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saltare gli ostacoli e i limitiNella ricerca di nuove opportunità di lavoro così come di un’idea  per avviare un’attività in proprio, attraversiamo un vero e proprio percorso ad ostacoli.

Non solo dobbiamo affrontare le difficoltà “oggettive” che troviamo nella pratica operativa, come ad esempio quella di trovare un annuncio in linea con il nostro profilo oppure quello di raccogliere informazioni utili nella giungla della burocrazia,  ma soprattutto  dobbiamo andare contro i nostri dubbi, alimentati dalla visione limitante e pessimistica delle persone che ci stanno intorno.

Ascoltare le notizie che provengono dai media o le previsioni statistiche non fa altro che indurci allo sconforto e all’impotenza: la situazione generale è talmente grave che non è possibile fare nulla per cambiarla. I messaggi che ci vengono comunicati sono più o meno di questo tenore: “Noi siamo vittime di questo sistema che non possiamo fare altro che subire. Ogni tentativo di riscatto, ogni speranza di farcela è una pura illusione. Non c’è nulla di sicuro. Tanto vale rimanere dove si è e non provarci neppure“.

Questo è di fatto il lietmotiv che giorno dopo giorno arriva alle nostre orecchie e le voci fuori dal coro sono praticamente inesistenti!

Molte persone che mi contattano mi raccontano di come le persone che hanno intorno (spesso i genitori, il partner, ecc) non facciano altro che scoraggiarle e dissuaderle dal tentare qualcosa di nuovo o di diverso dal conosciuto.

Di solito i messaggi che riceviamo possono essere ricondotti sotto due grandi “cappelli”:

1) Non è possibile (in generale): Cambiare lavoro, trovare un’occupazione soddisfacente, vivere delle proprie passioni, realizzare un progetto, è pura illusione. Se qualcuno ci riesce si tratta di un’isolata eccezione, di una persona “fortunata” o che semplicemente aveva già le risorse per farlo. In tutti gli altri casi si parla di una “missione impossibile”, specie di questi tempi.

2) Non è possibile per te: In questo caso il limite non è rappresentato tanto dal contesto esterno (che comunque ha un peso) ma dalle capacità della persona stessa. “Ma dove vai? Cosa credi di fare? Tieni i piedi per terra!”: queste sono le parole che spesso vengono pronunciate proprio da chi dovrebbe avere più fiducia in noi,  i nostri familiari o amici più stretti. Ci vengono ricordati i nostri limiti, i nostri insuccessi, la condizione già di per sè non facile in cui ci troviamo, per scoraggiarci dall’ottenere quello che si dà per certo sarà un fallimento conclamato.

In entrambi i casi, questi messaggi non vengono inviati con l’intento di nuocere, ma piuttosto per proteggerci da un potenziale “pericolo”. Questo ad esempio è tipico dei genitori, solitamente ansiosi e iperprotettivi, che spesso deviano le naturali inclinazioni dei figli, costringendoli a scegliere percorsi di studi non consoni alle loro attitudini e aspirazioni.

Inoltre queste persone “scoraggianti”, al di sotto delle loro paure, hanno anche  delle convinzioni radicate, frutto degli “insegnamenti” del passato che inconsciamente vogliono riconfermare. Chi va fuori dagli schemi è percepito come un folle o come un individuo “minaccioso”, perché rischia di stravolgere dei punti fissi che, anche se bloccano, allo stesso tempo danno sicurezza.

 

Il punto è questo: Chi ci dice che questi schemi siano ancora validi? E che lo siano per noi?

E poi, perché permettiamo agli altri di condizionarci? Di dirci cosa possiamo o non possiamo fare?

E soprattutto, chi altro può decidere della nostra vita se non noi stessi?!

Stiamo dando per scontato che altri abbiano la “verità” e che per fare una scelta questa debba essere approvata da altri!

E allora, sta a noi decidere di seguire questi messaggi, oppure ascoltarli per poi farceli scivolare addosso e andare dritti per la nostra strada.

 

Come non farsi condizionare

Se è vero che siamo sempre influenzati da ciò che ci circonda, è altrettanto vero che possiamo scegliere da cosa farci influenzare! Ecco come:

a) Cercare un antidoto “collettivo”: circondiamoci di persone che condividono la nostra ricerca, le fatiche…e la voglia di farcela. Per questo è utile frequentare una community, un gruppo di pari, partecipare a convegni in cui si tratta di questi temi, che possono non solo fornirci informazioni utili, ma soprattutto trasmetterci fiducia, speranza, ottimismo. (Per questo, tenete sempre d’occhio i FormAperitivi!)

2) Leggere storie di chi “ce l’ha fatta” rappresenta un vero e proprio toccasana per il pessimismo. Storie vere di chi ha superato gli stessi nostri ostacoli ed ha realizzato il suo obiettivo. Se ne trovano ben 50 sul libro dei “Wwworkers di Giampaolo Colletti, ad esempio, ma anche su altri testi come “Ho cambiato vita” di Serena Zoli oppure il recente “Come lasciare tutto e cambiare vita” di Alessandro Castagna e ultimo (ma non per importanza), il libro di Riccardo Luna “Cambiamo tutto – La rivoluzione degli innovatori”.

3) Iniziare a fare: anche una goccia può riuscire a scavare una roccia, bisogna far partire la prima goccia, fare degli esperimenti anche in piccolo, che ci consentono di saggiare la nostra idea…e soprattutto di mettere alla prova noi stessi, rafforzando le nostre sicurezze e allenando le nostre capacità. Il mondo attuale è sicuramente complesso e “critico”, ma allo stesso ha in sè opportunità prima inimmaginabili, come quelle offerte da internet.

Come scrive Peter O’Connor  “Non perdere mai la speranza nell’inseguire i tuoi Sogni, perché c’e’ un’unica creatura che può fermarti, e quella creatura sei tu…..L’unico responsabile del tuo successo o del tuo fallimento sei tu, ricordalo!
La libertà e’ una scelta che soltanto tu puoi fare: tu sei legata soltanto dalle catene delle tue paure.
Non e’ mai una vera tragedia provare e fallire, perché prima o poi si impara, la tragedia e’ non provarci nemmeno per paura di fallire.
Mentre noi possiamo orientare le nostre mosse verso un obiettivo comune, ognuno di noi deve trovare la sua strada, perché le risposte non possono essere trovate seguendo le orme di un’altra persona…
Se tu puoi compiere grandi cose quando gli altri credono in te, immagina ciò che puoi raggiungere quando sei tu a credere in te stesso.”

Lavoro precarioViviamo in un’epoca difficile da comprendere e da affrontare. Sono caduti quei punti di riferimento e quei valori che prima guidavano e sorreggevano le vite dei nostri predecessori. Gli ideali etici e politici erano contrapposti, ma chiari, i percorsi di vita (fidanzamento, matrimonio, figli) e di lavoro (gavetta, lavoro a tempo indeterminato, pensione) erano definiti e programmati. L’orizzonte in cui ci si muoveva era sempre quello locale e nazionale, con un tasso di cambiamento relativamente basso, all’interno di un tempo più dilatato e prevedibile.

Ora tutto questo sembra “preistoria”, al contempo non è facile tracciare una “storia” attuale, in quanto i contorni appaiano ancora confusi e mutevoli. Quello che appare evidente è l’assenza della stabilità in tutti i settori ed il predominio della complessità e dell’incertezza perenne.

Precaria appare la vita personale e quella affettiva, precario il lavoro. Chi è un precario? Alberto Peretti, direttore della Rivista di Filosofia applicata al lavoro, lo definisce come “colui che non dà o che non riesce a dare ad essa una durata esistenziale. Chi semplicemente la consuma”.

Qualcuno potrebbe qui facilmente obiettare che la precarietà non è una scelta personale ma una necessità dettata dall’esterno.  Sono le aziende che, prese nel vortice della crisi, della riduzione dei costi a tutti i costi hanno trasformato il lavoro in un usa-e-getta di professionalità.

In realtà la visione aziendale rispecchia a sua volta quella individuale, tanto che non è possibile stabilire chi abbia determinato cosa. Come scrive Peretti, il lavoro è stato mercificato ed il suo valore si è depauperato. Il lavoratore, così come l’azienda, intende ormai il lavoro come strumento di mera sussistenza, “merce fittizia retta dal mero calcolo d’un tornaconto”.

Ecco quindi che le aziende tendono sempre di più a cercare un “lavoratore qualsiasi”, che sia tecnicamente preparato, abile e arruolabile fin da subito nella posizione, immediatamente produttivo e performante. Ed anche le persone cercano un “lavoro qualsiasi”, purché sufficientemente remunerato e il più possibile duraturo (anche se ormai sia lo stipendio che la durata contrattuale si stanno abbassando sempre di più!). Come scriveva Nietzsche ne “La Gaia Scienza”, agli albori dell’era industriale “Cercarsi un lavoro per un salario: in questo quasi tutti gli uomini dei paesi civili sono oggi uguali; per essi tutti il lavoro è un mezzo, e non fine a se stesso”.

Peccato che in questo modo sia le aziende che i lavoratori si condannino da soli ad una forte insoddisfazione e rinchiudano i propri orizzonti in un cortissimo lasso di tempo. Non costruendo una rotta verso il futuro, si è costretti ogni giorno a ricominciare da capo, fiaccati dai venti e dalle bordate esterne che rischiano sempre più di far affondare la nave.

 

Quali prospettive si possono aprire?

Per prima cosa è necessario ri-trovare i punti di riferimento all’interno di noi stessi. Non è al di fuori di sé che si trovano le risposte, ma solo all’interno. Non è il lavoro che dà senso all’uomo, ma è l’uomo che dà senso al lavoro. 

Bisogna ripartire da sé stessi per “dare continuità di significato al proprio agire, di riunificare le forme del loro fare in un disegno unitario” (Peretti). Questo significa ri-conoscere la propria personalità, e, ancora più in profondità, la propria identità unica e distintiva, con la sua storia e i suoi valori. Capire come i propri talenti e le proprie capacità possono essere utilizzate e fatte fruttare a beneficio di sé stessi e della collettività.

