/servizi sul web…

Di fronte a tutta questa concorrenza, molti rinunciano in partenza, restano nell’anonimato, ritenendo inutile darsi più di tanto da fare in un contesto di crisi come quello attuale. Altri invece, all’opposto, si dedicano ossessivamente alla ricerca, promuovendosi ovunque, comunque, con ogni mezzo, facendosi notare…fin troppo!

Per rispondere a tale esigenza, su internet si assiste ultimamente ad un fiorire di consigli su come farsi pubblicità offline e soprattutto online, discutendo se sia meglio avere un blog piuttosto che un profilo su Linkedin, inviare un videoCV piuttosto che creare un’infografica o altre forme di CV “alternativi”.

Il problema qui, come spesso accade, è quello di confondere il fine con i mezzi: ci si arrovella se sia meglio muoversi a piedi, in auto o in treno, senza avere prima deciso dove si vuole andare, senza aver analizzato le proprie preferenze di viaggio e senza averle confrontate con le caratteristiche dei mezzi di trasporto!

Prima di partire alla ricerca di un lavoro o di un’occasione imprenditoriale, dobbiamo fermarci, guardarci allo specchio, scrutare noi stessi, capire chi siamo, cosa ci caratterizza e differenzia, cosa vogliamo e possiamo offrire e a chi!

Nell’ (ormai lontano) 1997, Tom Peters, esperto di Marketing, scrisse un articolo intitolato “The Brand called You” in cui affermava che ciascuno di noi è una Marca (Brand) unica che può e deve distinguersi da tutte le altre e convincere il cliente/l’azienda ad acquistarlo/assumerlo.

Che cos’è il Brand Personale?

Il Brand per un’azienda rappresenta un mix di elementi (nome, logo, aspetti distintivi) che ne identificano l’identità, differenziandola dalla concorrenza, e che “contiene anche la storia dell’impresa, l’esperienza maturata dai consumatori verso il brand, il livello di notorietà, le aspettative dei potenziali acquirenti” (Fonte: Wikipedia)

Pensiamo ad esempio alla “Apple”: il suo nome è associato a elementi quali la tecnologia, l’innovazione, il prestigio, il design ecc, ben diversi da quelli di aziende dello stesso settore come IBM o NOKIA.

Il Brand personale è un concentrato delle nostre qualità, dei nostri valori, delle nostre competenze e del nostro stile personale, che sono a loro volta frutto della nostra storia, delle esperienze che abbiamo fatto, dell’ambiente in cui siamo cresciuti.

 

Come ha scritto il noto blogger e web strategist Robin Good: “Il personal branding è il processo con cui un individuo o un’azienda si caratterizzano in maniera unica e riconoscibile, creando un’immagine-marchio che riflette fortemente una missione, una condivisione di valore e un proprio stile di comunicazione. Il successo è determinato dal livello di coerenza che esiste fra i valori di caratterizzazione del profilo e quello realmente offerti e condivisi attraverso il proprio operato.”

Fare Personal Branding significa fondamentalmente avere consapevolezza di sé, del proprio valore, della propria unicità e comunicarlo all’esterno in modo sia spontaneo che formalizzato.

Quali sono i significati associati al nostro nome?

Come ci descriviamo e come ci definiamo?

Qual è la percezione che abbiamo di noi stessi?

E, ultimo ma non per importanza, qual è la percezione che hanno gli altri di noi?

Definire il nostro brand in modo tale che ci rispecchi e ci valorizzi pienamente ci fa sentire più “individuati”, unici, coerenti e quindi più sicuri di noi stessi. Definire il nostro brand serve a far stagliare la nostra figura rispetto allo sfondo e alle altre figure che ci circondano, a metterci in evidenza.

 

Il risultato di un Personal Branding efficace è una reputazione positiva tra i propri contatti diretti diretti e indiretti (colleghi, clienti, fornitori, persone del settore, ecc): si è riconosciuti e riconoscibili come persone esperte in un determinato ambito, con competenze distintive e caratteristiche significative.

Questo processo ci aiuta non tanto a “trovare lavoro” ma a farci trovare da esso!

 

 

Sempre più spesso si sente parlare di formati alternativi al curriculum: dal VideoCV pubblicato su Youtube alla pagina curriculum su facebook, dal CV in formato Infografica al CV-Brochure, dal profilo su Linkedin al nuovissimo Twesume, il resumè di soli 140 caratteri su Twitter.

Si tratta solo di una moda, o veramente questi nuovi modelli di CV possono rappresentare una soluzione intelligente per farsi notare dai selezionatori?

Sono andata su internet alla ricerca di esempi di CV innovativi ed ho trovato delle creazioni davvero ingegnose!

 

 

 

CV Creativi

C’è chi per candidarsi alla PIXAR ha creato un piccola valigetta colorata con dentro la “pizza” (ovvero il contenitore della pellicola) di un film, all’interno de quale era contenuto un taccuino scritto a mano con le proprie esperienze e competenze.

Un altro creativo ha ideato un CV in formato “scatola di cereali“, disegnando sul fronte le sue competenze trasversali e indicando sul retro, al posto degli ingredienti, le sue conoscenze e competenze tecniche.

Altri esempi decisamente curiosi sono quelli di una grafica che ha stampato il suo Curriculum su tessuto e di un ragazzo che ha creato un CV “informatico” apribile tramite QR code. Potete vedere questi e altri esempi su questa pagina.

Nell’era della comunicazione visiva si stanno diffondendo anche i CV “visual”, costituiti da poco testo e soprattutto da disegni e grafici organizzati in un’unica immagine chiamata “Infografica“. Molto spesso viene utilizzata una time line (linea del tempo) per rappresentare  la durata delle varie esperienze svolte e dei grafici a barre o a torta per indicare il livello delle competenze possedute.

Le infografiche create (ne potete vedere alcuni esempi davvero belli su questo sito e su quest’altro) possono poi essere stampate, inviate via mail o pubblicate su siti e social network.

Recentemente inoltre sono in fase di sperimentazione dei siti (come cvgram.me e visualize.me) che consentono di trasformare il proprio profilo su Linkedin in un’infografica, personalizzando le varie sezioni.

 

 

A cosa e a chi servono (soprattutto) i CV creativi?

Un Cv creato in un formato originale ha lo scopo di emergere dalla massa di curricula standardizzati e di catturare in questo modo l’attenzione del selezionatore o del potenziale datore di lavoro.

Non solo, il CV di per sè diventa una prova tangibile delle capacità tecniche e creative di chi lo ha ideato. E’ quindi funzionale soprattutto per quelle figure professionali che hanno come caratteristiche distintive la creatività, le conoscenze di Marketing e l’abilità di utilizzare programmi di grafica o altri software specialistici.

Infatti gli autori dei Cv innovativi e delle infografiche di cui abbiamo parlato sono soprattutto dei grafici, designer, creativi pubblicitari, webdesigner o webmarketer.

 

CV sui Social Network

In parallelo con l’esplosione direi virale dei social network, anche la ricerca di nuove opportunità lavorative viaggia sulla rete. Il business social network per eccellenza è senz’altro Linkedin, che tra l’altro ha iniziato il lancio della nuova versione, ancora più interattiva (ma di questo parleremo in un prossimo articolo!). Su Linkedin è possibile non solo inserire i propri titoli di studio e le esperienze professionali, ma anche una lista delle proprie skills, i progetti realizzati, le attività di volontariato svolte e soprattutto ricevere segnalazioni (recommendation) da parte di capi, colleghi e business partner.

Anche facebook è stato utilizzato come vetrina per mettere in mostra le proprie competenze. Ha fatto si può dire il giro del mondo la storia di Claudio Nader, un ragazzo bolognese di 28 anni, aspirante “media planner” che ha creato un profilo originale con il famoso social network e lo ha poi fatto conoscere a diversi siti e blog. Il suo profilo è stato quindi inserito al top dei 12 profili Facebook più belli del mondo ed è stato citato come esempio per trovare lavoro da diverse riviste online e offline in tutto il mondo! In breve tempo Claudio è stato contattato e poi assunto da un’azienda di pubblicità italiana.

Il caso di Claudio, sebbene raro, non è isolato: su Youtube si trovano diversi video di autopromozione, sia sotto forma di VideoCV (presentazione di sè stessi in pochi minuti) sia di presentazione di propri progetti, idee da sviluppare o di performance che mostrano direttamente le proprie abilità.

 

Ultimi, ma non per importanza, sono i blog tematici in cui si può evidenziare la propria padronanza di un dato argomento.

Queste piattaforme digitali possono rappresentare quindi una cassa di risonanza per diffondere la propria immagine online e dimostrare direttamente le proprie conoscenze e capacità specifiche.

Si tratta quindi di una strategia finalizzata a farsi trovare da potenziali datori di lavoro che navigano sul web e sui social network, piuttosto che a cercarli direttamente.

