Christmas lightsSia che tu sia alla ricerca di un nuovo lavoro, sia che tu voglia cambiarlo e fare un salto nella tua carriera…

cogli le Festività Natalizie come occasione per rilassarti, ricaricarti, rasserenarti…!

Sospendi per un momento l’affannosa attività di ricerca di lavoro….

Abbandona la preoccupazione, la frustrazione e la rassegnazione…

Fermati, rientra in te stesso, ri-scopri il tuo mondo interiore, i tuoi valori, gli affetti, la famiglia…e tutte le piccole cose che contano nella vita!

Che tu possa trovare sotto l’albero i doni autentici della Pace, della Gioia Presente e della Speranza per il Futuro!

Ti auguro un Natale Sereno e Luminoso!


Coach Lavoro

j0438528Prima di mettersi alla ricerca di un lavoro, è fondamentale prendere atto di una verità basilare anche se faticosa: “cercare lavoro è un lavoro” non un passatempo!

Questo significa che è richiesto un investimento di tempo ed il tempo deve essere proporzionato alla velocità con cui si vuole raggiungere un risultato: prima si vuole lavorare più ore bisogna impiegare.

La prima cosa da fare è predisporre più curriculum dove verranno messi in luce tra le nostre esperienze, i nostri studi e le nostre competenze quelli più idonei alle diverse realtà lavorative dove abbiamo pensato di proporci.

Per ogni mansione scelta ci sarà bisogno, dunque, di un proprio profilo.

Questo passo è molto importante per due ragioni:

  • se le esperienze sono molto numerose, il curriculum rischia di essere lungo e di indisporre chi lo va a valutare;
  • scegliere le esperienze più in linea con la mansione per cui si candida, danno l’idea di persona con una forma mentis gia idonea e predisposta.

Non sai da dove iniziare per scrivere il tuo curriculum? o semplicemente non sai se il tuo è davvero professionale?

CoachLavoro ha scritto un Ebook dedicato proprio al CURRICULUM VITAE, condensando idee, consigli, strumenti ed esempi utili per redigere dei documenti…D.O.C.! Scaricalo qui!

Vuoi sapere quali sono i canali migliori per la ricerca del lavoro? leggi l’articolo: “CV alla mano,quali sono i canali preferenziali…?

stressI ricercatori del “British Institute of Work, Health and Organisations” hanno pubblicato un report sullo stress correlato al lavoro nei cinquantenni. Tra le diverse fasce d’età, quella fra i 50 e i 55 anni risulta la più colpita.

Pare che questo livello di stress sia tale da poter persistere e far sentire i suoi effetti anche dopo l’entrata in pensione.

Un altro dato rilevante è che questa sarebbe la più importante causa di assenze dal posto di lavoro, superiore ad ogni altra, malattie organiche comprese.

Risulta ovvio che in una situazione in cui l’età lavorativa diventa sempre più alta e la pensione un orizzonte sempre più lontano non possiamo ignorare questi risultati che tuttavia si limitano ad essere puramente descrittivi.

Secondo Ballarini, le ragioni possono essere diverse. In primis l’angoscia correlata alla paura di perdere il posto, associata alla consapevolezza della difficoltà del rientro.

Nel momento in cui un soggetto potrebbe capitalizzare sulla sua esperienza, in cui studio e pratica costituiscono un solido mix capace di dare solidità, la paura di essere surclassati dai più giovani fa tremare il terreno…sotto la scrivania!

Può esistere anche un secondo fattore, che Ballarini definisce “plafonamento“. Può accadere che superati i cinquantanni sia ormai chiaro che le possibilità di carriera o non ci sono mai state o si sono bruciate. Non resta quindi che immaginarsi altri dieci, quindici anni nelle stesse esatte condizioni, allo stesso posto con gli stessi compiti. Non si può certo parlare di prospettive rosee…la motivazione può scendere e il morale precipitare.