Per i motivi che abbiamo visto sopra, le persone fanno molta fatica a capire chi sono e a dare alla loro vita “uno scopo, una meta, un senso”. Non sapendo chi sono e dove sono non riescono a tracciare una linea verso dove vogliono andare. E quindi si lasciano trascinare dal caso e dall’opportunità momentanea.

Come si domanda Peretti: “Quale può essere il sommo guadagno se non l’ottenere, dal lavoro e attraverso il lavoro, il pieno riconoscimento del proprio esistere? ….In che cosa può consistere il piacere di lavorare se non nella possibilità di impegnarsi in un lavoro all’altezza della propria esistenza?

Bisogna quindi recuperare la capacità di creare e di progettare che è insita in ogni uomo. Ce la siamo solo “dimenticata” oppure ci siamo convinti che non sia possibile per noi né praticabile in questo contesto. Peccato che tutti gli uomini di successo, ossia quelli che fanno “succedere le cose” sono convinti esattamente del contrario!

Se ri-costruiamo la nostra identità e ri-troviamo la nostra meta, il lavoro che svolgeremo non sarà più “uno qualsiasi”, un lavoro omologato, standardizzato e facilmente rimpiazzabile, ma “il nostro lavoro”, disegnato su misura per noi, in cui saremo unici e insostituibili!

Sarà il lavoro di un “artista” come lo definisce Seth Godin, guru del marketing fuori dagli schemi, pittore della Mucca Viola.  Sarà un lavoro creativo, nel senso che crea qualcosa di nuovo, un lavoro emozionale e originale, un lavoro che ci realizza perché realizza qualcosa che ha un senso, uno scopo.

PersonalitàIl nostro modo abituale di pensare, sentire e agire,  in una parola, la nostra personalità è qualcosa che portiamo sempre con noi sia nella vita personale che sul lavoro.

In ogni nostra interazione con noi stessi (pensieri, emozioni), con gli altri (amici, colleghi, selezionatori) e con il mondo (le situazioni che viviamo, l’ambiente di lavoro, la società) siamo caratterizzati da un certo “stile” unico e riconoscibile.

Immaginiamo di far vivere per un giorno la nostra vita a qualcun altro: come percepirebbe gli eventi? Come si comporterebbe? Molto probabilmente vedrebbe e farebbe qualcosa di diverso da noi, ottenendo risultati differenti! Questo significa che ciò che viviamo ed otteniamo (o meno) non dipendono tanto dal contesto esterno, ma da come noi ci approcciamo e reagiamo ad esso!

Il modo in cui ci comportiamo, quello che facciamo o creiamo, con la nostra mente o con le nostre mani, rappresentano il riflesso di ciò che siamo.

E a sua volta la nostra personalità è frutto del nostro patrimonio genetico, dell’ambiente in cui siamo cresciuti, dei modelli che abbiamo avuto e infine, secondo la teoria  dello Psicologo James Hillman, anche da quel nucleo di identità, l’”anima” che portiamo con noi fin dalla nascita.

 

Questo significa quindi che il nostro modo di essere è predeterminato?

Su questo punto le ricerche psicologiche si dividono perchè per alcuni la nostra personalità è stabile ed immutabile, ma l’approccio che ottiene maggiori riscontri è quello secondo cui  essa si evolve nel corso della vita, in base alle nostre scelte, esperienze e agli insegnamenti che siamo in grado di trarne.

Se è vero che abbiamo il nostro “marchio di fabbrica”, è altrettanto vero che non possiamo trincerarci sempre dietro un “sono fatto così”!

Un recente studio condotto su più di 8000 persone conferma che la personalità può cambiare nel tempo, portando con sé effetti significativi sul benessere e la soddisfazione che proviamo nella nostra vita.

Quindi se vogliamo migliorare la nostra vita dobbiamo iniziare a cambiare quell’aspetto del nostro modo di pensare, sentire e agire che ci sta impedendo di ottenere ciò  che desideriamo!

 

Che cosa possiamo fare per migliorare noi stessi?

Conoscerci: come abbiamo scritto più volte, la base di ogni crescita personale e professionale è costituita dalla conoscenza di noi stessi. Essendo consapevoli di chi siamo, di quali sono i nostri punti di forza e di debolezza sapremo su cosa fare leva per evolverci. Non partiamo mai da zero, ma abbiamo sempre dentro di noi delle risorse a cui attingere per raggiungere i nostri obiettivi.

Sperimentarci: per cambiare l’introspezione non basta, bisogna agire! Possiamo iniziare da una piccola abitudine quotidiana come quella di svegliarci prima la mattina o di leggere per mezz’ora la sera prima di andare a dormire. Sul lavoro possiamo individuare una nuova attività o progetto a cui dedicarci per sviluppare una nuova competenza!

E poi possiamo decidere di andare oltre i nostri limiti, di fare qualcosa mai provata prima, magari semplicemente il contrario di ciò che siamo abituati a fare. Non c’è per forza bisogno di lanciarci nel vuoto, possiamo utilizzare la tecnica dei piccoli passi, concentrandoci sui progressi che facciamo, un passo dopo l’altro! Andando avanti scopriremo che possiamo fare ben di più di ciò che finora abbiamo ritenuto possibile.

Apprendere: la lettura di libri di crescita personale apre i nostri orizzonti, ma ciò che conta poi è mettere in pratica ciò che leggiamo! Per questo il punto precedente risulta veramente “centrale” nel nostro discorso! Da bambini abbiamo imparato a camminare provando e riprovando, e imparando dalle nostre cadute e dai nostri inciampi. Tenere un diario personale può essere davvero utile per riflettere sulle esperienze fatte, per apprezzare i successi ottenuti e i progressi fatti, giorno dopo giorno, e apprendendo dalle sconfitte e dagli errori.

E ricorda sempre: “Per quante buone parole potrai leggere e pronunciare,  quale bene ti arrecheranno se non le metterai in pratica?” (Buddha)

Come posso trovare la mia strada?

Coach Lavoro marzo - 19 - 20135 COMMENTI

trovare la stradaMolte persone che si sentono infelici e insoddisfatte della propria situazione lavorativa restano spesso bloccate perché non riescono a trovare una strada alternativa. Pur consapevoli dell’importanza di definire un obiettivo chiaro e specifico, come insegnano tutti i libri ed i siti di crescita personale, letteralmente non sanno da che parte cominciare!

Magari sanno bene ciò che NON vogliono, ma non cosa vogliono. Si sentono prigionieri di un lavoro stretto e soffocante, ma non vedono la porta da cui uscire. Oppure vedono molte porte ma non si decidono ad aprirne alcuna perché nessuna sembra distinguersi nettamente dalle altre oppure perché hanno paura dell’ignoto che c’è dall’altra parte. E quindi temendo un pericolo che non conoscono, preferiscono rimanere dove sono, e questo sì, può rivelarsi davvero pericoloso, soprattutto nel lungo termine!

Il paradosso di questa situazione (spesso scelta inconsapevolmente) è evidente, ma come fare ad uscirne?

Se non si ha una meta verso la quale dirigersi, o si resta fermi, oppure si inizia a muoversi a caso, a zig zag, sprecando tempo ed energie!

 

Da dove partire quindi?

La soluzione più comune in queste situazioni di stallo è quella di rivolgere lo sguardo verso l’esterno, chiedendo consigli a parenti ed amici, oppure cercando informazioni sui trend del momento, sulle professioni più richieste oppure sui business più promettenti…

Per quanto questa strategia sia preferibile al blocco totale, perché fornisce spunti e stimoli interessanti, essa presenta due grossi limiti:

  1. genera confusione a fronte di dati spesso parziali, mutevoli e discordanti tra loro
  2. porta alla scelta di una strada che non è la nostra, che non ci appartiene e che quindi rischia di non essere adatta alle nostre caratteristiche e non sostenibile nel tempo.

Così, scegliendo di percorrere la strada che sembra più breve e più comoda, rischiamo in realtà di allungare e complicare il nostro percorso di ricerca!

 

Quando impostiamo il navigatore satellitare affinché ci conduca verso la nostra destinazione, qual è la prima operazione che compie il software?

Ci localizza: attraverso l’incrocio di più dati riconosce la nostra posizione di partenza e da quella calcola il percorso migliore da compiere. Finché il satellite  non ci trova, è inutile pure che ci mettiamo in moto perché procederemmo a caso…ed inoltre il satellite farebbe ancora più fatica a localizzarci visto che nel frattempo ci stiamo muovendo!

Analogamente dobbiamo fare anche noi quando abbiamo l’obiettivo… di trovare il nostro obiettivo, di individuare il lavoro giusto per noi o di inventarcelo, creando una nostra attività:

  • Rivolgere la nostra attenzione per prima cosa dentro di noi, ricercando le risposte al nostro interno piuttosto che all’esterno;
  • Ripercorrere le tappe del percorso fatto fino a quel momento, le scelte che abbiamo fatto e le loro motivazioni, i risultati raggiunti e quelli mancati;
  • Riconoscere chi siamo stati e chi siamo adesso, ritrovando la nostra identità personale oltre che professionale;
  • Riscoprire i nostri valori, ciò che è conta davvero per noi, ciò che ci interessa e ci appassiona;
  • Rivalutare ciò che sappiamo e che sappiamo fare, le nostre capacità, competenze e potenzialità.

 

Sicuramente si tratta di un percorso impegnativo, ma ne vale sicuramente la pena: per fare una scelta consapevole dobbiamo prima sviluppare consapevolezza di noi stessi!

Può essere che l’illuminazione arrivi improvvisa, ma è più probabile che sia progressiva, che si sviluppi con una scoperta dopo l’altra. Può essere che riusciamo a compiere il tragitto da soli o che abbiamo bisogno di un supporto e di una guida . L’importante è metterci in un atteggiamento di ricerca e di fiducia.

Concludo con le parole di Osho: “Ognuno ha il proprio scopo, è vero, ma trovare quale sia il tuo è impossibile se non hai trovato prima te stesso. E nel momento in cui troverai te stesso, troverai simultaneamente anche il tuo scopo. Quindi non c’è bisogno di preoccuparsi dello scopo. Tutta quanta l’attenzione dovrebbe essere focalizzata sul conoscere te stesso.”