Come afferma Ivana Pais nel suo ultimo libro “La rete che lavora“, l’importanza del social recruiting è destinata ad ampliarsi, ma ci troviamo ancora in una fase di passaggio in cui le dinamiche di domanda e ricerca del lavoro non si sono del tutto evolute, restando ancorate per lo più a modalità e strumenti “tradizionali”.

 

Quindi il CV tradizionale serve ancora?

La risposta è affermativa! Questo sia perchè il mercato del lavoro, soprattutto in Italia, non si può ancora definire “social”, sia perchè, come ci insegna la storia dei media di comunicazione (pensiamo ad esempio al rapporto tra Radio e TV), nessun medium ha mai cancellato il precedente, quanto piuttosto lo ha affiancato, ricoprendo una funzione differente, soddisfacendo bisogni diversi ed utilizzando un linguaggio specifico.

Pertanto, al Curriculum tradizionale, preparato in maniera chiara, sintetica ma esaustiva, è possibile affiancare anche modalità di comunicazione più creative e innovative, da scegliere in base al proprio profilo e al target a cui ci si rivolge. Come abbiamo detto più volte, non esiste un CV valido per tutte le stagioni, ma sicuramente esistono dei punti fermi che bisogna tenere in considerazione sia se vogliamo ideare un CV dal design innovativo, sia se  intendiamo utilizzare un formato classico.

 

Linee guida valide per ogni tipo di CV

1) Obiettivo professionale chiaro: il CV va disegnato su misura del tipo di lavoro per cui ci  proponiamo e del tipo di azienda a cui ci presentiamo

2) Consapevolezza delle proprie conoscenze, capacità e qualità personali (in una parola: competenze) che rappresentano il valore aggiunto che possiamo offrire a chi ci assume

3) Originalità e personalità: dobbiamo evitare di presentare il nostro profilo in modo scialbo e piatto, valorizzando invece le nostre esperienze, i risultati raggiunti e le caratteristiche che ci contraddistinguono.

4) Chiarezza e sintesi: il CV deve essere quanto più possibile lineare e coerente (in base al punto 1) e scritto in forma breve e schematica, evitando sia di comporre un’anomina lista della spesa (v. punto 3) sia da adottare una forma troppo lunga, discorsiva e quindi poco leggibile.

5) Dare prova delle nostre competenze: attraverso la descrizione delle esperienze svolte, dei progetti seguiti, dei risultati raggiunti e, dove possibile, fornendo un esempio di ciò che sappiamo fare (ad esempio un articolo per un aspirante giornalista, un logo per un grafico, e così via).

Per avere consigli specifici, esempi e modelli da seguire per elaborare e ottimizzare il tuo CV, puoi scaricare gratuitamente la Guida al CV (versione aggiornata): l’unica approvata dai Selezionatori!

 

Credits: le immagini sono tratte dai siti ninjamarketing.it e infografiche.com


Ripartire dalle idee

Coach Lavoro dicembre - 7 - 20127 COMMENTI

In un Paese in cui la ripresa sembra ancora lontana, il cambiamento procede lentamente e l’innovazione latita, c’è davvero bisogno di stimoli, di idee e di progetti. Anche un solo seme che nasce e porta frutto è importantissimo, perché crea un terreno più fertile per altri semi alla ricerca solo di un’opportunità!

Per questo ritengo molto significativa l’iniziativa del Corriere della Sera (da me scoperta solo pochi giorni fa, per caso, navigando su internet), che si chiama “Ripartiamo dalle idee”, un concorso per aspiranti imprenditori.

L’iniziativa è partita a maggio scorso, da un’idea (appunto) della SDA Bocconi che ha coinvolto il Corriere della Sera, l’agenzie di comunicazione Armando Testa e la Banca Intesa SanPaolo.

Dei 350 progetti che hanno partecipato, ne sono stati selezionati 30. I loro ideatori sono stati coinvolti in un corso di formazione sul business che si è concluso con la presentazione finale di tutti i progetti sviluppati, da cui sono stati eletti 10 vincitori, che riceveranno un supporto da tutti gli sponsor del progetto per lanciare la loro start-up.

 

Ecco alcune delle idee che mi hanno colpito di più (potete leggerle tutte qui):

BIOPIC : Una “stuoia” progettata per rendere semplice coltivare fiori e ortaggi in casa e in giardino o in terrazzo.

EM Engeneering: Sistema di produzione di ricambistica industriale,  in cui ciascun prodotto viene studiato da un team di professionisti e fabbricato solo da aziende made in Italy.

HIGHSTRIT: Centro commerciale virtuale che permetterà alle migliori boutique di moda italiane di vendere i loro prodotti nel mondo.

JOB CROP: nuovo sistema di recruiting e di scouting dei talenti online.

LASTMARKETPRICE.COM: Portale e-commerce che consente a produttori e distributori di mettere all’asta on-line merce in prossimità di scadenza, fine serie, cambio etichetta e fondi di magazzino.

Come è facile notare, molte delle nuove idee sono collegate alle incredibili potenzialità di internet, ma alcune sono invece assolutamente “concrete” e connesse con il tessuto produttivo e manifatturiero italiano.

Qualcuno si potrebbe domandare: che senso ha parlare di impresa oggi quando molte sono costrette a chiudere i battenti?

Non possiamo mica tutti diventare come Vito Lomele, il fondatore di JobRapido (il motore di ricerca di annunci di lavoro che probabilmente molti di voi conoscono e utilizzano spesso), che ha attirato l’investimento di 30 milioni di Euro dal parte del colosso Daily Mail? E neppure come Andrea Vaccari e Alberto Tretti di Glancee, una start up che è stata recentemente acquistata da face book di Zuckerberg?

Assolutamente! Sappiamo bene che non tutte le imprese riusciranno a concretizzarsi e che non tutte avranno successo, solo le migliori, le più solide e innovative andranno avanti. Già solo per queste, ne sarà valsa assolutamente la pena ideare, sviluppare, promuovere la propria idea.

Ma anche per chi non ce l’ha fatta o non ce la farà, sarà stato comunque importante darsi una possibilità, anzichè stare fermi, poter imparare dai propri errori e prepararsi, magari, a riprovarci!

 

In Italia, Paese delle Piccole e Medie Imprese, lo sappiamo, avviare un’attività è davvero complicato, è un’impresa quasi “epica”.  Il tasso di crescita e di innovazione è tra i più bassi di Europa.

Come mai? Qual è il problema?
E’ la burocrazia? Anche!
E’ la mancanza di investimenti? Anche!
E’ la scarsità di terreno fertile? Anche!

Il problema cruciale, a mio avviso, è la mancanza di fiducia nella possibilità, di visione del futuro ed anche di pazienza, nel vedere i frutti!

Proprio in un momento di crisi come questo, come dice Testa (il Presidente dell’omonima Agenzia di Pubblicità): “Bisogna rimboccarsi le maniche e fare quello che si sa fare».

E’ qui che si inserisce, secondo me, il valore dell’iniziativa: se ci pensiamo, dieci start-up di impresa sono davvero una goccia nel mare, ma l’obiettivo finale è più ampio, come spiega il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli: “Servono segnali positivi concreti per aiutare il Paese a far emergere energie e processi di crescita”.

La tendenza è quella di aspettare cambiamenti “dall’alto”: dalla politica, dall’economia, dalla legislazione. Sicuramente delle riforme a favore dell’imprenditoria e del lavoro sono necessarie, oltre che auspicabili per il nostro sistema.

Ma perché delegare le nostre scelte, le nostre responsabilità le nostre possibilità di realizzazione all’esterno? Riprendiamo in mano la nostra vita!

Smettiamola di focalizzarci sui problemi ed applichiamo l’energia che usiamo per ingigantire dei “buchi neri”, da cui finiamo poi per essere inghiottiti, per trovare o costruire nuove soluzioni, nuovi “soli”, o anche, semplicemente, nuove lampadine! Ripartiamo dalle idee, appunto!

La parola “idea” etimologicamente deriva dalla radice “id” da cui si forma il verbo “orào” che significa vedere (video in latino), ed anche il verbo “òida” (sapere, conoscere in quanto si è “visto”).

Le idee quindi nascono dalla conoscenza, sia di noi stessi che della realtà che ci circonda, delle sue esigenze  e delle possibilità che ci sono. Dalla conoscenza poi nasce una visione di un futuro, non così remoto, in cui le esigenze vengono soddisfatte dalle nostre conoscenze e grazie alle risorse (strumenti, persone, ecc..) che abbiamo a disposizione!

Idee per creare nuove imprese e non solo!

Per chi lavora in azienda, l’idea è la proposta di un progetto, di una collaborazione, di una partnership.

Per chi vuole entrare nel mondo del lavoro, un’idea è quella di un CV innovativo, di una presentazione originale, di una strategia alternativa per entrare in contatto con potenziali datori di lavoro.

Da dove deriva quindi questa situazione di stallo, di apatia, di penuria di idee? (per quanto le 350 in concorso siano un bel segnale!)

