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Quando desideriamo cambiare qualcosa nella nostra vita, quando vogliamo ottenere maggiori soddisfazioni dal lavoro, quando intendiamo fare un passo in avanti nella nostra carriera, possiamo trovarci davanti a tre tipi di ostacoli:
1) Non sapere bene cosa fare, avere mille idee ma nessun obiettivo chiaro in mente
2) Avere un’idea specifica, ma non crederla possibile
3) Restare ancorati alla nostra situazione di partenza, senza deciderci a lanciarci nella realizzazione dell’idea.
Ora ci concentreremo su quest’ultimo punto, che può essere riassunto dal vecchio adagio: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia, ma non sa quel che trova”.
Gli antichi la sapevano lunga: perché rischiare di percorrere nuove strade, con tutti i pericoli che ci sono? Meglio rimanere sulla strada già battuta, per quanto sia stretta e angusta, per quanto ormai ci annoiamo a percorrerla, per quanto tutte le volte che lo facciamo ci sentiamo insoddisfatti…ma vuoi mettere, la sicurezza?
Già, la sicurezza del conosciuto è decisamente più confortevole della paura dell’ignoto!
Cosa succederebbe infatti se dopo esserci lanciati nella nuova avventura non ottenessimo i risultati sperati, se ci rendessimo conto di esserci sbagliati, quando ormai è troppo tardi?
Dovremmo fare i conti con il nostro “fallimento”, raccogliere i cocci e provare a tornare indietro sui nostri passi, sempre che sia possibile farlo! Probabilmente resteremmo fermi lì, con i nostri sogni (e la nostra autostima) infranti, i cocci in mano, e nessuna alternativa all’orizzonte!
Il “rischio di rischiare” ci sembra così grande, che il nostro sogno “di gloria” resta nel cassetto, in attesa del momento “giusto” (che potrebbe anche non arrivare mai) per aprirlo, oppure di quel giorno in cui saremo costretti dalle circostanze ad abbandonare “per forza” il nostro status quo.
In questo modo non facciamo altro che delegare all’esterno la nostra decisione: lasciamo che sia lo spazio, il tempo, il fato a scegliere per noi!
Illudendoci di non avere responsabilità nella scelta, ci sentiamo alleggeriti e sollevati!
Eppure, chi è stato a decidere questa “delega”? Non siamo forse stati noi? Scegliere di non scegliere non è anch’esso una scelta?
La mente umana tende per natura a prestare più attenzione alle eventuali perdite che non ai possibili guadagni. Questo ha un’origine ancestrale: salvarsi dall’orso era ben più importante che non catturare la preda! Ma è anche vero che se l’uomo fosse rimasto al riparo nella caverna senza più andare a caccia per paura delle minacce esterne, sarebbe certamente morto di fame!
Quindi chiediamoci:
Se è vero che rischiare ha un costo, quanto ci costa non rischiare?
Che opportunità stiamo lasciando al di fuori della caverna in cui ci siamo trincerati?
Siamo partiti dal presupposto che fuori dalla caverna ci sia una minaccia grande e grossa, mentre il guadagno è piccolo e sfuggevole. E se fosse vero invece proprio il contrario?
Se il rischio che corriamo fuori fosse in realtà più piccolo di quello che rischiamo restando dentro?
Se il posto di lavoro a cui restiamo attaccati perché comunque è “un posto”, perché ogni mese “ci dà uno stipendio” per campare, perché è meglio di niente, fosse meno stabile e sicuro di quanto crediamo? (E purtroppo le cronache ci raccontano quotidianamente di aziende che chiudono e personale messo in cassa integrazione…!)
E se invece l’idea che teniamo chiusa nel cassetto o l’opportunità che ci passa davanti rappresentasse la svolta nella nostra vita? Se credendoci e impegnandoci potessimo davvero avere successo?
Bene, potreste dire, ma non si vive solo di SE, le cose potrebbero andare in un modo o in un altro, come facciamo a deciderci?
Per prima cosa dobbiamo porci le giuste domande, o meglio, quelle funzionali (cioè che funzionano) nel darci una visione più globale ed equilibrata della situazione. Eccone alcune da cui partire:
Rispondiamo a queste domande pensando ai risultati immediati che otterremmo….e poi facciamoci le stesse domande ponendole in un arco temporale più ampio (1-3-5 anni): come cambia la prospettiva?
Ricordiamoci sempre che:
La qualità delle risposte che otteniamo (da noi stessi così come dagli altri) dipende dalla qualità delle domande che facciamo!