Buona ricerca!

In un periodo in cui l’incertezza regna sovrana, gli indici economici continuano la loro discesa, così come quando nella nostra vita personale e professionale non riusciamo a raggiungere ciò che desideriamo, come facciamo a sentirci felici e speranzosi? Perché quando tutto va bene è relativamente “facile” stare bene e provare emozioni di felicità, gratitudine e soddisfazione…ma quando le cose vanno male, come si fa? Già è tanto restare a galla senza affondare nella depressione, nell’apatia, nella disperazione…

Prenderci la responsabilità di ciò che siamo, che pensiamo e sentiamo è l’unica via possibile per riacquisire la nostra libertà e recuperare il controllo della nostra vita, anziché farla continuamente sballottare tra le onde del mondo esterno: questa è in sostanza la soluzione proposta da molti approcci di psicologia positiva, filosofia  e di spiritualità.

 

L’approccio della psicologia (positiva)

Numerose ricerche dimostrano come la felicità non sia legata a fattori oggettivi come reddito, livello educativo, condizioni di salute. Piuttosto la felicità di un individuo dipende in larga misura dal suo stile di pensiero.

Secondo la Prof. Sonja Lyubomrsky, dell’Università della California tra i fattori che influenzano la felicità personale solo il 10% è legato alle circostanze esterne, mentre almeno il 40% dipende dall’approccio individuale.  Se la felicità infatti dipendesse da “fatti oggettivi”, tutti davanti alla medesima situazione avrebbero una reazione simile. Invece è ben noto che persone diverse reagiscono in maniera diversa ad uno stesso evento.

Cosa fa la differenza? Il significato che si attribuisce all’evento, il modo in cui si interpreta l’evento stesso e il proprio rapporto con esso. Quando un evento accade, infatti, valutiamo immediatamente l’impatto che questo ha su di noi e la nostra capacità di reagire ad esso. Tanto più percepiamo noi stessi “lontani” dall’evento, tanto più resteremo sereni ed equilibrati. [Per questo si dice che è importante distaccarsi dall’evento, prenderne le distanze (fisiche ma soprattutto psicologiche) per poter vedere le cose nella loro giusta dimensione ed avere la lucidità e la serenità necessarie per affrontarlo in modo positivo]. Inoltre tanto più saremo consapevoli delle nostre risorse interiori (energia e abilità) e convinti di essere in grado di usare queste risorse, tanto più ci sentiremo sicuri di noi stessi (come dicono gli inglesi: “self-confident” ) e saremo efficaci nella nostra risposta.

 

Prenderla con … filosofia!

Nell’antica Grecia, la felicità era strettamente connessa all’aretè, la virtù degli “eroi” e degli uomini “nobili”, intesa come dominio di sé, capacità di auto-gestione e auto-realizzazione.

Essere virtuosi, secondo l’ideale ellenico della Kalokagathia, che rappresentava la perfetta unione tra bellezza esteriore e moralità interiore, voleva dire non cedere facilmente alle passioni ed ai condizionamenti esterni, ma riuscire a governare sé stessi per agire rettamente.

Secondo il filosofo italiano Salvatore Natoli, la felicità è una capacità espansiva della vita che tollera anche il dolore. Essere felici significa “dire sì alla vita”, essere aperti all’esperienza e capaci di accogliere sé stessi, gli altri e il mondo esterno in un’esperienza di “sintonia”.

Esistono fondamentalmente due forme di felicità:

  • Eutukia, che è un’esperienza momentanea,  non determinata dalla propria volontà, che dopo un acme subitaneo, tende a scomparire velocemente.
  • Eudaimonia, che è legata ad una felicità stabile in quanto significa avere un “demone” buono, una guida interiore che conduce alla saggezza, alla cura e alla valorizzazione di sé.

Il contrario della felicità, secondo Natoli, non è il dolore, bensì la noia, il senso di sazietà che ci appesantisce, ci ferma nella nostra ricerca, ottunde i nostri sensi e non ci fa vedere la bellezza che è nel mondo. Se perseguiamo la felicità non possiamo annoiarci né impigrirci, perché siamo curiosi, desiderosi di apprendere, capaci di “guardare in modo straordinario ciò che è ordinario”.

 

La visione spirituale, tra Oriente e Occidente

Secondo la spiritualità orientale la felicità consiste in uno stato interiore di benessere e di armonia con l’universo, che si raggiunge attraverso la pratica del non attaccamento alla realtà materiale ed anche alla propria mente, che causano la sofferenza.  Questo stato corrisponde al concetto di Mindfulness, che consiste in uno stato di attenta consapevolezza del qui e ora, di apertura mentale, di calma, di accettazione di sé e del mondo esterno.

La visione statica della felicità, fondata sul presente è in (apparente) contrasto con quella occidentale che la collega al porsi obiettivi futuri e al raggiungimento del successo. Ma a mio avviso vivere il presente e costruire il proprio futuro non sono in contrapposizione, ma anzi solo se portati avanti di pari passo, possono darci equilibrio e felicità.

Se ci aspettiamo che tutta la nostra felicità dipenda dal raggiungimento o meno di un determinato obiettivo, non solo lo viviamo con ansia e andiamo incontro ad un maggiore rischio di fallimento e di successiva frustrazione-depressione, ma ci perdiamo la bellezza del presente per un futuro che, per definizione, non-è-ancora, che è soggetto all’imponderabile.

Se ci gustassimo solo il presente acquisiamo saggezza, equilibrio, serenità, ma ci mancherebbe quell’energia, quell’entusiasmo che dà l’immaginare, il progettare e il realizzare le nostre passioni e i nostri sogni.

Gli ingredienti della felicità

Per quanto, a mio avviso, non esista alcuna “ricetta della felicità”, è possibile comprendere bene quali siano gli ingredienti che la compongono:

Mindfulness: Significa vivere immersi nel presente piuttosto che tra i ricordi (piacevoli o dolorosi che siano) del passato e le aspettative del futuro. Come scrive il monaco buddista vietnamita Thich Nhat Hanh “Ogni volta che sei consapevole e capace di vivere qui e ora, hai l’occasione di toccare con mano la felicità“.

Accettazione: Fare pace con noi stessi e con il mondo che ci circonda ci consente di avere quell’equilibrio e quell’energia che ci consentono di evolvere il nostro mondo interiore e cambiare quello esteriore. Per citare il famoso aforisma di Tommaso Moro: “Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere.”

Focus sugli aspetti positivi: Se ci concentriamo su ciò che abbiamo anziché su ciò che ci manca staremo senz’altro meglio e, secondo la legge dell’attrazione, riusciremo anche ad attrarre ciò che ci piace e che desideriamo veramente. Per farlo, possiamo dedicare del tempo a riflettere sui motivi per cui essere grati, ad esempio scrivendo un diario personale in cui descrivere le proprie emozioni e tracciare futuri obiettivi.

Cura di sé e crescita personale: Vuol dire prenderci la responsabilità di curare il nostro corpo e la nostra mente, di coltivare il nostro giardino interiore, di sviluppare le abilità e di accrescere le nostre competenze. Significa esprimere noi stessi e realizzare le nostre potenzialità, attraverso l’impegno e l’azione.

Disegno del nostro futuro: Essere consapevoli della nostra capacità di cambiare noi stessi e creare la vita che vogliamo, porta a perseguire obiettivi di vita significativi. La condizione essenziale per essere felici, però, è non focalizzarsi solo sulla meta ma godersi ogni momento del viaggio.

Impatto sugli altri: La felicità per sua stessa natura è contagiosa e si amplifica quando viene condivisa.  Come scrive Madre Teresa di Calcutta “La gioia traspare dagli occhi, si manifesta quando parliamo e camminiamo. Non può essere racchiusa dentro di noi. Trabocca. La gioia è molto contagiosa.”

Inoltre praticare l’altruismo e la gentilezza verso gli altri fa contenti non solo gli altri ma anche noi stessi!

Perché.. “La felicità è un profumo che non puoi versare sugli altri senza ritrovarti con qualche goccia addosso” (Og Mandino).

Prendere una decisione importanteNon è stato facile decidere il tema di questo post. E questo mi ha fatto pensare a quanto spesso ci troviamo davanti a piccole scelte quotidiane così come a decisioni che hanno un impatto sulla nostra vita e non sappiamo letteralmente che strada prendere!

Abbiamo già riflettuto su quanto sia rischioso NON rischiare,  eppure questo non cancella la difficoltà di prendere una decisione, soprattutto quelle importanti nella nostra vita come scegliere un percorso di studi, sposarsi, licenziarsi, cambiare lavoro, avviare un’attività in proprio, ecc…

 

Quali sono i fattori che rendono così difficili le nostre scelte?

1) Avere troppe alternative: mentre le scelte obbligate, per quanto gravose possano essere, sono “facili” da prendere, quando abbiamo diverse opzioni tra cui scegliere, la nostra mente va in confusione, sia a causa di un eccesso di informazioni, sia della mancanza di criteri chiari e univoci su cui valutare ciascuna alternativa.

2) Cercare la scelta perfetta: la ricerca del perfezionismo va a braccetto con la paura di sbagliare. Per evitare di commettere un errore, per timore di non essere all’altezza o di non avere ancora abbastanza informazioni, si commette di fatto la scelta peggiore e più “sbagliata”: quella di non scegliere!

3) Usare solo la ragione: la nostra cultura ci ha insegnato il predominio della razionalità sull’emotività! Ma cercare di fondare la nostra scelta esclusivamente su ragionamenti logico-razionali, si rivela poi nei fatti una scelta…illogica! Infatti utilizzare solo l’emisfero sinistro del nostro cervello significa ignorare le emozioni e l’istinto, che sono parte integrante del nostro essere. Escluderli comporta da una parte la perdita di preziose informazioni su noi stessi e sul mondo che ci circonda, che sfuggono alla ragione, dall’altra rischia di essere controproducente nel lungo termine. Ciò che abbiamo rimosso dalla nostra attenzione può ripresentarsi sotto varie forme. Infatti, se scegliamo qualcosa che non vogliamo, prima o poi la abbandoniamo o la sabotiamo inconsciamente!