Non certo da una mancanza di creatività, perché questa qualità è presente in tutti gli esseri umani, ma perché è stata atrofizzata da una o più delle seguenti convinzioni:

  1. non è possibile (per noi/in questo periodo storico, ecc…)produrre nuove idee
  2. qualunque idea prodotta non funzionerà
  3. qualunque idea prodotta sarà già stata pensata da altri e quindi è inutile

Insomma, la quintessenza della Legge di Murphy applicata a sé stessi! Siamo davvero bravissimi ad autolimitarci…e gli altri solitamente contribuiscono con un carico da novanta, regalandoci (nella maggior parte dei casi, involontariamente) le loro stesse convinzioni limitanti!

Invece, come recita il claim della campagna ideata per il concorso: «La crisi si vince con la creatività, l’orgoglio e la fiducia nelle nostre idee»

Competenze: come NON farle emergere

Coach Lavoro novembre - 1 - 201212 COMMENTI

Le competenze tecniche, trasversali e di settore che possediamo rappresentano le nostre risorse professionali sia nel lavoro che nel business.

Grazie a ciò che sappiamo (conoscenze), che sappiamo fare (capacità) e che sappiamo essere (caratteristiche personali) siamo in grado di ottenere dei risultati nelle nostre attività e di offrire un valore aggiunto al nostro datore di lavoro o ai nostri clienti.

Inoltre il mix unico e personale delle nostre competenze, frutto delle nostre esperienze di vita e di lavoro e delle nostre attitudini è quello che ci rende distintivi, ossia che ci fa emergere dalla massa come la persona più indicata per ricoprire quel determinato ruolo  o per svolgere quella specifica professione o attività imprenditoriale.

Quando cerchiamo un lavoro o intraprendiamo un’attività, rischiamo di trovarci in una condizione di “invisibilità”: facciamo fatica a farci notare, a renderci visibili, a comunicare il nostro vero valore!

Questo chiaramente rende frustranti tutti i nostri sforzi tanto da farci sentire inutili e impotenti!

Grazie allo studio che abbiamo fatto abbiamo individuato ben 5 modi per NON emergere (che spesso si presentano anche in forma combinata):

1) Non essere consapevoli delle nostre competenze, di ciò che siamo davvero in grado di offrire

Tendiamo a sopravvalutare ciò che non sappiamo fare, le nostre “mancanze” testimoniate da “fallimenti” che teniamo sempre bene a mente. Invece sottovalutiamo e diamo per scontato tutto ciò che siamo in grado di fare. Crediamo di non aver imparato nulla dalle esperienze di formazione e di lavoro che abbiamo fatto e non riusciamo a valorizzare tutto ciò che abbiamo conosciuto, scoperto, sperimentato o affinato.

Solitamente in questi casi gli altri ci sembrano sempre più bravi e sicuri di noi: cosa che non fa altro che abbassare la nostra autostima e scoraggiarci!

2) Utilizzare parole vaghe per descriverci

Quando ci presentiamo attraverso il CV, la lettera di presentazione, durante il colloquio o in altre situazioni di interazione, non specifichiamo quali sono le esperienze che abbiamo svolto, le relazioni che abbiamo intessuto e gestito, i risultati che abbiamo raggiunto. In questo modo ciò che dichiariamo appare poco chiaro e altrettanto poco convincente.

Questo punto è in molti casi connesso con il precedente: quando manca una consapevolezza delle nostre competenze, frutto di un’attenta analisi delle nostre esperienze e qualità personali, abbiamo delle difficoltà a descriverci e a promuoverci. Come possiamo infatti parlare e argomentare su un dato tema se non lo studiamo e non lo approfondiamo?

Inoltre, spesso per paura di apparire troppo poco “umili”, tendiamo a minimizzare quello che siamo stati in grado di fare e ciò che abbiamo ottenuto. Oppure, al contrario, crediamo che basti indicare il master che abbiamo frequentato o il ruolo che abbiamo ricoperto, che sia sufficiente descriverci come “dinamici, attivi e collaborativi”, per dare “prova” del nostro valore.

3) Presentarsi come factotum

Molto spesso a causa della varietà delle esperienze che abbiamo fatto e/o per l’esigenza di trovare subito un lavoro o un cliente (con l’approccio del “voglio un lavoro qualsiasi”) ci presentiamo con un  profilo estremamente generico, senza evidenziare alcuna competenza (tecnica e trasversale che sia) che possa in qualche modo caratterizzarci.

Quello che accade se non tracciamo i confini del la nostra “figura” è che non riusciamo a “stagliarci” rispetto allo sfondo!

Pur di proporci come candidati “flessibili” e “disponibili”, mettiamo sul piatto tutto ciò che abbiamo fatto e che sappiamo fare: questo oltre a non dare una buona immagine della nostra professionalità, nella maggior parte dei casi non risulta una scelta vincente perché non va incontro alle esigenze del datore di lavoro o del cliente.

4) Non avere un obiettivo professionale chiaro

Questo punto è frequentemente connesso al precedente. Accade infatti che chi si presenta come factotum non abbia le idee chiare su cosa fare “da grande” e viceversa, che chi non ha chiaro l’obiettivo finisca per presentarsi per un lavoro “qualsiasi”.

Se non sappiamo bene per quale ruolo/professione/attività ci vogliamo proporre, trasmettiamo un’immagina confusa e indistinta e appariamo all’esterno come scarsamente motivati e determinati.

Inoltre la mancanza di un obiettivo non ci consente di capire quali sono le competenze che ci servono per raggiungerlo e di confrontarle con quelle che possediamo, capendo su quali possiamo fare leva e quali invece abbiamo bisogno di sviluppare.

5) Non tenere in considerazione le esigenze del mercato

Le aziende ci assumono perché siamo in grado di risolvere dei problemi specifici, di trovare soluzioni, di “portare a casa” dei risultati concreti. Analogamente i clienti acquistano il nostro prodotto o servizio perché è in grado di “colmare” una loro mancanza piuttosto che di fornire qualcosa di unico rispetto ai concorrenti.

Se non abbiamo sufficienti informazioni su ciò di cui le aziende/i clienti hanno bisogno, rischiamo di proporre qualcosa di troppo (o troppo poco) o semplicemente di diverso da ciò che cercano!

Inoltre le aziende così come  i clienti sono portatori di  vincoli (di tempi, di costi, ecc) che possono ostacolare l’istaurarsi di un rapporto professionale. Se non li conosciamo non saremo in grado di proporci in modo tale da superare o aggirare tali limiti.

 

Se stiamo portando avanti una o più di queste strategie, nella ricerca del lavoro o nella promozione della nostra attività professionale/imprenditoriale è molto probabile che stiamo riuscendo a non emergere!

Ci distinguiamo tanto quanto una mucca in mezzo ad una mandria della stessa razza!

Cosa accadrebbe invece di diverso se diventassimo la Mucca Viola di cui parla Seth Godin nel suo famoso libro? Se riuscissimo a scoprire quel colore che ci differenzia e che ci rende unici?

Di certo non passeremmo inosservati!

Ma di questo parleremo meglio in un prossimo articolo…

 

L’Italia non è un paese facile, lo sappiamo bene, nè per il lavoro nè per il business.  E noi italiani tendiamo spesso ad incolpare la società, la cultura, il sistema politico ed economico in cui viviamo come la causa di tutti i nostri mali….

E’ per questo che ritengo significative quelle voci fuori dal coro che, noncuranti di chi potrebbe accusarli di essere troppo ottimisti o troppo faciloni o troppo idealisti, cercano di mandare un messaggio diverso, di aprire nuove prospettive, di appellarsi alla responsabilità di ciascuno di noi, di stimolare all’azione.

Mi sembra andare proprio in questa direzione il nuovo libro di Beppe Severgnini, di cui finora ho letto l’introduzione pubblicata sul Corriere.

Sono otto secondo lui le chiavi di accesso ad un futuro “nuovo”, non solo per i giovani, ma per tutti coloro che hanno voglia di crederci e di costruirlo.

1) La prima chiave è quella da lui definita Talento, che di fatto racchiude in sè il concetto a me caro di competenza. Scrive Severgnini: ” Scoprire ciò che siamo portati a fare – qual è la nostra attitudine o predisposizione – richiede tempo; e non risolve i nostri problemi di lavoro, realizzazione personale o inserimento sociale. Però aiuta.”

Dobbiamo essere chiari ed onesti con noi stessi su ciò che sappiamo, che sappiamo fare e che sappiamo essere, per capire su cosa puntare, dove poterci impiegare al meglio.

Concordo con  il fatto che la passione, o meglio, non tutte le nostre passioni possano coincidere con un vero e proprio talento, ma credo che dove c’è talento, lì c’è anche la passione: ciò che ci viene particolarmente bene, in modo “spontaneo” ci procura piacere e soddisfazione, che a loro volta alimentano, in un circolo positivo di rafforzamento, il nostro interesse ed entusiasmo verso tale cosa.