Ma quali le soluzioni possibili, allora?
I ricercatori di Nottingham fanno delle proposte interessanti:
  • permettere ai dipendenti più avanti con gli anni una maggior possibilità di controllo sui loro compiti,
  • fornire un riconoscimento più evidente al contributo che danno
  • aumentare la flessibilità del loro lavoro.
Sono tutte buone soluzioni che tuttavia intervengono solo dall’esterno.
Occorre anche un passo di pensiero da parte del soggetto. Pensare “non sono finito”, questo il primo passo da fare.
E da questo passo partire per  generare grinta nell’agire e potenza nel far valere la forza della propria esperienza. Accompagnate dalla certezza che se dovesse poi accadere il temuto esistono comunque possibilità di rimettersi in gioco, magari ripensando il proprio ruolo e profilo professionale.
Magari valutare la possibilità di fare un percorso di coaching e di consulenza di carriera per scoprire le proprie competenze e come poterle valorizzare….ma anche come ri-scoprire la bellezza della propria sfera personale e relazionale, cercando il cosiddetto work-life balance, l’equilibrio sano e benefico tra il lavoro e la vita privata

Tratto dall’articolo di Luigi Ballerini su Job24

42-15181176Detto in altri termini: quali sono i canali più utilizzati dalla imprese per cercare le persone da assumere?

Secondo la ricerca Excelsior di UnionCamere (pubblicati su Il Sole24Ore del 19/10/09), la strategia dipende dalla dimensioni dell’azienda.

Leggendo in dettaglio i dati, scopriamo infatti che le aziende con più di 50 dipendenti privilegiano strumenti standardizzati come il portale aziendale e gli annunci sui principali siti di recruiting, insieme alle società di selezione o le agenzie interinali.  Invece le aziende più piccole che, lo ricordiamo, rappresentano la maggior parte del tessuto produttivo italiano,prediligono invece strumenti più “informali” basati sulle conoscenze (dirette ed indirette) e le segnalazioni.

In termini assoluti, questa è la classifica delle strategie di selezione da parte delle imprese italiane (dalle meno alla più efficace)

  • Centri per l’impiego (4,5%), dedicati prevalentemente alle cosiddette “fasce deboli”, disabili, immigrati, cassintegrati.
  • Quotidiani e stampa specializzata (5%)
  • Società di Lavoro Interinale (Agenzie per il Lavoro) e Società di Recruiting, considerate insieme (7%)
  • Segnalazione Conoscenti e Fornitori (15%)
  • Internet e Banche dati aziendali (26,5%)
  • Conoscenza diretta (39%)

Quindi, sommando la conoscenza diretta con quella indiretta (segnalazione da parte di conoscenti) si supera il 50%: questo significa che i metodi “informali” si confermano tuttora preponderanti nel mercato del lavoro italiano.

A questo punto potremmo aprire una discussione in merito alla meritocrazia nella società italiana ma…quanto questo aiuterebbe a trovare lavoro!?

La domanda migliore da farsi invece è: A fronte di questa situazione, come possiamo rendere più efficaci le nostre strategie di ricerca?

Se il canale della conoscenza è quello preponderante, come possiamo ampliare la nostra rete di conoscenze (il network)?

Lo scopo non è quello di farsi raccomandare! Piuttosto è quella di trovare la strada giusta per cui la nostra candidatura arrivi al posto giusto, ossia dove le nostre competenze creino valore e al contempo siano valorizzate!

Approfondiremo il tema delle strategie di candidatura spontanea in un post della prossima settimana…

Il 29 giugno scorso il Corriere della Sera ha pubblicato la lettera che Rita Clementi, esperta di genetica presso l’Università di Pavia, ha scritto al Presidente della Repubblica per denuciare il sistema antimeritocratico italiano.

Laureata in Medicina e specializzata in Genetica, nel corso dei suoi diversi contratti precari (sic!), la ricercatrice ha scoperto l’origine genetica di un linfoma maligno, ma la mancanza di fondi e soprattutto di una cultura che sostenga e promuova chi contribuisce al progresso scientifico non le hanno consentito di portare avanti i suoi studi.rita_clem-140x180

Da oggi, 1 luglio, la Dott.ssa Clementi lavora presso un importante Centro di Ricerca di Boston.

Qui di seguito riporto degli stralci della lettera pubblicata dal Corriere, per far riflettere e dare un seppur minimo contributo all’auspicato cambiamento di cultura e di mentalità nelle imprese, nelle università e in generale nella società italiana.

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese (…). Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla (…).

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. (…)

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici (…)

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza… (…)

Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. (…)

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi

29 giugno 2009

Fonte: www.corriere.it