4) Usare solo le emozioni: Se è vero che fondarsi unicamente su calcoli razionali è limitante e riduttivo, stessa cosa si può dire quando ci affidiamo esclusivamente alle emozioni che, per loro natura, sono mutevoli e instabili. Se il nostro cervello è dotato di due emisferi questo significa che possiamo e dobbiamo usarli entrambi, uno a supporto dell’altro, in modo consapevole e aperto!

5) Esagerare le conseguenze:  ogni scelta ha un effetto sulla nostra vita. Noi tendiamo a prestare tutta la nostra attenzione alle scelte “importanti” per la nostra vita, mentre trascuriamo quelle piccole scelte che compiamo giorno dopo giorno e che di fatto, impercettibilmente cambiano il corso della nostra vita.    Le scelte quotidiane, che prendiamo ormai in automatico perché sono diventate delle abitudini, sono le più pericolose proprio perché non le scegliamo consapevolmente. Quindi se è vero che nessuna scelta va presa con leggerezza è anche vero che non dobbiamo esagerare l’impatto di una singola scelta nella nostra vita! Sono rari i casi in cui la scelta che compiamo è irreversibile. Per quanto possa essere difficile o “scomodo”, c’è sempre spazio per fermarsi, ammettere il proprio “errore” e cambiare strada o aprirne una nuova.

Cosa facciamo quando non sappiamo cosa scegliere

Tutti questi meccanismi che mettiamo in campo, spesso senza rendercene conto, ci  portano a finire in un loop di pensieri che si rincorrono ciclicamente, all’infinito! Riconsideriamo innumerevoli volte le varie opzioni e quando siamo quasi arrivati alla scelta finale…un dubbio atroce ci assale e torniamo nel turbinio dei nostri pensieri! E quindi diventiamo preda delle nostre p….aranoie mentali e non passiamo all’azione, vittime di una sorta di “paralisi”!

A questo punto la situazione si evolve  di solito in due direzioni:

a)  lo “spegnimento“: rinunciamo a prendere la decisione, la accantoniamo in un angolo della nostra mente o la rinviamo a data da destinarsi! In questo modo tamponiamo la situazione disagevole di conflitto interiore, provando una (seppur temporanea e illusoria) sensazione di sollievo. Ma anche decidere di non decidere…è una decisione ed ha le sue conseguenze!

b)  la “follia“: ci tappiamo il naso, copriamo occhi e orecchie….e (magari dopo aver bevuto un goccetto) ci buttiamo “a caso” in una delle alternative, la prima che ci capita davanti, dicendo a noi stessi: “ o la va o la spacca”. La scelta alla cieca è una strategia per toglierci di dosso il peso di una scelta…lanciando una monetina per aria! Peccato che il destino, in ogni caso, porti la nostra firma!

 

Come rendere le nostre Scelte più consapevoli ed efficaci: le 3 S

Per quanto non esista alcuna ricetta per fare la scelta giusta, né tantomeno quella “perfetta”, ci sono 3 ingredienti essenziali che possono guidarci in modo costruttivo:

1) Serenità: Nessuna buona decisione può essere presa con un cattivo stato emotivo! Mentre invece quanto più ci rilassiamo e cerchiamo il nostro equilibrio interiore, quanto più la nostra mente sarà lucida e riuscirà ad ascoltare con attenzione sia le voci interne che quelle esterne, i nostri ragionamenti ed anche le nostre sensazioni. Quando siamo sereni e centrati, i nostri 2 emisferi si integrano in modo armonico. Pensiamo: in che stato eravamo, come ti sentivamo l’ultima volta che abbiamo preso una buona decisione? E quando abbiamo avuto quell’ispirazione?

2) Semplicità: Come abbiamo visto, troppe alternative rischiano solo di confondere. E’ fondamentale riuscire a mettere da parte alcune possibilità per concentrarci sull’essenziale. Inoltre se non sappiamo cosa è più importante per noi, quali sono le 3 cose più importanti per noi in quella specifica situazione, non sapremo neanche dare ordine alle nostre idee. Come metodo di discernimento, c’è chi scrive la lista dei pro e dei contro, e chi arriva addirittura a fare un’analisi SWOT . Sicuramente scrivere, senza filtro tutto ciò che sentiamo e sentiamo, aiuta a chiarire e a mettere ordine nella nostra testa. Infine, rileggere ciò che abbiamo scritto ci serve ad avere quello sguardo attento e distaccato che ci fa cogliere l’essenziale.

3) Sperimentazione: La prova del 9 di ogni nostra scelta  è l’attuazione! Bisogna darsi un tempo per riflettere (senza scadenze imminenti ma neppure aleatorie!) ed uno per agire, per provare, magari in piccolo, magari in un ambiente protetto, ma provare. L’azione ci aiuta ad uscire dai labirinti della nostra mente e a dare consistenza e respiro alle nostre idee. Sperimentando scopriamo veramente se la nostra scelta ci piace, se ha senso per noi, se funziona, se dobbiamo aggiustare il tiro.

Quanto più spesso affrontiamo una scelta, piccola o grande che sia, quanto più diventeremo “allenati” a farlo, imparando ad ascoltare davvero noi stessi, a prenderci le responsabilità e a dirigere consapevolmente la nostra vita.

 

Concludo con questo aforisma del generale Omar Nelson Bradley: “Ci è concessa una sola vita e spetta a noi la decisione di lasciare che le circostanze modellino la nostra esistenza o in alternativa di agire, e così facendo, vivere intensamente.”

 

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Reagire ai cambiamenti

Coach Lavoro gennaio - 31 - 20136 COMMENTI

“La vita è cambiamento e quando non c’è niente che cambia, non c’è niente che vive. Tutto ciò che vive si muove. Il cambiamento pertanto è inevitabile. È la natura della vita stessa.”  Come recita questo aforisma di Neale Donald Walsch e come affermava, 500 anni prima di Cristo, il filosofo greco Eraclito,  “tutto scorre”, tutto cambia continuamente tanto che “nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”.

Eppure, quando arriva qualcosa che, più o meno repentinamente, modifica la nostra vita, altera il nostro status quo, sconvolge i nostri schemi, confligge con le nostre abitudini e destabilizza le nostre certezze, ci sentiamo scossi e proviamo emozioni e sensazioni che vanno dalla sorpresa allo sgomento, dalla paura alla rabbia.

Il paradosso è che pur essendo “naturale” il cambiamento, (quando non è voluto e cercato), arriva inatteso, come un imprevisto.

Le reazioni più comuni e “umane” sono da una parte quella della negazione e della resistenza, dall’altra quella del lamento e della protesta. Nel primo caso non si ha (e non si vuole avere) consapevolezza del cambiamento, della sua natura, delle sue origini e delle sue conseguenze: non si accetta l’accaduto e si cerca di costruire muri per proteggersi. Nel secondo caso la reazione non è di difesa, ma di attacco, che può manifestarsi in forma attiva (ira, protesta, lotta, che può avvenire in solitaria o in gruppo) oppure passiva (discussioni su come si stava meglio prima, lamentele su ciò che non va, critiche contro le presunte cause del cambiamento).

Che conseguenze hanno questi comportamenti?

Restare fermi di fronte al cambiamento così come contrastarlo, non cambia la situazione ma piuttosto questi atteggiamenti finiscono per ritorcersi contro di noi.

Anche e soprattutto quando il cambiamento sembra avere un immediato impatto negativo nella nostra vita (pensiamo alla perdita del lavoro, ad un rovescio finanziario, ad una delusione personale) è necessario e utile compiere un cammino che, attraverso tappe successive, conduca ad una nuova e piena consapevolezza del significato e delle opportunità di crescita che questo racchiude.

Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”: questo aforisma di Lao Tzu ci invita a guardare al cambiamento da una nuova prospettiva, a scoprire ciò che di nuovo ci riserva. La trasformazione da bruco a farfalla molto spesso non è semplice e neppure indolore, ma è necessaria per crescere ed evolverci!

Che cosa può aiutarci ad affrontare questo delicato passaggio?

Di fronte al cambiamento possiamo attuare una o più delle seguenti risposte funzionali:

1) Essere vigili: osservare, ascoltare i segnali deboli, per prevedere il cambiamento

2) Prendere consapevolezza del cambiamento in atto, conoscerlo, esplorarlo per comprenderlo

3)  Scaricare le emozioni negative come la paura e la rabbia attraverso la catarsi della scrittura

4) Ricordare i cambiamenti passati affrontati con successo e le lezioni che ne abbiamo tratto

5) Cercare l’aspetto positivo del cambiamento e apprezzarlo

6) Usare l’immaginazione e focalizzarsi su ciò che desideriamo raggiungere e ottenere piuttosto che su ciò che temiamo e non vogliamo

7) Evitare l’immobilismo improduttivo, l’attesa vana e la ricerca di soluzioni perfette, ma piuttosto mettersi in moto il più rapidamente possibile, sperimentare, agire!

Queste reazioni positive “alternative” a quelle “naturali”, testimoniano che, se è vero che l’essere umano tende ad avere una forte resistenza al cambiamento, è anche vero che possiede un’innata, potente capacità di azione e di adattamento.

Concludo con questo Proverbio cinese, come un invito all’azione costruttiva: “Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento.”

Che cos’è la felicità? Non bastano manuali di filosofia, teologia, spiritualità e scienza a descriverla! Sicuramente essere felici è una delle principali aspirazioni degli esseri umani di tutte le epoche e di tutte le latitudini, tanto che la ricerca della felicità è proclamata come un diritto dell’uomo nel testo della Dichiarazione di Indipendenza americana 1776.

La felicità viene definita come lo stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri (Vocabolario Garzanti), Condizione di letizia, di gioia, di soddisfazione (Dizionario Sabatini Colletti).

L’etimologia fa derivare la parola da: felicitas, deriv. felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa abbondanza, ricchezza, prosperità.

 

La felicità dipende dalle circostanze esterne?

Secondo alcuni, l’essere felici dipende da condizioni concrete, di tipo economico e sociale, o in generale da fattori esterni. Si ritiene infatti che si possa essere felici sono in determinate circostanze quali ad esempio: godere di buona salute, avere una famiglia di riferimento, avere un lavoro e la sussistenza economica, ecc.  In base a questo approccio, in contesti di povertà e disuguaglianza non è possibile essere felici.