2) La seconda chiave è quella della Tenacia, della pazienza, della perseveranza, che porta ad “identificare un obiettivo e inseguirlo“, che aiuta a “tener duro” ed a sopportare la “fatica” della semina con la speranza del raccolto. Come afferma giustamente il giornalista: “Solo la costanza dei comportamenti produce risultati“. In questo senso, il talento non è sufficiente: quante persone di talento “cadono” perchè si arrendono, perchè mollano la presa alle prime difficoltà…o alle seconde, o anche semplicemente perchè non sono disciplinate nel coltivare e far crescere le proprie competenze?

[Questi primi due punti racchiudono perfettamente quelle che abbiamo chiamato "competenze personali", composte dalla consapevolezza di sè, dall'orientamento all'obiettivo e dalla gestione delle proprie emozioni.]

3) La terza chiave è quella del Tempismo, del “carpe diem” inteso nel senso di saper cogliere le occasioni (più o meno) nascoste in ogni momento, in ogni situazione.  Significa comprendere quello che gli economisti chiamano i “trend” del mercato, ossia verso dove tendono le esigenze delle aziende (potenziali datori di lavoro) e dei consumatori (potenziali clienti). Bisogna credere (alle opportunità) per veder (le) e bisogna essere pronti per poterle cogliere. Come scrisse, in tempi non sospetti, Seneca “La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione”.

4) La quarta chiave è quella della Tolleranza, intesa come la capacità di essere flessibili, aperti a prospettive diverse dalla nostra, a nuove strade che prima non avremmo mai considerato. Significa saper accettare il cambiamento, il fallimento, l’imperfezione.

5) Se si può, anzi si deve essere tolleranti verso la realtà che molto spesso non è quella che ci si aspetta, è necessario al contempo essere fermi su ciò in cui si crede, sui propri valori, che Severgnini chiama Totem. Essere leali, onesti ed etici si può e si deve, soprattutto in questo momento storico. Sono le scelte individuali che determinano poi l’andamento di quelle collettive.

6) La sesta chiave è quella della Tenerezza, intesa come morbidezza, che significa saper apprezzare la qualità, oltre che la quantità, il benessere oltre che la ricchezza, e tutte le fortune “storiche, geografiche, climatiche, artistiche, alimentari e caratteriali” di cui noi italiani abbondiamo ma godiamo poco.

7) La settima chiave è quella della Terra, intesa come legame con le proprie origini, con la propria storia: significa essere “radicati” senza per questo essere chiusi nel proprio mondo. Anzi, proprio le radici danno quella stabilità che consente poi all’albero di aprire la sua chioma all’esterno, agli incontri, al confronto, allo scambio di vedute.

8) L’ultima chiave è quella Testa, ovvero dell’Ottimismo, inteso non come cieca credulità, bensì come atteggiamento che evita le recriminazioni, le lamentele, le delusioni, non tanto perchè ingiuste o ingiustificate quanto piuttosto perchè inutili e dannose, per noi e per gli altri. Essere ottimisti significa guardare al futuro, e non al passato, a quello che sarà e non a quello che è già stato.

Concludo con le parole di Severgnini stesso, che non hanno bisogno di ulteriori commenti: “Portate talento, tenacia, tempismo e tolleranza in ciò che fate. Difendete i vostri ideali, guardate la vita con ironia, non dimenticate chi siete e da dove venite….Ripeto: voi non potete sognare, voi dovete farlo. Questo è l’unico ordine. Gli altri erano solo consigli.

Fonte: Corriere.it

 

Quali sono i nostri (veri) limiti?

Coach Lavoro ottobre - 18 - 201218 COMMENTI

In molti articoli su come cercare e trovare lavoro abbiamo affrontato il tema dei limiti che possono ostacolare nella ricerca del lavoro: la mancanza di un obiettivo chiaro, scarsa consapevolezza delle proprie competenze e soprattutto un atteggiamento “pessimista” nei confronti della realtà e delle proprie possibilità di riuscita.
Le obiezioni che possono essere rivolte a questa visione riguardano fondamentalmente la situazione esterna del mercato del lavoro su cui il singolo evidentemente ha poche possibilità di impatto.
Il ragionamento è il seguente: “Io posso avere anche le idee chiare, posso essere consapevole e fiducioso delle mie qualità ed avere una visione piena di speranza e ottimismo, ma se c’è la crisi, se le aziende chiudono (altro che assumere!) io che ci posso fare?

Ebbene, la prima cosa da fare è mettere in discussione i presupposti:

  1. Sei proprio sicuro di sapere cosa vuoi fare, che tipo di lavoro è più adatto a te, in quale azienda e settore aziendale vuoi lavorare e perché?
  2. Conosci davvero a fondo le tue capacità, conoscenze e qualità, ossia le tue competenze (tecniche, di settore e trasversali)? Sei in grado di promuoverle efficacemente e di valorizzarle (sul Cv, nei colloqui…) quando ti proponi?
  3. E infine, hai davvero un atteggiamento mentale sicuro e fiducioso? Oppure il “germe” del dubbio e della paura del fallimento e/o i virus dell’insicurezza cronica e del pessimismo cosmico stanno covando dentro di te opponendo resistenza?

Ora mettiamo che una persona risponda affermativamente a tutte le domande precedenti…ma non stia ancora trovando lavoro: questo sembrerebbe confermare che la causa di tutto sia solamente esterna: la crisi, il mercato, le aziende e…ah, dimenticavo…i selezionatori…!


Per quanto riguarda le nostre possibilità di azione, sono sempre stata convinta che questa dipendano dal livello in cui ci muoviamo: quello della realtà interna o quello della realtà esterna.
Sul primo livello, che comprende la nostra mente e il nostro corpo, i nostri pensieri, le nostre emozioni e i nostri comportamenti, abbiamo il massimo delle possibilità di controllo in quanto, per definizione, dipendono esclusivamente da noi! Questo chiaramente non significa che sia facile gestire noi stessi…ma millenni di studi fatti dalla filosofia e dalle religioni e più di recente dalle scienze e dalla psicologia ci hanno dato infiniti strumenti di intervento.
Ma sul secondo livello, sul mondo che ci circonda, che possibilità di controllo abbiamo? Qui ci sono dei limiti che non possiamo superare…o forse sì?!

Sono rimasta fortemente impressionata, come credo anche molti di voi, dall’impresa di Felix Baumgartner: l’austriaco che si è lanciato nel vuoto da un’altezza “spaziale” di 39km infrangendo contemporaneamente ben 3 record:

  1. Altezza massima raggiunta da un pallone aerostatico con equipaggio (39.060 m)
  2. Altezza maggiore di un lancio da pallone aerostatico (idem come sopra)
  3. Velocità massima raggiunta da un uomo in caduta libera (1.342 km/h) pari a mach 1,24 (Mach 1 è la velocità del suono).

La caduta è durata in totale più di 5 minuti……
Forse solo le immagini, più che le parole, riescono a descrivere questa incredibile impresa…

 

Che cosa sono i record se non dei limiti abbattuti?

E cosa c’è di più limitante di un limite “fisico”, materiale?

Il limite dell’altitudine,  il limite della temperatura (- 57 gradi C), il limite del vento?
Baugartner stesso descrive i pericolosi limiti da affrontare, in questa intervista riportata dal Corriere.it: “I rischi non sono pochi, per non parlare delle difficoltà prima di raggiungere la stratosfera. Solo un esempio: i primi 300 metri di salita con la capsula sono i più rischiosi, perché se qualcosa andasse storto, non avrei tempo né di uscire dalla capsula dispiegando il mio paracadute, né di aprire quello della capsula stessa».
Limiti “fisici” che si aggiungono a quelli fisiologici e psicologici che Felix ha affrontato con una lunga preparazione e similuzioni ad hoc (training mentale, esercizi cardiovascolari, galleria del vento, bungee camping…).
E di certo non si è scoraggiato dopo che i primi 2 tentativi di lancio (l’8 e 9 ottobre) erano falliti a causa delle condizioni metereologiche (altro limite esterno)! Quindi questa impresa conferma anche, tra le altre cose, l’importanza della preparazione, dell’allenamento, della perseveranza….

A questo punto la domanda sorge spontanea: E se i (veri) limiti fossero davvero solo nella nostra testa?!?

Quante volte hai avuto la tentazione di arrenderti, di mollare la tua ricerca del lavoro piuttosto che il tuo progetto di attività in proprio?

Quante volte hai pensato che fosse inutile andare avanti, continuare a rispondere agli annunci, ad inviare CV, a bussare alle porte, a cercare nuovi contatti?

Nella maggior parte delle volte si parte con entusiasmo nella ricerca (anche se spesso il germe del dubbio e della paura del fallimento cova silente!)..poi passano le settimane, i mesi, a volte addirittura gli anni ed i risultati, lerisposte non arrivano, anzi si accumulano le delusioni e le porte in faccia…..