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Quando desideriamo cambiare qualcosa nella nostra vita, quando vogliamo ottenere maggiori soddisfazioni dal lavoro, quando intendiamo fare un passo in avanti nella nostra carriera, possiamo trovarci davanti a tre tipi di ostacoli:
1) Non sapere bene cosa fare, avere mille idee ma nessun obiettivo chiaro in mente
2) Avere un’idea specifica, ma non crederla possibile
3) Restare ancorati alla nostra situazione di partenza, senza deciderci a lanciarci nella realizzazione dell’idea.
Ora ci concentreremo su quest’ultimo punto, che può essere riassunto dal vecchio adagio: “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia, ma non sa quel che trova”.
Gli antichi la sapevano lunga: perché rischiare di percorrere nuove strade, con tutti i pericoli che ci sono? Meglio rimanere sulla strada già battuta, per quanto sia stretta e angusta, per quanto ormai ci annoiamo a percorrerla, per quanto tutte le volte che lo facciamo ci sentiamo insoddisfatti…ma vuoi mettere, la sicurezza?
Già, la sicurezza del conosciuto è decisamente più confortevole della paura dell’ignoto!
Cosa succederebbe infatti se dopo esserci lanciati nella nuova avventura non ottenessimo i risultati sperati, se ci rendessimo conto di esserci sbagliati, quando ormai è troppo tardi?
Dovremmo fare i conti con il nostro “fallimento”, raccogliere i cocci e provare a tornare indietro sui nostri passi, sempre che sia possibile farlo! Probabilmente resteremmo fermi lì, con i nostri sogni (e la nostra autostima) infranti, i cocci in mano, e nessuna alternativa all’orizzonte!
Il “rischio di rischiare” ci sembra così grande, che il nostro sogno “di gloria” resta nel cassetto, in attesa del momento “giusto” (che potrebbe anche non arrivare mai) per aprirlo, oppure di quel giorno in cui saremo costretti dalle circostanze ad abbandonare “per forza” il nostro status quo.
In questo modo non facciamo altro che delegare all’esterno la nostra decisione: lasciamo che sia lo spazio, il tempo, il fato a scegliere per noi!
Illudendoci di non avere responsabilità nella scelta, ci sentiamo alleggeriti e sollevati!
Eppure, chi è stato a decidere questa “delega”? Non siamo forse stati noi? Scegliere di non scegliere non è anch’esso una scelta?
La mente umana tende per natura a prestare più attenzione alle eventuali perdite che non ai possibili guadagni. Questo ha un’origine ancestrale: salvarsi dall’orso era ben più importante che non catturare la preda! Ma è anche vero che se l’uomo fosse rimasto al riparo nella caverna senza più andare a caccia per paura delle minacce esterne, sarebbe certamente morto di fame!
Quindi chiediamoci:
Se è vero che rischiare ha un costo, quanto ci costa non rischiare?
Che opportunità stiamo lasciando al di fuori della caverna in cui ci siamo trincerati?
Siamo partiti dal presupposto che fuori dalla caverna ci sia una minaccia grande e grossa, mentre il guadagno è piccolo e sfuggevole. E se fosse vero invece proprio il contrario?
Se il rischio che corriamo fuori fosse in realtà più piccolo di quello che rischiamo restando dentro?
Se il posto di lavoro a cui restiamo attaccati perché comunque è “un posto”, perché ogni mese “ci dà uno stipendio” per campare, perché è meglio di niente, fosse meno stabile e sicuro di quanto crediamo? (E purtroppo le cronache ci raccontano quotidianamente di aziende che chiudono e personale messo in cassa integrazione…!)
E se invece l’idea che teniamo chiusa nel cassetto o l’opportunità che ci passa davanti rappresentasse la svolta nella nostra vita? Se credendoci e impegnandoci potessimo davvero avere successo?
Bene, potreste dire, ma non si vive solo di SE, le cose potrebbero andare in un modo o in un altro, come facciamo a deciderci?
Per prima cosa dobbiamo porci le giuste domande, o meglio, quelle funzionali (cioè che funzionano) nel darci una visione più globale ed equilibrata della situazione. Eccone alcune da cui partire:
Rispondiamo a queste domande pensando ai risultati immediati che otterremmo….e poi facciamoci le stesse domande ponendole in un arco temporale più ampio (1-3-5 anni): come cambia la prospettiva?
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