Nell’ambito delle teorie politiche ed economiche sulla felicità, è molto interessante la teoria dell’economista indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, secondo cui il livello di reddito e il PIL non sono più indicatori sufficiente per analizzare il benessere dei popoli, in quanto bisogna aggiungere ai calcoli quantitativi, valutazioni qualitative.

Nel suo libro: “Lo Sviluppo è libertà”, egli afferma che uno sviluppo “felice” deve essere inteso come un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani, nella sfera privata come in quella sociale e politica. Lo Stato quindi deve porre in essere tutte quelle condizioni (diritti civili e politici, scuola, sanità, reti di protezione sociale, microcredito) che favoriscono la capacit-azione, intesa come la capacità di azione, di realizzazione dei singoli nella società. La capacitazione è “la libertà sostanziale…di mettere in atto stili di vita alternativi”, di esprimersi, di fare e di costruire la vita che si preferisce. Secondo Sen, anche in tempi di crisi “la questione principale non è limitare, ma espandere la libertà, dobbiamo liberare l’idea di libertà non come permesso, ma come scelta“. E’ questo che aumenta la qualità di vita e produce sviluppo economico.

 

Qual è la correlazione tra ricchezza e felicità?

I soldi non fanno la felicità”, recita un vecchio adagio, ma, come concludono alcuni “di certo aiutano!”.

Certamente la povertà può condurre all’infelicità in quanto ostacola il soddisfacimento dei propri bisogni (primari e/o secondari) e può causare vissuti di tristezza (in casi di “perdita” di una condizione di vita migliore), di paura per il futuro o di rabbia verso sé stessi o il mondo esterno (in base a chi viene considerato “colpevole” della situazione).  Non è possibile comunque affermare che la penuria causi l’assenza di felicità. Ci sono poveri che si dichiarano felici perché accettano la loro situazione e/o perché hanno scelto di vivere con poco e/o perché danno maggiore valore ad altri aspetti della vita, come ad esempio le relazioni.

Secondo recenti ricerche made in USA, le persone che possiedono più di un milione di dollari non sono poi tanto più felici rispetto agli operai, agli impiegati e alla classe media. Se è vero che i poveri, in media, sono più infelici dei ricchi, è altrettanto vero che livello di felicità non è direttamente proporzionale al conto in banca.

Circa la metà dei milionari intervistati hanno dichiarato che i soldi non li hanno resi più felici ed un terzo di loro ha detto che i soldi avevano portato loro più problemi di quanti ne avessero risolti. Questo probabilmente non dipende solo dal fatto che all’aumentare dei soldi posseduti possa aumentare anche la paura di perderli, ma anche perché ci sono “cose” della vita che i soldi non possono comprare! Inoltre, per un processo di assuefazione simile a quello delle droghe, ciò che si ha non è mai abbastanza, e si cerca di avere sempre di più, in un’avidità che finisce di mangiare sé stessa.

Il confronto tra ricchi e poveri non vuole tanto stare a significare che ogni medaglia ha il suo rovescio, quanto mostrare che il vissuto della felicità dipende fondamentalmente dal proprio personale approccio alla vita (filosofia) e al modo in cui si interpretano i fatti e si vivono le emozioni (psicologia).

Grafico tratto da Wikipedia (CC licence)

Questa conclusione è confermata da un recente studio (v. grafico) condotto dalla Prof. Sonja Lyubomrsky, dell’Università della California, secondo cui dei fattori che influenzano livelli stabili di felicità, il 50% è legato alla genetica, il 40% all’approccio individuale, ossia da ciò che pensiamo e facciamo, e solo il 10%alle circostanze esterne.

E se è vero che i geni e le circostanze esterne sono piuttosto difficili da modificare, altrettanto non si può dire per la propria mente e il proprio comportamento!

 

Quali sono le conseguenze della felicità?

La felicità, oltre ad essere una delle dimensioni più significative della vita umana, ha effetti positivi non solo per l’individuo ma anche per la società, che grazie ad essa diventa più solida e prospera.

Una meta-analisi condotta dall’Università della California mostra che la felicità produce anche:

  • Migliore salute fisica (rafforzamento del sistema immunitario, minore livello di stress e di dolore)
  • Relazioni (personali e coniugali) più lunghe e soddisfacenti, interazioni sociali più ricche
  • Performance lavorative superiori, maggiore produttività e qualità più elevata del lavoro svolto

A questo ultimo punto si collega anche l’aspetto della ricchezza, in senso causale inverso rispetto a quanto detto sopra, ossia l’effetto che la felicità ha sulla ricchezza. Non sono solo (e soltanto) le persone ricche ad essere più felici, ma anche (e soprattutto) le persone più felici ad essere più ricche!

Quello che recenti studi dimostrano,  infatti, è che i giovani che all’età di 20 anni si dichiarano felici, a 35 anni hanno salari più alti e posti di lavoro più soddisfacenti rispetto ai loro coetanei, a parità di situazione economica di partenza.

Dal punto di vista psicologico infine, è stato dimostrato che le persone più felici sono anche più attive, energetiche, creative, sicure di sé, altruiste.

Insomma, la felicità fa davvero miracoli!

Vedremo in un prossimo articolo cosa significa essere felici, quali sono le dimensioni della felicità, e cosa ciascuno può fare per accrescere la propria felicità!

 

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Riscoprire sè stessi con il Coaching

Coach Lavoro gennaio - 17 - 20132 COMMENTI

In una società che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito “liquida”, anche le propria identità personale e professionale tende ad avere una forma indefinita che cerca di adattarsi, il più delle volte con fatica, ai vincoli imposti dal contesto esterno e alle esigenze contingenti.

Le scelte di vita e di lavoro vengono infatti compiute in base alle spinte provenienti dalla famiglia, agli standard della società, alle opportunità che passano in quel momento, piuttosto che fondarsi su una profonda conoscenza di sé stessi e consapevolezza dei propri obiettivi.

Se nel passato anche le scelte fatte in modo, per così dire, “spintaneo”, venivano poi portate avanti nel tempo per una sorta di inerzia personale e sociale, nei nostri giorni la precarietà regna sovrana, le situazioni sono instabili e il cambiamento è continuo!

Pensiamo ad esempio all’ambito lavorativo: si cambia tipo di lavoro e di azienda sempre più di frequente; anche chi ha i famigerato “posto fisso” si trova ad situazioni sempre nuovo in azienda, dove si susseguono riorganizzazioni interne, cambi di programmi, processi e procedure.

Trascinati dalla corrente, sballottati dagli eventi e dai ritmi di vita sempre più frenetici, rischiamo di non sapere più chi siamo e cosa vogliamo!

E se non conosciamo la nostra identità, i nostri valori e i nostri obiettivi, non saremo in grado di tracciare la nostra strada, ma continueremo a seguire quella tracciata dagli altri o dal “caso”.

Una volta presa consapevolezza che la vita che stiamo vivendo e il lavoro che stiamo svolgendo quotidianamente non ci appartiene, dobbiamo prendere la decisione di fare chiarezza e di “individuarci”.

L’individuazione, secondo lo psicologo analista C.G. Jung, è un “processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale” rispetto alla “norma collettiva”. Rappresenta un processo evolutivo ed un “ampliamento della sfera della coscienza“.

Secondo il pensiero junghiano, che condivido pienamente, ogni individuo deve compiere un proprio percorso di crescita e maturazione, che dipende dalle disposizioni naturali e dalla personalità di ciascuno. Non seguire la propria strada comporta un vissuto di disequilibrio e di conflitto interiore, che si manifesta normalmente anche come conflitto con l’esterno.

 

Come è possibile riscoprire sé stessi e individuarsi?

Il processo di individuazione e di scoperta di sé è per sua stessa natura in continua evoluzione. Ogni evento della nostra vita ci insegna (o ci ricorda) qualcosa su noi stessi. Per poter “imparare la lezione” e per poter avere una comprensione del nostro percorso di vita, occorre fermarsi per un po’ sulla sponda del torrente in cui nuotiamo o siamo trascinati tutti i giorni.

Mettersi sulla riva ci consente di riposare, riprendere fiato e osservare il flusso della nostra vita, le nostre tappe, le nostre scelte più o meno consapevoli, le nostre costanti e le nostre trasformazioni.

In questo processo di osservazione e di rielaborazione dei significati possiamo farci accompagnare da un Coach che grazie a domande mirate ci aiuterà a trovare le risposte e a confrontarci in modo attivo e dialettico con il mondo esterno.

Il Coach non è un guru (!) che “possiede” la verità, ma una guida che ci aiuta a scoprirla dentro noi stessi in modo autonomo!

 

Testimonianze

Ecco cosa raccontano alcune persone che hanno deciso di sperimentare un percorso di coaching per conoscersi meglio ed affrontare in modo consapevole le proprie scelte di vita e di lavoro:

Il coaching mi ha aiutata a focalizzare meglio: chi sono, quali sono le mie caratteristiche, su quali voglio lavorare, ecc., da dove vengo, quali sono le mie competenze già acquisite, le mie esperienze da valorizzare, le mie scelte passate; dove voglio andare, e quali sono le strade possibile per arrivarci (perché per ogni meta, ci sono almeno 2 strade;-)).  Il Coaching può essere veramente utile per chiunque desideri conoscersi meglio e migliorare quegli aspetti della propria vita che vengono percepiti come “problematici”. Attenzione però: il coaching è uno strumento, funziona solo se si è realmente disposti a mettersi in gioco e se necessario ad abbandonare qualcosa di sé lungo la strada (abiti mentali, pregiudizi)… il coach ha il compito di allenare, ma spetta al giocatore giocare la sua partita!” (Alice)

“Le mie aspettative verso il coaching erano molto elevate, ma era anche molto elevata la fiducia che, nonostante tutto, avevo in me stessa e nelle mie possibilità; ma sapevo anche che, senza una valida guida, tutto sarebbe rimasto latente, come era stato fino ad ora…. Nel frattempo che proseguivano gli incontri e che io svolgevo i miei “compiti”, non solo mi rendevo conto di essere sulla strada giusta, ma notavo anche come molte situazioni irrisolte del mio passato improvvisamente trovavano risposta e più continuavo a percorrere la strada più scendevo a fondo dentro di me, più scendevo a fondo dentro di me più la mia vita si allineava con quello che stavo facendo. (…) Ho riscoperto qualcosa di me che non pensavo fosse così importante e ho trovato il punto da cui partire. Ora devo solo seguire la strada e, contrariamente a quanto avrei fatto prima, mi godrò anche il viaggio!” (Roberta)

Molto ingenuamente all’inizio mi aspettavo che raccontando di me, facendomi conoscere in modo approfondito, (il Coach) ad un certo punto avrebbe tirato fuori dal cilindro il mio lavoro ideale, dicendomi: “ecco la tua strada”! Ci credevo e lo speravo!! Invece no… ovviamente!