Questo è il terreno fertile per il nostro “germe” che inizia a fare sentire sempre di più la sua presenza, a colonizzare sempre più i nostri pensieri fino a che, ad un certo punto non stiamo più lottando solo con il mondo esterno ma anche (e soprattutto) con “lui” che dall’interno mina ogni nostra azione o anelito di speranza…! E in questo modo le nostre forze, le nostre energie si disperdono, le possibilità di vittoria per noi si riducono sempre di più!

E’ proprio così che funziona il nostro “germe”: alla fine vuole averla vinta, vuole convincerci di aver ragione….ad abbandonare le armi! Basta fallimenti, basta delusioni, ritiriamoci dal campo di battaglia, tanto non ne vale la pena!! Meglio non agire o fare solo il minimo indispensabile (ad esempio solo un clic ad un annuncio, senza alcuna convinzione…)!

Intanto il germe va a chiamare i suoi alleati, quelli che si trovano più vicini in quel momento, tra i virus dell’insicurezza cronica e quelli del pessimismo cosmico (e nei casi peggiori, riesce a chiamarli in campo entrambi…e allora son davvero dolori!).

I virus dell’insicurezza cronica rispondono al motto: “ Io non valgo niente” e marciano sulle convinzioni di incapacità, di sfiducia in sé stessi, di disistima, di essere troppo…o troppo poco, di non essere mai abbastanza!

I virus del pessimismo cronico invece hanno come stendardo la “Luna nera” e si diffondono inveendo contro il mondo (il governo, le aziende, i selezionatori, ecc…), lamentandosi del presente e lanciando fosche previsioni sul futuro…!

Entrambi i virus sono molto pericolosi perché tenaci, non mollano la presa e ricevono forza da tutti quegli agenti esterni che pur senza esserne consapevoli, li assecondano (dalle notizie del Tg…ai discorsi di amici e familiari che ci scoraggiano a proseguire nella nostra lotta, e così via…).

Non solo,  i virus diventano anche resistenti agli antibiotici! Tutte le volte che entrano a contatto con una notizia confortante, con un incoraggiamento, con un’affermazione positiva, persino con un suggerimento pratico, alzano gli scudi, bollandoli come nemici e non facendoli neanche passare!!

E’ possibile guarire dal germe e dai virus?!?

Ovviamente “loro” dicono di no, ci vogliono convincere che sia impossibile…..ma noi andiamo a chiedere il parere al Nobel della Medicina appena nominato, e ad altri illustri scienziati. John Bertrand Gurdon è un luminare della scienza medica per i suoi studi sullo sviluppo cellulare.  Ebbene, quando era al college, più di 50 anni fa, ricevette un giudizio a dir poco “tranchant” dal suo professore di Biologia che gli disse che le sue ambizioni di diventare scienziato erano “ridicole” e che non avrebbe avuto “nessuna possibilità” di successo!

A quel punto il germe del dubbio unito al virus dell’insicurezza hanno avuto campo libero tanto che John stava per iscriversi a lettere classiche! Ma probabilmente la passione per la scienza era ancora viva dentro di lui tanto che quando lo chiamarono nel dipartimento di Zoologia, lui accettò…. Ed io credo (anche se non ho dati certi per affermarlo) che a quel punto lui prese la medicina della “voglia di riscatto” e l’integratore dell’impegno e della volontà per proseguire i suoi studi e le sue ricerche..fino ai risultati che oggi conosciamo!

Come scrive sagacemente il giornalista de La Stampa, quello di Gurdon non è l’unico caso di “genio” incompreso, che ha rischiato di essere contagiato da “germi” e “virus” ma è riuscito (fortunatamente) a sconfiggerli: da Einstein  a Margherita Hack, da Verdi a Tolstoj!

Chissà qual è il futuro che aspetta TE, se affronterai le tue sfide con le armi della fiducia, della creatività e della perseveranza?

 

 Articolo correlato: Come reagire davanti ai fallimenti e agli ostacoli

Scoprire le opportunità che ci circondano

Coach Lavoro settembre - 27 - 20122 COMMENTI

Negli articoli precedenti abbiamo parlato dell’importanza di ripartire da sé stessi e di imparare a guardare la realtà in modo diverso, specialmente in un momento incerto e turbolento come questo.

Alcuni giustamente possono obiettare che anche se ci mettiamo a meditare o indossiamo gli occhiali rosa, la realtà non cambia! Lo dicono tutte le statistiche: siamo in recessione (in Italia ma anche nel resto d’Europa), le aziende (così come i negozi e le piccole attività imprenditoriali) chiudono, la disoccupazione aumenta…e nel frattempo c’è sempre qualcuno che continua a rubare i soldi come se non fosse niente…!

E quindi, di cosa stiamo parlando?!

Di un concetto quanto mai complesso, quello di REALTA’ , sul quale filosofi e fisici, psicologi e antropologi continuano a dibattere senza tregua tra materialisti-assolutisti e costruttivisti-relativisti…

Senza addentrarci nei massimi sistemi, quello che vogliamo esprimere è semplicemente che ciò che chiamiamo realtà può essere visto sotto (infiniti?) punti di vista differenti e che in base agli occhiali che indossiamo (ossia in base alla concezione del mondo che abbiamo) possiamo percepire differenti dimensioni o aspetti della realtà!

Hai presente gli occhiali 3d (rossi e blu)? Se li usi per guardare questo video avrai una percezione decisamente diversa rispetto a quella che avresti ad occhio nudo!

 

Quindi la logica è quella di ampliare la propria prospettiva, di andare al di là di quella “esistente” e di aggiungere dimensioni nuove a ciò che viene percepito come limitato o limitante!

Se credi che di opportunità (di lavoro, di business, di crescita finanziaria) non è possibile trovarne in questo momento perché non ce ne sono, non le vedrai e quindi finirai per avere ragione!

Il presupposto di questo articolo “scoprire le opportunità che ci circondano” è proprio questo: ci sono delle opportunità più o meno vicine a noi, più o meno nascoste, che però possiamo vedere…o andare a scovare solo se ci mettiamo alla loro ricerca, se apriamo occhi, orecchie e tutti i nostri sensi per percepirle!

Ti è mai capitato lo “strano” effetto per cui, dopo aver parlato con qualcuno di un titolo di un libro o di un autore, vai in libreria, magari quella che frequenti abitualmente, e trovi immediatamente proprio quel libro, che magari stava lì da mesi ma che tu non avevi neppure notato?

Si tratta del fenomeno, noto in psicologia, dell’attenzione guidata dal SAR (sistema di attivazione reticolare) , un’area del nostro cervello che seleziona tra gli infiniti stimoli che riceviamo, quelli più “salienti” per noi, in base alle nostre esperienze e aspettative. In pratica percepiamo ciò che siamo abituati a percepire e ciò che ci aspettiamo di percepire!

Applicando questo meccanismo al mondo del lavoro, possiamo notare, ad esempio, come si tende a prestare maggiore attenzione e quindi ad avere maggiori informazioni  sulle aziende in crisi (anche perché siamo bombardati dai media!), piuttosto che a quelle che stanno aprendo, che stanno resistendo o che addirittura si stanno espandendo (anche se fossero poche…questo non significa che non esistano!).

Inoltre se ci concentriamo solo sulla ricerca tramite annunci sui siti specializzati, perdiamo di vista le opportunità che viaggiano altrove: fuori (contatti, conoscenze) e dentro la rete (social network, news riguardanti le aziende o il territorio, ecc…).

 

In sintesi, se crederai che le opportunità per te esistono, inizierai a percepirle, magari all’inizio da lontano, poi piano piano sempre più vicine. Se le percepirai, inizierai ad agire per avvicinarti, per coglierle… o per costruirle!

 

Concludiamo con una divertente battuta di Woody Allen: “È chiaro che il futuro offre grandi opportunità. È anche disseminato di trabocchetti. Il trucco consiste nell’evitare i trabocchetti, prendere al balzo le opportunità e rientrare a casa per l’ora di cena.”

Pubblico volentieri un guest post proposto dal sito lavorareonline.org

La crisi economica in Italia vede piccoli lampi di ripresa, ma molti sono gli imprenditori che stanno pensando di chiudere la propria attività. Non si tratta solo di piccole e medie imprese, ma di grandi nomi dell’industria, che puntano al profitto dei piani alti e che trovano una soluzione solo nello spostare la produzione in altri paesi, lasciando lavoratori in mobilità, in cassa integrazione o a casa con lettera di licenziamento, pur di sopravvivere. Lo fanno perché le tasse da pagare allo Stato sono ingenti, soprattutto per quanto riguarda quelle che ruotano intorno all’assunzione o al mantenimento di un lavoratore, per questo si spostano verso paesi in via di sviluppo dove il prezzo della manodopera e del lavoro è più basso. Dai call center alle industrie che hanno fatto la storia dell’economia del paese, la delocalizzazione delle aziende è un fenomeno sempre più diffuso in Italia. L’emigrazione è verso al Cina, il Vietnam, la Thailandia e ultimamente anche verso i paesi dell’Est e quelli Nordafricani.

La Fiat, ad esempio, ha stabilimenti perfettamente funzionati e produttivi in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina, anche la Geox ha spostato la produzione in Brasile mentre Tim, Vodafone, Sky Italia hanno call center in Albania, la Stefanel e la Benetton sono in Croazia. Qui rimangono in pochi e ultimamente il terremoto in Emilia ha danneggiato molte aziende del settore farmaceutico che stanno ipotizzando la possibilità di delocalizzare a breve termine.

Alcune di queste occupazioni potrebbero essere svolte in modo diverso grazie al lavoro online, inoltre utilizzando le nuove tecnologie il prezzo per ogni lavoratore potrebbe diminuire notevolmente, considerando che lavorare da casa è un vantaggio anche per le aziende in quanto è possibile ridurre i costi di ufficio, assicurazioni sul posto di lavoro, assicurare orari flessibili e ridurre lo stress dell’assunto.

Chi vuole lavorare online seriamente, effettuando ad esempio lavori di contabilità, gestione clienti/fornitori, marketing può utilizzare le nuove tecnologie  che assicurano una comunicazione continua e di qualità eliminando quindi la necessità di una presenza fisica sul posto di lavoro.

Inoltre per alcune tipologie di aziende, ad esempio quelle impiegate nel mondo ICT, il lavoro sul web è ormai una realtà. Ad esempio un programmatore  (che sviluppa un progetto che non richiede un lavoro in team ) non ha alcuna necessità di recarsi sul posto di lavoro riducendo così il costo per l’azienda ed aumentando, in alcuni casi, la propria produttività e le ore di lavoro svolte.

Guardare la realtà con occhi nuovi

Coach Lavoro settembre - 21 - 201217 COMMENTI

“Non ho un lavoro..non sono soddisfatta del lavoro che sto facendo……non ho possibilità di cambiare……è inutile cercare, tanto non si trova nulla……il lavoro non c’è….non ci sono soldi…..non ho nessuno che mi aiuta….”

Quante volte ti sono passati questi pensieri nella testa? Probabilmente molto spesso, considerando il momento attuale, i discorsi degli amici o in televisione, le nostre stesse difficoltà e frustrazioni su cui tendiamo a rimuginare

Ebbene, questi pensieri sono più forti di quanto noi stessi ci rendiamo conto, perché sono “contagiosi”, ossia attraggono pensieri simili e tendono a confermarsi (mai sentito parlare della profezia che si autoavvera?): quindi alla fine i pensieri, soprattutto se ripetuti con una certa intensità emotiva, diventano la realtà!

Questo fenomeno è stato scoperto e studiato da vari approcci più o meno scientifici: dalla legge dell’attrazione alla psicologia costruttivista fino alla fisica quantistica!

Quello che pensiamo e sentiamo influenza il modo in cui percepiamo la realtà: la nostra attenzione seleziona, tra gli infiniti stimoli che riceviamo, proprio quelli più in sintonia con i nostri pensieri ed emozioni. Sulla base di questi stimoli noi agiamo in un certo modo, ricevendo come effetto una conferma delle nostre aspettative (spesso inconsce), creando quindi un circolo che si autoalimenta!

Cosa significa questo? Che la realtà (personale, affettiva, economica, lavorativa) che stiamo vivendo dipende da quello che abbiamo pensato, sentito e agito nel passato e da quello che stiamo pensando, sentendo e facendo in questo momento presente!

Attenzione, questo non significa, almeno secondo il mio punto di vista, non essere toccati dai fattori esterni a noi (la famiglia, gli amici, la classe sociale di appartenenza, la cultura dominante, la politica, l’economia…), che abbiamo approfondito anche in questo articolo, ma che siamo noi a decidere (nella maggior parte dei casi, inconsciamente) se lasciarci condizionare o meno da essi.

Di fatto questo approccio ribalta la concezione “materialista” dominante, secondo cui invece la vita del singolo individuo e della società è determinata proprio da fattori esterni (ecc…) su cui di fatto non abbiamo possibilità di intervento! Se infatti la “causa” di ciò che ci accade è esterna a noi, questo non solo riduce o addirittura annulla la nostra responsabilità individuale, ma al contempo impedisce anche qualunque possibilità di intervento, bloccando sul nascere ogni tentativo di azione!

Guarda questo video (forse ti sarà già capitato di vederlo su internet):

Racconta una giornata qualunque di un uomo qualunque, tra “incidenti” e “contrattempi” che causano nervosismi, arrabbiature e in generale malessere, finchè non inizia a guardare gli altri in modo diverso, a comprendere ed accogliere la loro diversità, uscendo da una visione egocentrica e mettendosi nei loro panni…

Se ci pensi questa stesso approccio può essere applicato ad ogni aspetto della tua vita: questo significa che è possibile percepire quello che ti accade in modo diverso!

Con quali occhiali stai guardando il mondo? Che lenti hanno? Che filtri hanno?

E se provassi ad indossare un nuovo modello? Magari prendendolo in prestito da libri che ti ispirano o, ancora meglio, da quelle persone che riescono a vivere la vita con serenità e fiducia, che si danno da fare e ottengono dei risultati?

Tornando nel campo del lavoro, potresti ad esempio confrontarti con chi sta facendo un lavoro che lo soddisfa e lo realizza, oppure con chi si sta muovendo nel mercato del lavoro con un approccio differente dal tuo, con risultati interessanti,  oppure ancora con chi magari sta costruendo un suo progetto professionale, un’attività imprenditoriale, ecc…

Com’è la realtà vista con i loro occhiali? Quali orizzonti si aprono? Quali nuove sfumature appaiono?

E’ proprio vero che, come scrisse Proust in uno degli aforismi che preferisco: “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”!

Abbiamo dedicato 3 corposi articoli al tema delle competenze: ci siamo chiesti cosa significa essere competenti e qual è il mix di “ingredienti” che va a comporre le competenze che sviluppiamo nel corso delle nostre esperienze di vita, di formazione e di lavoro. Quindi abbiamo messo a confronto le competenze tecniche con quelle trasversali per capire quali fanno davvero la differenza sia in fase di selezione che nelle performance lavorative…e infine abbiamo passato in rassegna le principali competenze trasversali, raccolte in 4 macro-categorie: le competenze personali, relazionali, cognitive ed organizzative.

A questo punto sorge spontanea una domanda: come facciamo a riconoscere quali competenze abbiamo acquisito e sviluppato e in base a cosa possiamo valutarle?

Per prima cosa dobbiamo distinguere tra auto ed etero-valutazione: nel primo caso siamo noi stessi a valutare il grado di possesso di conoscenze, capacità e caratteristiche personali sulla base dei risultati che otteniamo, sulle situazioni che riusciamo ad affrontare ed anche del confronto con i nostri “pari” (compagni di studio, colleghi, ecc).

Nel secondo caso veniamo valutati da altre persone che, sulla base di parametri più o meno oggettivi, possono riconoscerci o meno determinate competenze in modo più o meno formale e formalizzato:

  • i selezionatori durante il processo di selezione,
  • le persone con cui ci relazioniamo durante la quotidiana attività sul posto di lavoro (colleghi, clienti, fornitori, ecc…)
  • il nostro capo nel corso di processi di valutazione formale (la cosiddetta valutazione della prestazione e/o delle competenze, che viene svolta di solito con cadenza annuale all’interno delle aziende)
  • esperti esterni durante i cosiddetti “Assessment Center”, ossia situazioni strutturate in cui viene osservato il comportamento durante esercizi e simulazioni che si svolgono di solito in gruppo

 

Per avere una visiona quanto più possibile completa e realistica delle nostre competenze è importante fare riferimento sia ai feedback esterni che alle nostre autovalutazioni, senza escludere nessuna delle due fonti di informazioni!

Ci sono infatti persone che tendono ad essere piuttosto indulgenti, mentre altre (che nella mia esperienza sono la maggioranza…) sono invece estremamente severe con sé stesse.  In entrambi i casi si tratta di una distorsione della realtà che porta ad ingigantire le proprie abilità e doti personali rispetto ai propri punti deboli, o viceversa a focalizzarsi sui propri errori, le proprie mancanze e insicurezze personali, dando invece per scontato ciò che riescono a fare bene ed i successi che hanno ottenuto!

Inoltre si tende di solito a ragionare in termini dicotomici: o si possiede una competenza da esperto ai massimi livelli (da “10” in una scala ipotetica da 1 a 10 ), oppure NON la si possiede (il che è pari al livello “0″ o “1″, se siamo generosi!).

Darsi degli standard troppo elevati, che vengono percepiti al di fuori della propria portata, rischia non solo di non aumentare la nostra motivazione, ma anzi di abbassarla. Se consideriamo una determinata prestazione come una “Mission Impossible”, difficilmente ci impegneremo in un allenamento per arrivare alla pari di… Tom Cruise! Molto più probabilmente ci arrenderemo prima di iniziare oppure dopo le prime inevitabili frustrazioni molleremo la presa, con l’unico risultato di sentirci ancora meno competenti rispetto a prima!