Il Coach ti aiuta a tirare fuori quel che ti sei dimenticato di te stesso, è come se accendesse un faro! E ti offre la possibilità di vedere la tua immagine riflessa, aiutandoti a ripulirla dagli elementi inquinanti, che la abbruttiscono, come le convinzioni sbagliate ed autolimitanti. E così pian piano ritrovi forza e lucidità.

Durante questo percorso mi ha sempre offerto letture e concetti che mi hanno indotto alla riflessione, che dissipavano la nebbia, perché (ahimè!) l’idea, per essere quella giusta, deve venire dal profondo del nostro cuore. Non può conoscerla nessun altro. Dopo il percorso di Coaching, sembra banale dirlo, ma non lo è nella maniera più assoluta, sei in grado di trovare le risposte dentro di te. Almeno questo è quello che è successo a me!” (Cristina)

 

Per chiunque volesse sperimentare il Coaching per capire se è lo strumento adatto a sè, è possibile chiedere un primo incontro gratuito qui.

 

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Tra i desideri per l’anno che sta per cominciare, molti sicuramente hanno un lavoro nuovo.

In un periodo in cui la disoccupazione continua a crescere, decidere di cambiare lavoro sembra davvero un lusso…eppure mai come di questi tempi è forte l’esigenza di vivere il lavoro non solo come una necessità, bensì come una scelta consapevole che rispecchia sé stessi, le proprie attitudini ed i valori personali.

Rispetto all’anno scorso, sono state di più le persone che mi hanno contattato perché desideravano essere aiutate nella scoperta e nella scelta di un nuovo lavoro, da trovare o da inventare!

Riuscire ad individuare quale sia l’attività professionale che più si addice alle proprie inclinazioni non è affatto semplice! Molto spesso non si ha la più pallida idea di cosa si vuole fare, in altri casi si vaga nella nebbia dell’indeterminatezza oppure si sta fermi al bivio (che spesso è un trivio o un quadrivio) tra diverse strade possibili che appaiono inconciliabili…

Ciascuna persona ha la propria storia, la propria personalità e le proprie aspirazioni: non è possibile lasciare le proprie scelte di vita in mano ad “altri”, siano essi amici, parenti, oppure le opinioni dei media e le statistiche di mercato, per quanto un confronto possa sempre risultare utile…

E’ necessario partire dall’analisi di sé, dall’ascolto della propria voce interiore per poter “disegnare” un nuovo futuro possibile.

La figura rappresentata nel “disegnodel lavoro desiderato è assolutamente unica e originale, così come i colori, che hanno delle tonalità del tutto personali.

Ma ascoltando e supportando diverse persone nella loro ricerca professionale, mi sono resa conto di come lo sfondo dei variegati disegni personali sia per molti aspetti sorprendentemente simile. L’impressione è che tutti i disegni si staglino su un panorama comune che esprime da una parte lo “zeitgeist”, lo spirito del tempo e della cultura attuale, e dall’altra le caratteristiche fondamentali dell’essere umano.

 

Che cosa desiderano le persone nel loro lavoro “dei sogni”?

Ecco quali sono le esigenze più spiccate che ho raccolto:

Responsabilità & Autonomia: Stanchi di un lavoro in cui bisogna perseguire obiettivi a cui non si crede, assecondando persone che non si stimano, seguendo modalità che non si condividono, si è attratti da un lavoro (sia esso dipendente o autonomo) in cui si ha la possibilità di scegliere il “come” se non addirittura il “cosa” fare. Si desiderano margini di manovra piuttosto ampi, per poter andare fuori dagli schemi, prendere decisioni, assumendosene oneri e onori.

Formazione & Sviluppo: Si cercano maggiori opportunità di crescita, sia a livello personale che professionale. Il lavoro monotono, nonostante sia in un certo senso meno pesante e più rassicurante nella sua ripetitività, rischia con il tempo di togliere energia e motivazione. La mente è fatta per apprendere e pertanto ha bisogno di stimoli! Si desidera imparare qualcosa di nuovo ogni giorno, accrescere le proprie competenze, mettersi alla prova, migliorarsi.

Soddisfazione & Riconoscimento: Il lavoro, a cui spesso si dedica la maggior parte del proprio tempo, non è solo una fonte di sussistenza materiale, ma anche di autorealizzazione. Riuscire a fare un “buon lavoro”, ottenere i risultati sperati o addirittura qualcosa di più, procura un forte senso di soddisfazione e di gratificazione personale. E’ altresì importante vedersi riconosciuto dall’esterno (capo, colleghi, clienti) il valore del proprio lavoro e l’impegno che si è profuso, sia sotto forma monetaria (bonus, aumento di stipendio, ecc) sia sotto forma immateriale (un elogio, un riscontro positivo, una mail di ringraziamento possono valere oro…!)

Creatività & Manualità: Nell’era della conoscenza è forte il desiderio di usare la propria mente in modo generativo, di tirar fuori idee, di creare nuovi progetti, anziché limitarsi ad eseguire mere attività ripetitive. Non si vuole più essere un “numero” all’interno di un’azienda, inseriti in una “catena di montaggio”, bensì individui che hanno la possibilità di esprimere sé stessi e dare il proprio contributo in modo originale.

Al contempo, in una società caratterizzata dalla produzione di massa e dal dominio della tecnologia, si diffonde sempre di più il desiderio di recuperare la manualità: dalla cucina al bricolage, dalla pittura al cucito, si riscopre l’artigianato e il “fatto in casa”.

Rispetto dell’uomo & della natura:  A chi e a cosa serve il proprio lavoro? Sempre più persone sentono l’esigenza di non produrre solo “profitto” ma di lavorare per una ragione, per uno scopo che potremmo definire sociale o comunque altruistico: poter essere di aiuto, fornire un prodotto o un servizio utile e valido a più persone, contribuire al bene comune.

A questo aspetto si aggiunge anche una crescente sensibilità nei confronti della natura e del rispetto dell’ambiente. C’è sempre più desiderio di allontanarsi dalle città caotiche e inquinate e di tornare in contatto con la natura, di farsi una passeggiata nel verde o di coltivare il proprio orticello.

Equilibrio Vita & Lavoro: Ultimo punto, ma non certo per importanza! La giornata lavorativa di 8 ore (e spesso anche di più), con orari rigidi (9/18), è vissuta sempre di più come una gabbia alle proprie esigenze personali e familiari.

Non si vive per lavorare: questo vale soprattutto per chi fa un lavoro che assorbe buona parte del proprio tempo, delle proprie energie e dei proprie pensieri!

Anche chi fa un lavoro che lo appassiona ha bisogno di gestire il suo tempo in modo equilibrato, per lasciare spazio ad altri aspetti fondamentali della vita quali le relazioni personali, la cura di sé, e in generale tutto ciò che aumenta la qualità di vita.

Pertanto molti desiderano avere la possibilità di gestire il proprio tempo in modo autonomo e flessibile, di essere legati non tanto agli orari d’ufficio quanto agli obiettivi da raggiungere, di poter lavorare anche da casa o comunque in remoto.

 

E voi, vi riconoscete in questo quadro? Se state pensando di cambiare lavoro, quali sono le esigenze che vi spingono maggiormente a cambiamento?

Ripartire dalle idee

Coach Lavoro dicembre - 7 - 20127 COMMENTI

In un Paese in cui la ripresa sembra ancora lontana, il cambiamento procede lentamente e l’innovazione latita, c’è davvero bisogno di stimoli, di idee e di progetti. Anche un solo seme che nasce e porta frutto è importantissimo, perché crea un terreno più fertile per altri semi alla ricerca solo di un’opportunità!

Per questo ritengo molto significativa l’iniziativa del Corriere della Sera (da me scoperta solo pochi giorni fa, per caso, navigando su internet), che si chiama “Ripartiamo dalle idee”, un concorso per aspiranti imprenditori.

L’iniziativa è partita a maggio scorso, da un’idea (appunto) della SDA Bocconi che ha coinvolto il Corriere della Sera, l’agenzie di comunicazione Armando Testa e la Banca Intesa SanPaolo.

Dei 350 progetti che hanno partecipato, ne sono stati selezionati 30. I loro ideatori sono stati coinvolti in un corso di formazione sul business che si è concluso con la presentazione finale di tutti i progetti sviluppati, da cui sono stati eletti 10 vincitori, che riceveranno un supporto da tutti gli sponsor del progetto per lanciare la loro start-up.

 

Ecco alcune delle idee che mi hanno colpito di più (potete leggerle tutte qui):

BIOPIC : Una “stuoia” progettata per rendere semplice coltivare fiori e ortaggi in casa e in giardino o in terrazzo.

EM Engeneering: Sistema di produzione di ricambistica industriale,  in cui ciascun prodotto viene studiato da un team di professionisti e fabbricato solo da aziende made in Italy.

HIGHSTRIT: Centro commerciale virtuale che permetterà alle migliori boutique di moda italiane di vendere i loro prodotti nel mondo.

JOB CROP: nuovo sistema di recruiting e di scouting dei talenti online.

LASTMARKETPRICE.COM: Portale e-commerce che consente a produttori e distributori di mettere all’asta on-line merce in prossimità di scadenza, fine serie, cambio etichetta e fondi di magazzino.

Come è facile notare, molte delle nuove idee sono collegate alle incredibili potenzialità di internet, ma alcune sono invece assolutamente “concrete” e connesse con il tessuto produttivo e manifatturiero italiano.