Bisogna invece considerare ciascuna competenze come un continuum, con diversi gradi intermedi.  Ad esempio per quanto riguarda le competenze linguistiche, il modello europeo prevede 3 livelli (A, B, C), dal “base” alla “padronanza”, ciascuno dei quali con due sottolivelli. Per la valutazione delle competenze trasversali non esiste una classificazione standard perché essa dipende dal modello di competenze che si utilizza.

Ad ogni modo, ciò che conta nell’autovalutazione sono i nostri criteri di riferimento soggettivi ed il confronto tra ciò che siamo in grado di fare e di affrontare attualmente, rispetto a quello che sapevamo fare 1, 5, 10 anni fa. Allargando la prospettiva temporale sicuramente anche la percezione della nostra competenza cambia! Ciò che siamo in grado di gestire oggi probabilmente nel passato non ci appariva così scontato!

Ecco quindi che il riconoscimento delle nostre competenze fa rima con apprezzamento: riconosciamo ed apprezziamo, nel presente, quello che siamo in grado di fare, i problemi che riusciamo a risolvere, le attività che sappiamo pianificare ed organizzare, le relazioni che gestiamo in modo efficace e, nel passato, i piccoli-grandi successi e le soddisfazioni che abbiamo ottenuto.

Ripercorriamo tutto questo nel cinema della nostra mente e scriviamolo per tenerne traccia, fissarlo e potercene riappropriare quando serve: la scrittura è uno strumento insostituibile in tal senso!

Se abbiamo una base solida di consapevolezza di noi stessi e delle nostre risorse, qualunque feedback esterno, anche negativo, non rappresenterà più una minaccia quanto piuttosto un’opportunità per apprendere, migliorarci e consolidare quanto abbiamo costruito!

Se costruiamo le nostre fondamenta con i mattoni delle nostre competenze e con la calce della stima e dell’apprezzamento per ciò che siamo, che sappiamo e che siamo in grado di fare, potremo lavorare con maggiore facilità sulle nostre aree di miglioramento e colmare con slancio i nostri “gap”, facendo leva sui nostri punti di forza!

In questi mesi estivi capita, più spesso che in altri periodi dell’anno, che i contratti “flessibili” in scadenza non vengano rinnovati, rimandando (in caso) il tutto a settembre…

Non entro nel merito dell’eticità piuttosto che della legalità di questa prassi (su cui ci sarebbe da discutere…), piuttosto mi concentro sull’approccio più produttivo e benefico per chi si trova ad affrontare questa difficile situazione!

C’è chi viene informato con un certo anticipo del mancato rinnovo, chi invece lo “scopre” soltanto l’ultimo giorno, in entrambi i casi si provano emozioni che vanno dalla rabbia per l’”ingiustizia” subita alla delusione per un progetto che all’inizio magari sembrava promettente, alla preoccupazione per un futuro che appare più incerto, alla paura dell’ignoto…

Quando la notizia arriva, chiaramente è già troppo tardi per intervenire, per cui bisogna sempre attivarsi per tempo, ben prima della scadenza, per cercare di costruirsi nuove opportunità dentro e fuori l’azienda. Come dice il saggio proverbio: “Prevenire è meglio che curare!”

Entrando più nello specifico, già dall’inizio del rapporto di lavoro è opportuno chiedersi cosa ci si aspetta dall’esperienza sia dal punto di vista della crescita professionale, sia dal punto di vista economico ed anche delle prospettive di carriera. Le aspettative quindi vanno confrontate, giorno dopo giorno, con le informazioni che possono essere raccolte dal contesto lavorativo:

  • qual è il clima che si respira?
  • quali sono le modalità di gestione del personale?
  • quali sono le strategie che l’azienda sta perseguendo?
  • come è strutturato l’ufficio/il team in cui si è inseriti?
  • cosa posso imparare di nuovo o consolidare? che opportinità di crescita ci sono?

Bisogna insomma aprire bene occhi e orecchie e sfruttare un pizzico di intuito per cogliere anche i cosiddetti “segnali deboli” che indicano la direzione verso cui sta evolvendo la situazione lavorativa.

Oltre a cercare di avere una visione “dall’alto” della situazione, bisogna sempre agire con i piedi per terra, impegnandosi nel lavoro che si sta svolgendo e costruendo rapporti collaborativi, a tutti i livelli.

Questo non solo facilita l’operatività quotidiana, ma rappresenta anche un investimento per il futuro: i contesti lavorativi infatti sono terreno di coltura per le relazioni, dentro e fuori dall’azienda (con partner, clienti, fornitori) che poi vanno a costituire quella rete sociale (network) da cui possono scaturire future opportunità!

Per quanto riguarda le possibilità all’interno dell’azienda:

  • Ci sono delle posizioni che si stanno aprendo (perchè si attivano nuovi settori di business oppure perchè qualche collega sta per lasciare definitivamente o temporaneamente l’azienda)?
  • Oppure ci sono dei progetti in partenza in cui si potrebbe essere coinvolti?
  • Oppure ancora potremmo essere proprio noi a proporre l’avvio di un progetto in cui essere parte attiva e integrante?

 

Mentre si cerca di scoprire…o costruire opportunità dall’interno, non bisogna mai perdere di vista l’esterno.

Mi rendo conto che si tratti di una strategia complessa in quanto prevede di avere un doppio focus (interno/esterno) e quindi di suddividere le energie e l’attenzione in due direzioni differenti. Ma è il prezzo che bisogna pagare per tenersi aperte più strade e aumentare le probabilità di riuscita. Se infatti è vero che non abbiamo un impatto diretto sulle opportunità che provengono dal contesto (a meno che non siamo noi stessi a crearle, ad esempio avviando una nostra attività), è anche vero che possiamo favorire l’incontro con tali opportunità attraverso un approccio positivo, dinamico ed “estroverso”, ossia “aperto verso l’esterno”!

Dopo questa ampia parentesi dedicata a tutte le azioni preventive e pro-attive che si possono fare per consolidare la propria posizione professionale quando si è ancora dentro l’azienda, ora parliamo di come reagire e agire quando ormai ci si trova fuori.

Poco tempo fa la rivista online di Cosmopolitan mi aveva intervistato su questo tema chiedendomi consigli sulle strategie da adottare nel momento in cui ci si trova, spesso da un giorno all’altro, fuori dal mercato del lavoro.

Riassumo i punti principali dell’intervista e poi rimando all’articolo per approfondimenti!

Quando il dado è ormai tratto, la tendenza naturale è quella di lasciarsi prendere dallo sconforto o dalle recriminazioni verso gli ormai ex-datori di lavoro e spesso anche verso se stessi.

E’ opportuno invece fermare il turbinio di pensieri per guardare la situazione da un punto di vista esterno, osservando in modo “distaccato” quanto il rinnovo del contratto dipendesse da noi, dalla nostra prestazione, dalla gestione dei rapporti di lavoro oppure dal contesto aziendale, dallo scenario di mercato, ecc.

Se quest’ultimo è stato il fattore preponderante, allora bisogna prenderne atto e “accettare ciò che non si può cambiare”. Se invece il fattore principale è legato al proprio comportamento, allora è possibile davvero trasformare un’esperienza negativa in una fonte di apprendimento che servirà per non ripetere gli stessi errori nelle successive esperienze di lavoro.

Ad ogni modo, in entrambi i casi, quando termina un rapporto di lavoro, così come succede con uno affettivo, bisogna affrontare e superare il “lutto”, evitando di focalizzare i nostri pensieri su ciò che abbiamo “perduto” e che ormai è alle nostre spalle, e guardando invece avanti verso nuove opportunità che troveremo ancora più stimolanti e soddisfacenti!

Altro errore che si tende a fare comunemente è quello di buttarsi a capofitto nella ricerca, senza sapere bene nè cosa nè come cercare, nè tantomeno come presentarsi.

E’ importante invece fermarsi a fare il punto della situazione, rivedere il proprio percorso svolto fino a quel momento e fare un bilancio delle competenze sviluppate, dei successi ottenuti, degli apprendimenti maturati.

Consapevoli di noi stessi, potremo muoverci in modo più determinato e presentarci come persone capaci davvero di apportare un valore aggiunto per l’azienda a cui ci proponiamo!

Consapevoli delle nostre risorse, saremo in grado di valorizzarle non solo sul curriculum e sulla lettera di presentazione, ma anche nelle interazioni che svilupperemo durante la nostra ricerca del lavoro: con i selezionatori, con i nostri contatti sia nella vita “reale” che su internet ed in particolare sui social network!

Da queste considerazioni emerge in modo ancora più chiaro come sia decisamente più efficace concentrare  le proprie energie sullo sviluppo della proria “employability” (occupabilità) piuttosto che puntare sull’ottenimento del “posto fisso” o sul rinnovo del contrattino che ci è stato proposto!

In ogni esperienza lavorativa, anche quella apparentemente meno significativa, è dunque fondamentale concentrarsi sull’acquisizione, lo sviluppo e il consolidamento delle risorse costituite dalle proprie competenze (tecniche, di settore e trasversali), dalla propria rete di contatti (colleghi, partner, clienti e fornitori) che moltiplicano le possibilità di trovare nuove opportunità, cadendo sempre “in piedi”.

 

 

Continua la rassegna di CoachLavoro dedicata al tema delle “competenze”, termine ormai diventato di uso comune: sul Cv europeo c’è la sezione dedicata alle competenze sociali, organizzative e artistiche…sugli annunci sono sempre richieste caratteristiche quali la proattività, la flessibilità, il problem solving, il team working, ecc…

Alla fine l’impressione è che siano delle etichette di cui non si può fare a meno, ma di cui si ignora il contenuto!

Eppure possedere, sviluppare e valorizzare le proprie competenze è fondamentale non solo quando si cerca lavoro, ma anche quando si opera in un contesto lavorativo….e in generale nella propria vita quotidiana! Di fatto si tratta di risorse che possono essere spese a 360°: non per niente si chiamano “trasversali”! Quindi, proviamo a far chiarezza:

Cosa sono veramente le competenze trasversali e quali sono le più importanti?

Partiamo dalla definizione che ho presentato nel precedente articolo: le competenze trasversali rappresentano quel bagaglio di conoscenze, abilità e qualità che portiamo con noi nelle varie esperienze personali e professionali e che mano mano arricchiamo grazie alle varie esperienze che facciamo. Queste competenze in gergo vengono chiamate “soft skills”, per distinguerle da quelle prettamente tecniche.

Ci sono numerose e spesso complesse classificazioni delle competenze, che fanno riferimento a diversi modelli (da quello dei famosi Spencer&Spencer a quello dell’Intelligenza Emotiva di Goleman…)

Facendo una meta-analisi, ho riscontrato che, pur con le dovute distinzioni, è possibile far riferimento a 4 macro-categorie,  ciascuna delle quali comprende 3 competenze distintive:

1) Le Competenze Personali fanno riferimento alla gestione di sé e delle proprie emozioni.

Ingrediente fondamentale è la consapevolezza di sé stessi che deriva dall’ascolto e dalla riflessione sulle proprie emozioni, i propri pensieri e dall’osservazione dei propri comportamenti.  Non per niente l’esortazione “Conosci te stesso” era iscritta sul tempio di Apollo a Delfi! Conoscere sé stessi significa conoscere i propri punti di forza e di debolezza, conoscere cosa ci motiva e dove si vuole andare.

Il secondo elemento che compone le competenze personali è l’orientamento all’obiettivo, che consiste nella capacità di porsi degli obiettivi chiari, specifici e stimolanti e nell’impegnarsi con energia e perseveranza nel loro raggiungimento, anche quando questo sembra lungo e difficoltoso.Di solito è la caratteristica più richiesta dalle aziende perché è necessaria per portare a casa i risultati.

Questo secondo elemento è strettamente connesso al terzo, ossia alla gestione delle proprie emozioni che consiste nel saper attingere alle proprie risorse interiori per ricavarne energia, anche nei momenti difficili, quando si ha il vento contrario, i risultati tardano ad arrivare, quando si vive un momento di dolore piuttosto che di conflitto. Gestire le proprie emozioni significa, essere “zen”, ossia mantenersi stabili e centrati nelle montagne russe della vita ed implica quindi anche la caratteristica della resilienza (che abbiamo già accennato altrove e che approfondiremo prossimamente…).

 

2) Le Competenze Relazionali sono speculari a quelle personali in quanto indicano la capacità di gestire i rapporti con gli altri, comprendendone le esigenze e modulando il proprio comportamento alle loro caratteristiche e al loro ruolo. Infatti è sicuramente diverso relazionarsi con i propri genitori che con gli amici, con il capo che con i colleghi, con i clienti che con i fornitori!

Elemento fondamentale delle competenze relazionali è sicuramente la capacità di ascoltare (il “detto” e soprattutto il “non detto”) e di essere quindi “empatici” rispetto a quello che l’altro prova.

Il secondo aspetto è quello della comunicazione, scritta e verbale: nell’era della comunicazione pochi sanno esprimere idee o descrivere progetti in modo chiaro, strutturato e mirato. Saper comunicare significa infatti non solo costruire in modo logico e fluido un discorso o un testo, ma anche saper adattare il contenuto e la forma in base al tema da trattare e al nostro interlocutore/pubblico.

Terzo importante elemento della relazione con gli altri è la persuasione: essere persuasivi significa essere convincenti, sia con motivazioni razionali che emotive, tanto da riuscire a portare gli altri a seguire le proprie idee o progetti. Non si può essere persuasivi se non si è empatici e non ci si mette nei panni dell’altro né tantomeno se si comunica in modo confuso o ermetico, quindi di fatto tutti gli elementi sono estremamente connessi tra loro! La capacità persuasiva non attiene solo ai commerciali o ai manager: se si vuole convincere i colleghi o i soci a collaborare con noi in un progetto, bisogna comunicare in maniera coinvolgente, per non parlare di quanto sia importante sapersi “vendere” in un colloquio: anche qui si tratta sempre di persuasione! Chiaramente le competenze comunicative sono fondamentali per riuscire a lavorare in team che diventano sempre più flessibili e internazionali!

 

3) Le Competenze Cognitive fino a poco tempo fa erano il principale fattore ad essere misurato nei cosiddetti assessment per la selezione del personale. Ora i test sul QI o sulle abilità di ragionamento logico e/o matematico vengono affiancati e talvolta anche sostituiti da test sull’intelligenza emotiva piuttosto che sulla personalità. Come spesso accade, si tende a cadere da un eccesso ad un altro! Di fatto bisogna sempre valutare tutti gli aspetti, in un’ottica integrata!

Tra le competenze cognitive spiccano l’analisi e la sintesi, ancora più indispensabili in un contesto come quello attuale in cui siamo inondati da informazioni che vanno analizzate in modo critico e poi sintetizzate in modo funzionale alle proprie esigenze.

Un’altra caratteristica importante (richiesta nel 90% degli annunci) è quella del problem solving, che implica la capacità di trovare soluzioni quanto più possibile semplici a problemi complessi.

Saper risolvere problemi è strettamente connesso all’aspetto della creatività: trovare idee o soluzioni alternative, innovare o inventare ciò che prima non esisteva. Essere creativi significa non seguire la logica stretta e lineare ma vedere le cose da punti di vista differenti, cogliere collegamenti originali, ampliare le prospettive… Si tratta di una caratteristica quanto mai preziosa in un periodo come questo in cui le soluzioni conosciute non funzionano più e bisogna invece essere in grado di creare nuove strade all’interno di nuovi scenari!

 

4) Le Competenze Organizzative sono di fatto le competenze più “operative” che vengono messe in campo quando si passa dall’ideazione alla realizzazione concreta (risistemare l’archivio dell’ufficio oppure sviluppare un nuovo software)!

Il primo elemento dell’organizzazione è la pianificazione, che consiste nel suddividere un progetto in più attività, trovare le risorse (materiali e umane) per svolgerle e stabilire dei tempi.

Quindi strettamente connessa alla capacità di pianificare è quella di gestire i tempi (Time management), darsi delle priorità e rispettare le scadenze (il che non è facile come sembra, come ci ha spiegato anche Andrea nel suo articolo….).

L’elemento che completa il quadro delle competenze organizzative è senz’altro la capacità di controllo, che implica l’attenzione ai dettagli e il monitoraggio dello svolgimento delle attività, per esser pronti a correggere il tiro se necessario!

Insomma, come è facile intuire, per essere ben organizzati occorre un po’ della sana “disciplina” dei vecchi tempi…!

Infine, molti inseriscono la flessibilità tra le competenze (cognitive o organizzative), mentre a mio avviso invece si tratta di una caratteristica di pensiero e di comportamento che distingue di fatto chi è davvero competente da chi non lo è! Come avevo scritto infatti nell’articolo facendo l’esempio del pilota di Formula1, se costui guida in città come in pista….non potremmo certo dire che sia competente alla guida!

Chi è competente è flessibile perché si sa adattare alle situazioni e alle persone con cui si relaziona, avendo un repertorio di scelte decisamente più ampio di chi invece, essendo rigido (o semplicemente poco “esperto” dell’attività), conosce un solo modo per svolgerla.

 

Bene, a questo punto il quadro delle competenze è completo, per quanto senz’altro l’argomento meriterebbe ulteriori approfondimenti e specificazioni!

Ad esempio bisognerebbe capire se sotto la stessa etichetta (ad esempio “proattività”) le aziende intendano la stessa cosa anche perché in ciascuna realtà le competenze vanno esercitate in modi ed in contesti differenti…

Infine resta aperta la questione: come si fa a sapere se si possiede o meno, e a quale livello, ciascuna competenza? E come si fa a comunicarla all’esterno?

Ne parleremo prossimamente!