Qualcuno si potrebbe domandare: che senso ha parlare di impresa oggi quando molte sono costrette a chiudere i battenti?

Non possiamo mica tutti diventare come Vito Lomele, il fondatore di JobRapido (il motore di ricerca di annunci di lavoro che probabilmente molti di voi conoscono e utilizzano spesso), che ha attirato l’investimento di 30 milioni di Euro dal parte del colosso Daily Mail? E neppure come Andrea Vaccari e Alberto Tretti di Glancee, una start up che è stata recentemente acquistata da face book di Zuckerberg?

Assolutamente! Sappiamo bene che non tutte le imprese riusciranno a concretizzarsi e che non tutte avranno successo, solo le migliori, le più solide e innovative andranno avanti. Già solo per queste, ne sarà valsa assolutamente la pena ideare, sviluppare, promuovere la propria idea.

Ma anche per chi non ce l’ha fatta o non ce la farà, sarà stato comunque importante darsi una possibilità, anzichè stare fermi, poter imparare dai propri errori e prepararsi, magari, a riprovarci!

 

In Italia, Paese delle Piccole e Medie Imprese, lo sappiamo, avviare un’attività è davvero complicato, è un’impresa quasi “epica”.  Il tasso di crescita e di innovazione è tra i più bassi di Europa.

Come mai? Qual è il problema?
E’ la burocrazia? Anche!
E’ la mancanza di investimenti? Anche!
E’ la scarsità di terreno fertile? Anche!

Il problema cruciale, a mio avviso, è la mancanza di fiducia nella possibilità, di visione del futuro ed anche di pazienza, nel vedere i frutti!

Proprio in un momento di crisi come questo, come dice Testa (il Presidente dell’omonima Agenzia di Pubblicità): “Bisogna rimboccarsi le maniche e fare quello che si sa fare».

E’ qui che si inserisce, secondo me, il valore dell’iniziativa: se ci pensiamo, dieci start-up di impresa sono davvero una goccia nel mare, ma l’obiettivo finale è più ampio, come spiega il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli: “Servono segnali positivi concreti per aiutare il Paese a far emergere energie e processi di crescita”.

La tendenza è quella di aspettare cambiamenti “dall’alto”: dalla politica, dall’economia, dalla legislazione. Sicuramente delle riforme a favore dell’imprenditoria e del lavoro sono necessarie, oltre che auspicabili per il nostro sistema.

Ma perché delegare le nostre scelte, le nostre responsabilità le nostre possibilità di realizzazione all’esterno? Riprendiamo in mano la nostra vita!

Smettiamola di focalizzarci sui problemi ed applichiamo l’energia che usiamo per ingigantire dei “buchi neri”, da cui finiamo poi per essere inghiottiti, per trovare o costruire nuove soluzioni, nuovi “soli”, o anche, semplicemente, nuove lampadine! Ripartiamo dalle idee, appunto!

La parola “idea” etimologicamente deriva dalla radice “id” da cui si forma il verbo “orào” che significa vedere (video in latino), ed anche il verbo “òida” (sapere, conoscere in quanto si è “visto”).

Le idee quindi nascono dalla conoscenza, sia di noi stessi che della realtà che ci circonda, delle sue esigenze  e delle possibilità che ci sono. Dalla conoscenza poi nasce una visione di un futuro, non così remoto, in cui le esigenze vengono soddisfatte dalle nostre conoscenze e grazie alle risorse (strumenti, persone, ecc..) che abbiamo a disposizione!

Idee per creare nuove imprese e non solo!

Per chi lavora in azienda, l’idea è la proposta di un progetto, di una collaborazione, di una partnership.

Per chi vuole entrare nel mondo del lavoro, un’idea è quella di un CV innovativo, di una presentazione originale, di una strategia alternativa per entrare in contatto con potenziali datori di lavoro.

Da dove deriva quindi questa situazione di stallo, di apatia, di penuria di idee? (per quanto le 350 in concorso siano un bel segnale!)

Non certo da una mancanza di creatività, perché questa qualità è presente in tutti gli esseri umani, ma perché è stata atrofizzata da una o più delle seguenti convinzioni:

  1. non è possibile (per noi/in questo periodo storico, ecc…)produrre nuove idee
  2. qualunque idea prodotta non funzionerà
  3. qualunque idea prodotta sarà già stata pensata da altri e quindi è inutile

Insomma, la quintessenza della Legge di Murphy applicata a sé stessi! Siamo davvero bravissimi ad autolimitarci…e gli altri solitamente contribuiscono con un carico da novanta, regalandoci (nella maggior parte dei casi, involontariamente) le loro stesse convinzioni limitanti!

Invece, come recita il claim della campagna ideata per il concorso: «La crisi si vince con la creatività, l’orgoglio e la fiducia nelle nostre idee»

Dare il meglio di sè

Coach Lavoro novembre - 29 - 201214 COMMENTI

Nell’articolo precedente abbiamo parlato della capacità e della volontà di prendere dei rischi, di quel sano coraggio che ci serve per superare la paura dell’ignoto, del fallimento, della sconfitta…

Queste paure sono connesse anche alla nostra tendenza (umana, troppo umana) di concentrare l’attenzione e l’interesse sui possibili risultati, sulle perdite e sui guadagni che potremmo ottenere o meno.

 

Cosa succederebbe se invece provassimo a concentrarci sulla strada da percorrere, anzichè sulla meta da raggiungere?

Se il risultato più importante non fosse al termine ma nel corso di tutto il nostro viaggio, nel valore intrinseco di ogni esperienza (sia essa positiva o negativa), nell’arricchimento e nella crescita personale, in quel (poco o tanto) che doniamo agli altri?

Per concludere questa riflessione scritta (ed aprire quella nella nostra mente) non credo ci sia ispirazione più adatta di queste parole di Madre Teresa di Calcutta:

L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico
non importa … Amalo.

Se fai il bene, diranno che lo fai per secondi fini egoistici
non importa … Fai il bene.

Se realizzi i tuoi obiettivi, incontrerai chi ti ostacola
non importa … Realizzali.

Il bene che fai, forse domani verrà dimenticato
non importa … Fai il bene.

L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile
non importa … Sii onesto e sincero.

Quello che hai costruito può essere distrutto
non importa … Costruiscilo.

La gente che hai aiutato, forse non te ne sarà grata
non importa … Aiutala.

Dà al mondo il meglio di te, e forse sarai preso a pedate

non importa … Dà il meglio di te.

 

Quanto è davvero rischioso…rischiare?

Coach Lavoro novembre - 22 - 201220 COMMENTI

Quando desideriamo cambiare qualcosa nella nostra vita, quando vogliamo ottenere maggiori soddisfazioni dal lavoro, quando intendiamo fare un passo in avanti nella nostra carriera, possiamo trovarci davanti a tre tipi di ostacoli:
1) Non sapere bene cosa fare, avere mille idee ma nessun obiettivo chiaro in mente
2) Avere un’idea specifica, ma non crederla possibile
3) Restare ancorati alla nostra situazione di partenza, senza deciderci a lanciarci nella realizzazione dell’idea.

Ora ci concentreremo su quest’ultimo punto, che può essere riassunto dal vecchio adagio: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia, ma non sa quel che trova”.
Gli antichi la sapevano lunga: perché rischiare di percorrere nuove strade, con tutti i pericoli che ci sono? Meglio rimanere sulla strada già battuta, per quanto sia stretta e angusta, per quanto ormai ci annoiamo a percorrerla, per quanto tutte le volte che lo facciamo ci sentiamo insoddisfatti…ma vuoi mettere, la sicurezza?
Già, la sicurezza del conosciuto è decisamente più confortevole della paura dell’ignoto!
Cosa succederebbe infatti se dopo esserci lanciati nella nuova avventura non ottenessimo i risultati sperati, se ci rendessimo conto di esserci sbagliati, quando ormai è troppo tardi?

Dovremmo fare i conti con il nostro “fallimento”, raccogliere i cocci e provare a tornare indietro sui nostri passi, sempre che sia possibile farlo! Probabilmente resteremmo fermi lì, con i nostri sogni (e la nostra autostima) infranti, i cocci in mano, e nessuna alternativa all’orizzonte!

Il “rischio di rischiare” ci sembra così grande, che il nostro sogno “di gloria” resta nel cassetto, in attesa del momento “giusto” (che potrebbe anche non arrivare mai) per aprirlo, oppure di quel giorno in cui saremo costretti dalle circostanze ad abbandonare “per forza” il nostro status quo.
In questo modo non facciamo altro che delegare all’esterno la nostra decisione: lasciamo che sia lo spazio, il tempo, il fato a scegliere per noi!

Illudendoci di non avere responsabilità nella scelta, ci sentiamo alleggeriti e sollevati!
Eppure, chi è stato a decidere questa “delega”? Non siamo forse stati noi? Scegliere di non scegliere non è anch’esso una scelta?

La mente umana tende per natura a prestare più attenzione alle eventuali perdite che non ai possibili guadagni. Questo ha un’origine ancestrale: salvarsi dall’orso era ben più importante che non catturare la preda! Ma è anche vero che se l’uomo fosse rimasto al riparo nella caverna senza più andare a caccia per paura delle minacce esterne, sarebbe certamente morto di fame!

Quindi chiediamoci: se è vero che rischiare ha un costo, quanto ci costa non rischiare? Che opportunità stiamo lasciando al di fuori della caverna in cui ci siamo trincerati?

Siamo partiti dal presupposto che fuori dalla caverna ci sia una minaccia grande e grossa, mentre il guadagno è piccolo e sfuggevole. E se fosse vero invece proprio il contrario?
Se il rischio che corriamo fuori fosse in realtà più piccolo di quello che rischiamo restando dentro?
Se il posto di lavoro a cui restiamo attaccati perché comunque è “un posto”, perché ogni mese “ci dà uno stipendio” per campare, perché è meglio di niente, fosse meno stabile e sicuro di quanto crediamo? (E purtroppo le cronache ci raccontano quotidianamente di aziende che chiudono e personale messo in cassa integrazione…!)

E se invece l’idea che teniamo chiusa nel cassetto o l’opportunità che ci passa davanti rappresentasse la svolta nella nostra vita? Se credendoci e impegnandoci potessimo davvero avere successo?

Bene, potreste dire, ma non si vive solo di SE, le cose potrebbero andare in un modo o in un altro, come facciamo a deciderci?

Per prima cosa dobbiamo porci le giuste domande, o meglio, quelle funzionali (cioè che funzionano) nel darci una visione più globale ed equilibrata della situazione. Eccone alcune da cui partire:

  • Cosa posso perdere se faccio (il cambiamento X, l’azione Y)?E che cosa se non faccio?
  • Che cosa posso guadagnare se faccio? E che cosa se non faccio?

Rispondiamo a queste domande pensando ai risultati immediati che otterremmo….e poi facciamoci le stesse domande ponendole in un arco temporale più ampio (1-3-5 anni): come cambia la prospettiva?

Ricordiamoci sempre che la qualità delle risposte che otteniamo (da noi stessi così come dagli altri) dipende dalla qualità delle domande che facciamo!

Ognuno ha qualcosa dentro di sé

Coach Lavoro novembre - 15 - 20123 COMMENTI

“Ognuno ha qualcosa dentro di sé
e basta cercarla veder di trovarla capire dov’è”

Questo è il ritornello della canzone di Arisa “Pensa Così”, che una mia amica mi ha fatto conoscere e che da quel momento non mi è più uscita di mente!

Si tratta di un testo tanto semplice quanto immediato che racconta una favola forse più utile per i grandi che non per i piccoli!

Quanti credono di non avere nulla che li differenzi dagli altri, di non avere nulla di “speciale” da mostrare, nella propria vita così come nel lavoro?

Quanti passano il tempo a confrontarsi con gli altri, non per apprendere qualcosa di nuovo o essere spronati a migliorarsi, ma solo per convincersi sempre più della propria inadeguatezza, concentrandosi sui propri “difetti” e le proprie “mancanze”!

Come se il corvo, anziché apprezzare il proprio piumaggio corvino e la propria velocità nel volo, vivesse in disparte e abbattuto perché non possiede la bellezza maestosa e iridescente del pavone.

E’ anche vero che ci sono tante persone che, come il leone della canzone, si reputano “superiori” e guardano tutti dall’alto verso il basso. Sono i montati di cui abbiamo parlato in un altro articolo, che credono di  essere arrivati, di non avere più nulla da imparare, ma che hanno costantemente bisogno dell’ammirazione altrui per sorreggere il proprio ego.

Che tu sia bruco o farfalla, che tu sia corvo o pavone, c’è qualcosa che ti differenzia dall’altro che ti rende unico e speciale, non superiore né inferiore, semplicemente diverso!

“Ognuno ha un talento e ce l’hai anche tu
anche se per ora le tue insicurezze
sfamano e accrescono le tristezze”

 
La convinzione di non avere particolari talenti o competenze, magari nata all’interno di un contesto familiare particolarmente “severo” e confermata dalla percezione ingigantita di errori e fallimenti, diventa terreno facile di coltura per il “virus dell’insicurezza“.

L’insicurezza e la sfiducia nelle tue possibilità bloccano qualunque sogno di gloria e qualunque tentativo di azione.

Se non credi non sogni, se non sogni non fai, se non fai non riesci: è un ragionamento logico drammaticamente vero nella sua semplicità (proprio come la canzone di Arisa)!

E non si tratta unicamente di raggiungere risultati di “successo”, ma anche e soprattutto di riuscire a metterti in gioco, di scoprire chi sei non solo riflettendo nell’antro della tua mente, ma sperimentando, cadendo e rialzandoti.

Si dice che proprio nei momenti più critici, nelle situazioni più difficili riusciamo a tirare fuori delle risorse inaspettate, delle potenzialità inespresse.

Ma perché aspettare solo quei momenti? Ogni giorno è un’opportunità per provarTI, scoprirTI, per crescere!

“Tanto domani c’è sempre il sole pensa così!”

Competenze: come NON farle emergere

Coach Lavoro novembre - 1 - 201212 COMMENTI

Le competenze tecniche, trasversali e di settore che possediamo rappresentano le nostre risorse professionali sia nel lavoro che nel business.

Grazie a ciò che sappiamo (conoscenze), che sappiamo fare (capacità) e che sappiamo essere (caratteristiche personali) siamo in grado di ottenere dei risultati nelle nostre attività e di offrire un valore aggiunto al nostro datore di lavoro o ai nostri clienti.

Inoltre il mix unico e personale delle nostre competenze, frutto delle nostre esperienze di vita e di lavoro e delle nostre attitudini è quello che ci rende distintivi, ossia che ci fa emergere dalla massa come la persona più indicata per ricoprire quel determinato ruolo  o per svolgere quella specifica professione o attività imprenditoriale.

Quando cerchiamo un lavoro o intraprendiamo un’attività, rischiamo di trovarci in una condizione di “invisibilità”: facciamo fatica a farci notare, a renderci visibili, a comunicare il nostro vero valore!

Questo chiaramente rende frustranti tutti i nostri sforzi tanto da farci sentire inutili e impotenti!

Grazie allo studio che abbiamo fatto abbiamo individuato ben 5 modi per NON emergere (che spesso si presentano anche in forma combinata):

1) Non essere consapevoli delle nostre competenze, di ciò che siamo davvero in grado di offrire

Tendiamo a sopravvalutare ciò che non sappiamo fare, le nostre “mancanze” testimoniate da “fallimenti” che teniamo sempre bene a mente. Invece sottovalutiamo e diamo per scontato tutto ciò che siamo in grado di fare. Crediamo di non aver imparato nulla dalle esperienze di formazione e di lavoro che abbiamo fatto e non riusciamo a valorizzare tutto ciò che abbiamo conosciuto, scoperto, sperimentato o affinato.

Solitamente in questi casi gli altri ci sembrano sempre più bravi e sicuri di noi: cosa che non fa altro che abbassare la nostra autostima e scoraggiarci!

2) Utilizzare parole vaghe per descriverci

Quando ci presentiamo attraverso il CV, la lettera di presentazione, durante il colloquio o in altre situazioni di interazione, non specifichiamo quali sono le esperienze che abbiamo svolto, le relazioni che abbiamo intessuto e gestito, i risultati che abbiamo raggiunto. In questo modo ciò che dichiariamo appare poco chiaro e altrettanto poco convincente.

Questo punto è in molti casi connesso con il precedente: quando manca una consapevolezza delle nostre competenze, frutto di un’attenta analisi delle nostre esperienze e qualità personali, abbiamo delle difficoltà a descriverci e a promuoverci. Come possiamo infatti parlare e argomentare su un dato tema se non lo studiamo e non lo approfondiamo?

Inoltre, spesso per paura di apparire troppo poco “umili”, tendiamo a minimizzare quello che siamo stati in grado di fare e ciò che abbiamo ottenuto. Oppure, al contrario, crediamo che basti indicare il master che abbiamo frequentato o il ruolo che abbiamo ricoperto, che sia sufficiente descriverci come “dinamici, attivi e collaborativi”, per dare “prova” del nostro valore.

3) Presentarsi come factotum

Molto spesso a causa della varietà delle esperienze che abbiamo fatto e/o per l’esigenza di trovare subito un lavoro o un cliente (con l’approccio del “voglio un lavoro qualsiasi”) ci presentiamo con un  profilo estremamente generico, senza evidenziare alcuna competenza (tecnica e trasversale che sia) che possa in qualche modo caratterizzarci.

Quello che accade se non tracciamo i confini del la nostra “figura” è che non riusciamo a “stagliarci” rispetto allo sfondo!

Pur di proporci come candidati “flessibili” e “disponibili”, mettiamo sul piatto tutto ciò che abbiamo fatto e che sappiamo fare: questo oltre a non dare una buona immagine della nostra professionalità, nella maggior parte dei casi non risulta una scelta vincente perché non va incontro alle esigenze del datore di lavoro o del cliente.

4) Non avere un obiettivo professionale chiaro

Questo punto è frequentemente connesso al precedente. Accade infatti che chi si presenta come factotum non abbia le idee chiare su cosa fare “da grande” e viceversa, che chi non ha chiaro l’obiettivo finisca per presentarsi per un lavoro “qualsiasi”.

Se non sappiamo bene per quale ruolo/professione/attività ci vogliamo proporre, trasmettiamo un’immagina confusa e indistinta e appariamo all’esterno come scarsamente motivati e determinati.

Inoltre la mancanza di un obiettivo non ci consente di capire quali sono le competenze che ci servono per raggiungerlo e di confrontarle con quelle che possediamo, capendo su quali possiamo fare leva e quali invece abbiamo bisogno di sviluppare.

5) Non tenere in considerazione le esigenze del mercato

Le aziende ci assumono perché siamo in grado di risolvere dei problemi specifici, di trovare soluzioni, di “portare a casa” dei risultati concreti. Analogamente i clienti acquistano il nostro prodotto o servizio perché è in grado di “colmare” una loro mancanza piuttosto che di fornire qualcosa di unico rispetto ai concorrenti.

Se non abbiamo sufficienti informazioni su ciò di cui le aziende/i clienti hanno bisogno, rischiamo di proporre qualcosa di troppo (o troppo poco) o semplicemente di diverso da ciò che cercano!

Inoltre le aziende così come  i clienti sono portatori di  vincoli (di tempi, di costi, ecc) che possono ostacolare l’istaurarsi di un rapporto professionale. Se non li conosciamo non saremo in grado di proporci in modo tale da superare o aggirare tali limiti.

 

Se stiamo portando avanti una o più di queste strategie, nella ricerca del lavoro o nella promozione della nostra attività professionale/imprenditoriale è molto probabile che stiamo riuscendo a non emergere!

Ci distinguiamo tanto quanto una mucca in mezzo ad una mandria della stessa razza!

Cosa accadrebbe invece di diverso se diventassimo la Mucca Viola di cui parla Seth Godin nel suo famoso libro? Se riuscissimo a scoprire quel colore che ci differenzia e che ci rende unici?

Di certo non passeremmo inosservati!

Ma di questo parleremo meglio in un prossimo articolo…